SANREMO SOCIAL CLUB

Tra il reality ed il talent show un esperimento sociale che dura da 66 anni

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Il Festival di Sanremo. Alzi la mano chi non lo ha mai guardato neanche una volta. Pochissime persone immagino. Almeno tra gli adulti. Perché è un programma che manca di un appeal giovane, di quella presa consolidata sul pubblico che lo renda fenomeno sociale condiviso. Ma quanto appena esposto è vero solo in parte, perché in realtà, fin dai suoi esordi, il Festival della canzone italiana è stato uno specchio della nostra penisola, nel bene e nel male, con i suoi costumi, i suoi vizi, le sue canzoni. Da Nilla Pizzi ai giorni nostri è cambiato anche l’approccio delle case discografiche, dai giovani esordienti alle promesse già consolidate attraverso i talent shows ed internet. E parlando di tempi che cambiano, un esponente della lotta al conservatorismo imperante in ambito musicale, soprattutto nell’Italia di Volare, fu Luigi Tenco.

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Indimenticabile il biglietto che lasciò dopo essersi tolto la vita, con le parole “Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente cinque anni della mia vita. Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt’altro) ma come atto di protesta contro un pubblico che manda Io tu e le rose in finale e ad una commissione che seleziona La rivoluzione. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao. Luigi”. Ribellione estrema forse, per certi aspetti in contraddizione, ma è questo il valore sociale di un Festival della Canzone. Non solo rime e strofe, ma anche pensieri, concetti. E se Tenco provò a dare una scossa ad una nazione ancora attaccata alle colombe, quando Rino Gaetano portò Gianna in concorso, la maggior parte del pubblico lo vide come un saltimbanco, un giullare, mentre in realtà il disagio raccontato in un nonsense assurdo voleva solo ricordare agli spettatori che si privilegiava il ritornello accattivante, “paraculo” direbbe qualcuno, al posto della profondità del testo.

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Il Festival di Sanremo è il rimando più efficace al cambiamento, nonostante tutto, in atto, in un gioco delle parti in cui la giuria sceglie chi mandare in trionfo, ma al tempo stesso in cui il vincitore non esprime il consenso popolare sancito invece dalla programmazione radiofonica. Un parallelo assolutamente efficace, e tragicamente reale, con la dicotomia che vive la democrazia nel nostro paese. Perciò guardate Sanremo, cercando di bucare lo schermo ed andando a verificare le tracce del nostro passaggio nella realtà vissuta, nel rap sempre più urbano e poco canzonetta, nell’ansia di chi sta giocandosi le ultime carte al tavolo da gioco della fama, nei vestiti e nelle acconciature. Il Festival di Sanremo è il grande fratello con la telecamera rivolta verso il pubblico, e nonostante tutto, anche se non ci piace, condensa in pochi giorni cambiamenti che iniziano da molto tempo prima.

Paolo Varese

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