PARTYGATE: JOHNSON AL CONTRATTACCO

Dopo lo scandalo si preannuncia un reset a Downing Street

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Ormai si sa, quando di mezzo c’è la parola ‘gate’ si parla di scandali o presunti tali, anche abbastanza importanti. L’ultimo in ordine di tempo focalizza l’attenzione sull’Inghilterra, in particolare su Boris Johnson. E prende il nome di Partygate, quindi alla lettera “scandalo della festa”. E infatti si tratta di uno scandalo riguardo dei ritrovi organizzati a Downing Street tra il 2020 e il 2021, in apparente violazione delle norme anti-Covid all’epoca ancora valide. È stata un’altra settimana sulla graticola per il premier, mai veramente simpatico all’opinione pubblica dall’inizio del suo mandato alla carica governativa. Johnson ora deve fronteggiare una vera e propria insurrezione nella maggioranza Tory; il rischio è che si arrivi a un voto di sfiducia nei suoi confronti, a maggior ragione che se le voci dissenzienti dovessero raggiungere il quorum di 54 deputati su 360.

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Quindi, se il gruppo in seno al partito di governo della Camera dei Comuni dovesse ricevere voce in capitolo, potrebbe seriamente mettere in discussione la leadership del premier. Con l’aggiunta, soprattutto dall’inizio della pandemia, di essersi reso protagonista di dichiarazioni e interventi restrittivi definiti “poco felici” dal popolo di Sua Maestà. In ogni caso Boris Johnson rimarrebbe deciso a cercare di resistere presentando ai ribelli un ampio rimaneggiamento della sua squadra. Questo perché anche l’entourage del premier sarebbe stato coinvolto all’interno dello scandalo, e infatti come conseguenza ha dovuto pagare una sequela di dimissioni e siluramenti. La stampa britannica fa drizzare le antenne sul numero di dissidenti all’interno della politica inglese: la cifra potrebbe anche essere tripla, raggiungendo e superando le 100 unità, soprattutto se si dovesse arrivare ad una resa dei conti.

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La rivoluzione a Downing Street ha preso piede con la nomina del nuovo capo dello staff, una delle posizioni più importanti: il nome che avrà l’onore e l’onere di guidare la rifondazione è quello del brexiteer Steve Barclay, cui saranno affidati anche il seggio di governo e quello di deputato. Scelta non casuale: il simbolismo che si cela dietro questa scelta dice che si cercherà una maggior coesione con il gruppo parlamentare. La polemica infuria e non risparmia nessuno, tant’è che nel ciclone è finita anche la first lady Carrie: stando all’opinione comune sarebbe stata lei l’istigatrice dei passi falsi del premier. Più gossip che scandalo, ma la moglie di Johnson ha già ribadito la propria estraneità allo staff dirigenziale del marito. Anzi, si autodefinisce una figura privata “vittima” della vendetta messa in atto dagli ex consiglieri di Boris Johnson, che ora starebbe pensando solo a come chiudere in fretta l’ennesima controversia che lo riguarda. Reset in arrivo.

Francesco Bulzis

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