SICILIA MERAVIGLIOSA

Nel canale di Sicilia, c’era una volta… l’isola Ferdinandea

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È un’epoca in cui bussano alle porte della cronaca i vulcani siciliani. Non solo l’Etna ma anche i due eoliani, Stromboli e Vulcano. Quest’ultimo, in verità, rappresenta una vera e propria “novità” relativa, sotto il profilo dell’attenzione da parte della collettività, visto che risale a circa 130 anni fa l’ultimo importante fenomeno geologico. Certo, chiunque si sia avvicinato all’isola più vicina delle Eolie, ricorderà già l’odore fortissimo di zolfo e, se l’approdo è avvenuto in taluni anni, rammenterà varie piccole emissioni di fumo dalla montagna posta alla sinistra del porto. Ora si è giunti a un livello di massima allerta, a cagione della degassazione. Il pericolo c’è, perlomeno sul piano della produzione di nocivi gas. Gli abitanti vivono momenti di apprensione, le autorità tracciano programmi di prevenzione e intervento. A seguito di una recente ordinanza sindacale, emanata per motivi di sicurezza, per 30 giorni – a partire dal 22 novembre 2021 – circa 250 vulcanari su un totale di circa 500, quindi quasi metà popolazione, dalle 23.00 alle 6.00 dovranno lasciare la propria casa. Inoltre, nello stesso periodo, non potranno sbarcare turisti a Vulcano.

Lì, dove lo scrittore siciliano Stefano D’Arrigo, con il suo “Horcynus Orca”, pose l’oggetto di visione di ‘Ndrja Cambria, sta accadendo qualcosa. E non si può trattare, semplicemente, della letteraria combustione di delfini che abbracciano il magma e la morte.

Avendo alle spalle l’Etna, è la strada verso settentrione, procedendo insomma verso la grandemente sismica area del messinese, a portare al cospetto di altri vulcani. Isole vulcaniche o, per meglio dire, vulcani-isole.

Chi mai, al riguardo, pensa invece al Canale di Sicilia, quello che separa la Trinacria dall’Africa? Eppure i fermenti del Belice, disastrosi poco più di mezzo secolo fa, potrebbero indurre a degli spunti di riflessione, in relazione alla parte meridionale della Sicilia; ancor più, i ribollii delle “maccalube”, ove gas e fango creano dinamiche e raffigurazioni d’incanto e d’inferno, fan cogliere come l’osservazione vada condotta non solo sul visibilissimo e sul conosciutissimo, bensì pure su fenomeni apparentemente nascosti o – eccoci al caso specifico – celati nei meandri della storia.

Nell’esperienza siciliana, va infatti considerata un’isola che è spuntata come un fungo e si è dissolta come neve al sole.

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Dato da non trascurare: questa sorte di “isola che non c’è” può riapparire in qualsiasi momento. A essa han fatto riferimento, tra gli altri, gli scrittori Dumas, Verne, Pirandello, Camilleri, nel racconto “Il Filo di Fumo” del 1986, e Simonetta Agnello Hornby, in “La zia Marchesa” del 2004.

Naturalmente, l’isola Ferdinandea non ha nulla a che vedere con “l’isola che non c’è” del sempre giovane Peter Pan o con quella del cantante Edoardo Bennato.“E ti prendono in giro se continui a cercarla, ma non darti per vinto perché chi ci ha già rinunciato e ti ride alle spalle forse è ancora più pazzo di te”.

