C’ERA UNA VOLTA IL WEB LIBERO

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cms_26384/1.jpgEra il 1990 quando Tim Berners-Lee, a giusta ragione considerato il papà di internet almeno per come lo conosciamo noi oggi, dette vita a un nuovo progetto che avrebbe rivoluzionato di lì a poco l’esistenza di miliardi di persone e del modo in cui esse avrebbero comunicato: il world wide web (www). Entro la fine dell’anno creò un server per ospitare pagine web in html e un browser per visualizzare i documenti web, ovvero dette vita a quella ragnatela mondiale che ha reso il nostro pianeta un villaggio o poco più. Come spesso accade nella storia dei mezzi di comunicazione, dagli old media sino a new media, la paternità di un’opera o invenzione non è mai strettamente attribuibile a un solo soggetto, ma spesso si deve alla collaborazione, diretta e indiretta, di altre personalità e di scienziati sparsi nel mondo, tutti però accumunati da una stessa idea, ovvero mettere in comunicazione le persone, trasmettere un messaggio, abbattere le barriere spazio-temporali. Così anche nella breve storia della rete vi fu chi, lo studente Perri Pei Wei, ebbe l’idea di sviluppare un navigatore adatto al web su un sistema operativo Unix. Wei sviluppò anche un linguaggio di programmazione che consentiva agli utenti Unix di visualizzare sui propri pc il www con la modalità che oggi noi conosciamo. Da lì in poi fu un rapido susseguirsi di migliorie e nuovi ritrovati come per esempio la web cam, la posta elettronica, nuovi motori di ricerca, ecc.; internet era insomma uscito definitivamente dalle stanze segrete del ministero della difesa americana, dai laboratori prima del rand e poi del cern per approdare sulle scrivanie di ogni abitante del pianeta.

cms_26384/2_1654918076.jpgIl desiderio di Berners-Lee di far sì che la rete diventasse un habitat in cui si potesse esercitare la libertà di tutti nel rispetto di quella degli altri e di dare libero sfogo alla conoscenza, sembrava essere stato raggiunto. Il sogno si è presto tramutato però in una triste realtà. Le vaste praterie si sono presto trasformate in un far web e i territori in cui un tempo si camminava liberi oggi stanno diventando enclavi nazionali con tanto di guardiani al cancello poste sotto il rigido controllo dei governi nazionali. Se la rete inizialmente doveva unire, oggi al suo posto è cresciuta una forza contraria che innalza barriere, filtra le comunicazioni e, nel peggiore dei casi, pone fine a ogni tipo di comunicazione con l’esterno. In poche parole, le istituzioni politiche internazionali si sono riprese ciò che era inizialmente uscito dal grembo del governo nazionale statunitense a fini difensivi in clima di guerra fredda. L’epoca delle divisioni e dei muri in cui siamo precipitati nel corso degli ultimi 10 anni, ha esteso la rincorsa a erigere barriere anche virtuali, una insana voglia di censurare invece che costruire ponti. Se nella realtà la costruzione di muri è un’abitudine consolidata della propaganda di molti governi nazionali, nel mondo del web gli stessi Stati mettono in atto una serie di blocchi che si basano su un insieme di leggi e di accorgimenti tecnici come per esempio il blocco dei dns, l’immenso elenco dei siti presenti in rete. La censura digitale è divenuta ormai una cattiva abitudine transnazionale che si va diffondendo sotto ogni latitudine e che spesso è argomentata dai governi con la necessità di preservare la sicurezza nazionale: si va dalla Turchia all’Arabia Saudita, dalla Cina alla Russia, dall’Uganda alla Bielorussia sino alla ben nota situazione in Corea del Nord (quest’ultima è un caso estremo in quanto a essere fortemente limitato è l’accesso al computer e chi ne ha diritto può accedere solo alla rete intranet nazionale con un numero limitato di siti da visitare). Nel 1989 il mondo interò gioì alla vista delle immagini provenienti da Berlino dove cadde una delle barriere più odiose in Europa. L’anno dopo, il 1990, un’altra barriera venne giù, quella della comunicazione e dell’informazione limitata e ristretta, con la nascita del web.

cms_26384/3.jpgSembrava la nascita di un’epoca d’oro, un’era di apertura e di unità sotto ogni aspetto. Poco più di 30 anni dopo le nuove paure come la migrazione di massa, la rinascita del nazionalismo sotto ogni latitudine, gli attacchi terroristici e le nuove forme di pandemia, hanno vinto il confronto dialettico con le idee di libertà prospettate qualche decennio prima. Molti muri intanto sono stati eretti sotto la spinta di timori spesso sovradimensionati e molte barriere e fili spinati sono nelle agende della politica internazionale. Come nella realtà fisica anche nello spazio del web non mancano, come detto, esempi di censura, di barriere, fire wall in grado di ostruire l’accesso alla conoscenza e a uno spazio di esercizio democratico. I muri tutti allora non rappresentano tanto il rigurgito di politiche che credevamo ormai sepolte dalla storia, ma sono il simbolo di una caratteristica molto umana di ancestrale istinto alla sopravvivenza, un temere l’altro solo perché altro da noi stessi. Decenni di contrapposizione ideologica dovuta alla perdita di consolidate certezze faticosamente acquisite sul piano storico e sociale, hanno ristabilito un sopito conflitto identitario basato su una narrazione che contrappone un noi a un loro. L’era dei muri non è mai finita, come non si è mai sopita la voglia di dividersi più che di unirsi (divide et impera). La globalizzazione ci ha regalato il potere in un click, ma ci ha anche indotto a metter su barriere di fronte a minacce spesso falsamente percepite come reali, indotte da media e tribù social che trascorrono il proprio tempo a creare divisioni in uno spazio che sarebbe dovuto essere di comune e pacifica appartenenza (Zuckerberg dixit).

Andrea Alessandrino

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