UCRAINA: LA DOPPIA MORALE DELL’OCCIDENTE

Il cambiamento della narrazione degli eventi tragici a seconda dei protagonisti e delle protagoniste

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Tendenza a dare prevalente o esclusiva importanza a considerazioni morali, spesso astratte e preconcette, nel giudizio su persone e fatti della vita, della storia, dell’arte”. La Treccani recita così nella sua prima definizione del termine “moralismo”. Di per sé fa rima con incoerenza, ma quando viene asservito alla narrazione di eventi tragici o catastrofici diventa uno stretto parente dell’ipocrisia. Perché il modo occidentale di vedere le situazioni attua involontariamente, ma per abitudine errata, il sistema dei “due pesi e due misure”. A questo si aggiunge la malsana tendenza a non chiamare le cose con il loro nome, come se privarle della loro effettiva identità le rendesse meno meritevoli di attenzioni. È vero che viviamo in un’epoca dove si danno etichette a destra e a manca, ma se è sbagliato rinchiudere qualsiasi cosa in rigide definizioni, lo è anche non dare nomi al fine di ignorarne l’esistenza. Peggio se ciò avviene a targhe alterne. Perché si parla di “guerra” per la crisi russo-ucraina e non per gli sconvolgimenti che sconquassano il mondo arabo? Lungi da chi scrive paragonare situazioni contestualmente diverse, e fomentare conseguente il gioco “qual è la tragedia più importante?”, in quanto il focus di queste righe è ricercare un egualitarismo dimenticato. Al mondo odierno mancano due qualità fondamentali: pace e uguaglianza.

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Quando si approfondisce la crisi russo-ucraina andando oltre negoziati tra capi di stato e attentati vari, attenzionando invero le conseguenze dei vari assalti, emerge un lodevole senso di solidarietà e di condanna che però torna silente quando cambiano i protagonisti della storia. Ci si indigna – giustamente – per i bambini ucraini uccisi, ma poi si tace sui crimini commessi in Libia, Siria o Palestina. Prendendo in prestito dei termini dalle scienze linguistiche, questa analisi può non solo procedere in prospettiva “sincronica” ma anche “diacronica”: nessuno si dimentica – e osi dimenticarsi – dell’Olocausto e del massacro degli ebrei perpetrato dai nazisti, ma le atrocità commesse dall’Unità 731 giapponese nei confronti dei prigionieri di guerra cinesi e mongoli sono passati pressoché sottotraccia. Un esempio classico, ma evocativo del senso del discorso. Noi occidentali siamo una società fortemente abitudinaria dal punto di vista storico, ovvero viviamo di retaggi passatici dalle culture a noi precedenti. La narrazione degli eventi che ne consegue, dunque, sottostà ad una legge non scritta: se avviene in Europa, o essa è coinvolta, massima attenzione, altrimenti si può anche fare a meno di parlarne.

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Ilan Pappé, docente ad Haifa ed Exter, ha riassunto questo discorso in quattro assiomi, come fosse un teorema matematico. Numero 1: i profughi bianchi e le profughe bianche sono i benvenuti e le benvenute, altrimenti a casa.Questo fa riferimento alla storica e lodevole decisione dell’Unione Europea di aprire le frontiere agli ucraini e alle ucraine che scappano dalla guerra… molto encomiabile – e nessuno deve azzardarsi a dire il contrario – ma ci sono tante altre genti che fuggono dagli orrori delle loro terre natie, non trovano però la speranza di ricominciare. Asserzione numero 2: si può invadere l’Iraq, ma non l’Ucraina. Quello che ha fatto Vladimir Putin non ha scusanti – anche se la NATO non è esente da colpe – ma… alzi la mano chi ha sentito qualche media affermare gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno violato la sovranità degli Stati quando vi fu l’invasione dell’Afghanistan? Va da sé che “Iraq” e “Afghanistan” siano solo degli esempi. Postulato numero 3: in alcuni casi i neonazisti possono essere tollerati.

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Parole forti, tuttavia all’incoerenza e all’ipocrisia dobbiamo aggiungere anche l’autocontraddizione. Putin ha tentato di giustificare quella che lui chiama “operazione speciale” con il tentativo di denazificare l’Ucraina. Soprassedendo sull’assurdità di questo pensiero, perché più di qualche ebreo avrebbe giustamente qualcosa da obiettare, correva il 15 giugno 2017 quando il Washington Post sosteneva quanto segue: “un eventuale scontro tra Russia e Stati Uniti non deve farci dimenticare il potere dei gruppi neonazisti ucraini”. Mentre adesso “in Ucraina operano diversi gruppi paramilitari, come il battaglione Azov e il Settore Destro, che sposano l’ideologia neonazista – scrive – ma nonostante la continua esposizione non sembrano avere un sostegno popolare”. Niente panico, dunque: se il Pravyi Sector ottiene le armi nucleari occidentali ne farà un uso saggio e consapevole. Vero che è la mente che arma la mano a fare danni, ma un arsenale con un potenziale distruttivo senza precedenti miete vittime in ogni caso.

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In ultimo, lezione numero 4: abbattere un grattacielo è crimine di guerra soltanto se accade in Europa o negli Stati Uniti. Anche qui, nessun tentativo di delegittimare il dolore mondiale provato alla tragedia delle Torri Gemelle, ma c’è un pensiero di Volodymir Zelensky che deve far riflettere: nel maggio 2021, quando erano in corso i bombardamenti israeliani su Gaza, dichiarò che l’unica tragedia nella Striscia era quella vissuta dal popolo di Israele. A quei tempi l’Ucraina si era anche ritirata dal comitato dell’ONU sui diritti dei palestinesi. Gli esempi si sprecano, e la verità che emerge è un mea culpa fatto da chi scrive: da prima fruitore e poi – a suo modo, a dirla tutta – divulgatore di notizie e fatti, il sottoscritto può inserirsi tra i responsabili di questa malsana doppia morale che ci portiamo avanti da tempo immemore. Niente assolve niente né tantomeno crea delle attenuanti – anche perché sarebbe oltremodo ridicolo provare a trovarne -, ci sono state tragedie tutte scioccanti e con il loro peso specifico per l’interno modo, però non bisogna dimenticare che da qualche parte su questo globo terracqueo moltissime persone guarda all’Occidente con molta amarezza per il nostro modo di porre le questioni più delicate: tracciamo una linea di demarcazione tra ciò che riteniamo importante riportare e cosa no, lasciando che molte vite si spengano nell’indifferenza quasi totale.

Francesco Bulzis

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