RILEGGENDO POESIA – FRANCESCO RIVERA

I meandri…

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“Francesco Rivera è nato a Roma nel 1944. È laureato in lettere moderne. Dal 1971 vive a L’Aquila, città della famiglia paterna. Ha collaborato a numerose riviste. Tra le sue raccolte di versi, Abbozzi naturali (Japadre 1972), Serena (Rebellato 1975), L’Orefice (Crocetti 1986), Il dolore del ragno bagnato (Lacaita 1988), Un animale bianco (Crocetti 1992), L’uccellino della casa canadese (Crocetti 1994)”. Le note biografiche in nostro possesso si fermano qui.

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Francesco Rivera, poeta rigoroso e defilato (anche geograficamente) appariva nel n. 90 di POESIA, febbraio 1995, nella rubrica Inediti.

Ha quindi, ora, almeno cinquant’anni di poesia alle spalle, però non è “social”. Quindi è pressoché sconosciuto, tanto al grande pubblico quanto alla maggior parte degli addetti ai lavori. Ecco, per i nostri lettori, alcuni link che lo riguardano, soprattutto in riferimento alla sua produzione posteriore a quel lontano 1995, quando comunque aveva pubblicato già tre raccolte con Crocetti. Ha pubblicato le seguenti raccolte poetiche: Abbozzi naturali (Japadre 1972), Serena (Rebellato, 1975), Il sole alle spalle (Ferri, 1980), Indiscrezione minima (Rebellato, 1981), L’uccello notturno (Japadre, 1984), Pece (Pellicanolibri, 1986), L’Orefice (Crocetti, 1986, prefazione di Giovanni Raboni), Il dolore del ragno bagnato (Lacaita 1988), Un animale bianco (Crocetti 1992), L’uccellino della casa canadese (Crocetti, 1994), Senza stelle (Crocetti, 1999 prefazione di Plinio Perilli), Via Crucis (Ed. Libreria Colacchi, 2003), Custodia di me (Lacaita, 2010, prefazione di Plinio Perilli). Ha anche curato (in collaborazione con diversi valenti storici) i significativi volumi e repertori culturali e civili dedicati alle vite e alle opere dei suoi illustri progenitori «aquilani»: Giuseppe Rivera, Scritti scelti, 2006; Luigi Rivera: Luigi Rivera e i suoi scritti, 2007; Cesare Rivera, Scritti sul Medioevo abruzzese, 2008 (tutti per le Edizioni Libreria Colacchi) (https://www.ilcentro.it/l-aquila/le-poesie-del-dolore-di-francesco-rivera). cms_24195/1.jpgRepetita iuvant: Francesco Rivera merita di essere letto e conosciuto, nonostante il web sia poco generoso con lui. Salvo errori, sono pochissimi i blog o i siti letterari che se ne siano occupati di recente. Scrive Plinio Perilli nella prefazione a Il Perdono dell’Angelo: Prender per mano le proprie infelicità e farne un rito, una devozione, una via crucis quotidiana e vera (paterna o filiale, è lo stesso!). Esattamente questo fa Francesco Rivera, e mentre lo impara, questo dolore essenziale alla vita, inesauribile sorgente, amara medicina, anche ce lo insegna - per cosmogonico o breve gesto, traccia e crisma di Dio, saggezza ardua, dolente, eppure radicata, feconda d’ogni rinascita. Ma occorre appunto fede, e dolore vero, e accettarlo, accettarsi - per tornare alla gioia - seminarla negli altri non meno che in noi. Non sono semi i versi ma le ombre, gli spasmi di luce che fabbricarono, ricucirono quel Credo, quella ferita. Pochi poeti, oggi, riescono, meritano l’impresa di assomigliare a Giobbe, di reincarnare, ritossire la Bibbia, formulare assieme maledizioni e preghiere pareggiate ed azzerate entrambe, in nome e per conto del Bene varcare un Mar Rosso imprevisto prima d’ogni miracolo, prima che esso ci si apra e ci spalanchi il cuore. Tuttavia (parlando di blog) Massimo Pamio, su https://noubs.wordpress.com/2016/08/14/langelo-che-non-mostra-il-volto-francesco-rivera/, afferma: Ogni libro di Rivera è, per il lettore, un’avventura unica, un’esperienza primaria, un unicum, un luogo esotico e irraggiungibile, un mistero compiuto e mai più spendibile, un varco chiuso, una conchiglia che ha ambrizzato la sua perla. “Angeli senza volto”, pubblicato di recente, riferisce di uno strappo, proprio del mondo e della vita e delle relazioni che mondo e vita stabiliscono con le creature e con la ragione, da cui derivano un debito incolmabile, il riappropriarsi da parte del fuoco d’ogni forma, motivi atti ad essere tradotti in un canto prezioso e sibillino. Rivera è uno dei letterati più claustralmente piegati dal demone della poesia a una fedeltà liturgica e zelante […]. Ne consigliamo pertanto la lettura integrale, mentre proponiamo una sua poesia. Rivera, un cognome “mandrogno” per un poeta abruzzese. Ma non consideriamolo un autore “provinciale”: provinciali saremmo noi.

I meandri che più dell’altro illividiscono l’anima
e quanto è nelle sere di peste nella cosciente rottura
del sangue protrarre questo mare di porfido
alle stagioni passive violetto il naso di Gogol
all’apparire sul ponte dello sgretolato mistero.
Quasi lucida la povertà e un gesto polisillabo
a imprigionare le tende che sul verde bagnato
hanno bisogno di vento.

Raffaele Floris

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