Nel Canale di Sicilia esiste, sotto il livello del mare, una regione vulcanica denominata “Campi Flegrei del Mar di Sicilia”; da non confondere con i Campi Flegrei napoletani, anch’essi interessanti e sicuramente più noti, nonché cari proprio a Bennato. Si enumerano, in detta regione sicula sottomarina, vari vulcani: Empedocle, Ferdinandea o Graham, Terribile, Nerita e Bannock. Si è proprio nel confine geologico tra placca euroasiatica e placca africana.

cms_23965/2v.jpg Nell’ultima decade di giugno del 1831, nella zona di Sciacca, non molto lontano da Agrigento, si avvertirono forti scosse di terremoto, un vero sciame percepibile persino a Palermo. In verità, l’epicentro era in mare. In quei giorni, per i pescatori e i marinai che prendevano il largo, era possibile appurare uno strano fenomeno: tra le onde, si notava un ribollire dell’acqua, come per effetto di una pentola posta sul fuoco; e poi i pesci, tantissimi, che galleggiavano morti, come se fossero stati avvelenati. Ai primi di luglio, dal ribollio del mare si passò a schizzi e spruzzi, con elevazione di colonne di vapore altissimo, per circa un chilometro e mezzo, mentre d’intorno fu netto l’odore di zolfo.

Il 7 luglio, tra fumo e movimento ondoso innaturale, cominciò ad affiorare della roccia vulcanica, mentre qualcuno giurava di avere visto delle lingue di fuoco. Sì, c’era qualcosa; e non era un mostro marino o una nave vittima di un incendio, ma, appunto, una cresta rocciosa che stava al di sopra dalla superficie marina per almeno sei metri. E cresceva, cresceva. Bedda matri, quanto cresceva!

Tra il 10 e l’11 luglio, venne fuori il grosso di questa struttura rocciosa, tanto da potersi cominciare a distinguere e poi ben vedere dalla costa. Il 16 luglio, si poté dire che era nata un’isola. Così, come dal nulla. Come sospinta da sotto, come determinata da un’ascensione. In altezza, raggiunse gli ottanta metri e, quanto a diametro, si parlò – in seguito – di quattro chilometri. Non propriamente uno scoglietto.

Giacché non di uno scoglietto si trattava, bensì di un apprezzabile lembo di terra posto nello strategico Canale di Sicilia, l’isola cominciò a destare gli interessi delle nazioni. L’appetito umano scatta ancor prima della contemplazione delle forme in cui, meravigliosamente, si appalesa la natura.

L’allora esistente Regno delle Due Sicilie, con re Ferdinando, decretò la propria appartenenza dell’isola, in quanto vicina alla costa regnicola, tanto da chiamarla Ferdinandea. Peccato per il sovrano che non vi giunse e non ne piantò bandiera. Un particolare non da poco, in un’epoca in cui era questa l’azione da compiere, in presenza di nuove terre, per annetterle a una nazione.

Lo sapevano bene, invece, gli inglesi. Partiti da Malta, essi piazzarono nelle rocce il loro vessillo e la ribattezzarono Graham, il 24 agosto.

La situazione stava divenendo più calda del suolo di Ferdinandea; pardon … Graham. Un vero caso diplomatico. Tanto per complicare le cose, i francesi pensarono di entrare in corsa e così, di lì a poco, raggiunsero l’isola, tolsero la (mai graditissima) bandiera anglosassone e piantarono la loro. Graham? Nome inglese? Nient’affatto: si sarebbe dovuto parlare, per i francesi, della loro “ile Julia”. All’isola, dunque, venne dato un altro nome, ispirato dalla “nascita” nel mese di luglio. Ovviamente i propositi di annessione riguardarono anche altri, come gli spagnoli. Ognuno aveva qualcosa da rivendicare, da pretendere; qualcuno ipotizzava di metter altre bandiere e di rinominare quelle rocce nel mare.

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Su impulso dei saccensi, che si erano affezionati a quell’isola visibile dalla loro costa e che denominarono Corrao – in onore di un comandante di nave –, se non, addirittura, proprio Sciacca, re Ferdinando aveva un bel dì deciso di seguire le procedure internazionali della marineria, sicché rivendicò l’isola con tanto di bandiera posta lì, in mezzo alle brulle emanazioni laviche. Poiché la storia spesso si diverte a concepire particolarità, non si può sottacere che la nave borbonica, partita per far metter piede i rivendicatori in Ferdinandea, si chiamava Etna. Insomma, un isolotto vulcanico raggiunto da un vascello avente il nome del maestoso vulcano siculo. Il capitano? Si chiamava Valguarnera, come l’ameno paesino – Valguarnera Caropepe – che è nel cuore della Sicilia, nell’ennese ombelico della Trinacria. Più siciliana di così, Ferdinandea! Agli inglesi la mossa non piacque, tanto da mandare in zona una fregata e indurre l’Etna a prendere il largo.

Mentre l’Europa era prossima all’accapigliarsi, avvenne, gradualmente, quel che i geologi francesi avevano previsto. L’isolotto, emerso dalle acque, era alquanto effimero. Aveva raggiunto una pregnante consistenza in superficie e altezza, vi si erano formati, all’interno, persino due stagnetti (non propriamente gradevoli, per colore, odore, salinità; forte era la matrice vulcanica), ma la composizione delle rocce, riferibile a tefrite, non assicurava lunga vita al neonato.

Ferdinandea – o come la si vuol chiamare – cominciò a sgretolarsi, del tutto naturalmente, sol per azione del moto ondoso. A metà dicembre del 1831, dunque dopo sei mesi dalla sua “apparizione”, l’isola non era più visibile.

Cosa era accaduto? Come nacque, l’isola?

Ferdinandea non è un ascensore. È chiaro a tutti che, sotto, vi sia qualcosa di vulcanico. Ma è errato immaginare un’emersione come “a stantuffo”. In realtà, come pressoché subito appurato dagli studiosi, l’isola è il prodotto di eruzione sottomarina, cioè la stratificazione di materiale che, con la fuoriuscita dal cratere centrale del cono del vulcano Empedocle, via via si sovrappone, “crescendo” in altezza, fino a superare, in questa progressione, il livello del mare. L’isola era dunque una cresta di vulcano in fase effusiva.

L’evoluzione in altezza, cui può seguire una involuzione, è tipica di ogni vulcano attivo. Vale per l’Etna, ad esempio: magma, lapilli, cenere derivanti dal cratere sommitale, determinano un aumento di elevazione, salvo poi una riduzione a causa di agenti atmosferici. È un modellare e rimodellare.

Per Ferdinandea, il mare impresse una celerità nell’opera di erosione. Quando l’ultima onda diede il definitivo schiaffo a quei cenni di vita vulcanici, l’attenzione per il fenomeno – e per i riflessi geopolitici – lasciò il passo alla crescente indifferenza.

Tra rivolte, spedizioni unitarie, nuova identità nazionale, resistenze e brigantaggi, guerre, eruzioni e terremoti, chi mai poteva badare più di tanto a quanto accaduto in quei mesi del 1831? L’oblio coprì ancor più della superfice del mare che, come un manto, pone il distinguo tra mondi paralleli: da un lato quel di cui ci curiamo, dall’altro un qualcosa che ci appare lontano come la Luna. Quindi via i politici e gli affaristi! Largo ai poeti e agli scrittori che, negli ultimi due secoli, hanno ricordato a volte in modo scientifico, a volte in modo umoristico, e a volte in modo poetico-narrativo l’isola sorta e scomparsa nel Canale di Sicilia.

Addio, Ferdinandea o come la si vuol chiamare! Il fuoco che sboccia nell’acqua, la creazione che sapora già di fine, il nascere per morire o per un semplice addormentarsi. Come la bella addormentata avrà Ferdinandea il suo Principe azzurro? Addio o un non improbabile arrivederci?

Edoardo Bennato ci invita a credere nei sogni. “Ma che razza di isola è?... Niente odio né violenza, né soldati né armi… Forse è proprio l’isola che non c’è, che non c’è”.

Andrea Vaccaro e Camillo Beccalli

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