DONNE - II^

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Ebe - Antonio Canova

Per capire l’umorismo feroce di Pirandello e da quale parte lui sta, basta leggere ciò che scrisse dei carusi:

Và, và e và, spogliati,

levati a cammisa e mettiti u saccu

a Cummatini nun fa notti,

a Cummatini nun è festa.

Và, và, e mettiti a lumera in testa

Carricati di zurfu, portati a coffa.

I carusi erano i ragazzi che lavoravano come schiavi nelle miniere di zolfo. Caruso in siciliano significa ragazzo, il termine proviene dal greco “Kouros”, mi si stringe il cuore pensando alle statue greche dell’età arcaica del kouros, del ragazzo bello, buono e sorridente, 2600 anni prima i ragazzi stavano meglio, è progresso questo? Ma sto prendendo vie traverse, ritorniamo al dunque, ricordatevi che ho sempre il berretto a sonagli sulla testa e che cerco di capire il perché accadono le cose, il peccato, non il peccatore, per fare in modo che non accadano o che restino almeno nelle tabelle delle statistiche in percentuali minime. Dunque Pirandello stava dalla parte dei poveri, dei ‘contadini’ come il grande Tolstoj, ma pare non averne la grandezza morale, (Tolstoj rinunciò ai diritti d’autore in favore dei propri contadini affinché questi potessero riscattare le terre che lavoravano e rendersi indipendenti). Pirandello un grande letterato indiscutibile ma dallo sguardo disincantato e ‘feroce’, un uomo correttissimo e all’antica, inscatolato tra i tormenti di aver abbandonato la moglie e la voglia matta di amore, amore completo di passione e comprensione, del tipo di Edoardo/Ottilia, non certo quella passione che esplose come un vulcano in tarda età per la splendida attrice e sua musa Marta Abba, che gli causò una notte atroce.

Pirandello descriveva così bene le ‘maschere’ perché egli stesso le indossava, anche se non avrebbe voluto. Nel 1911, Pirandello pubblicò il romanzo “Suo marito”, noto anche con il titolo “Giustino Roncella nato Boggiolo” dove mette alla gogna, neanche velatamente Grazia Deledda e il marito di lei. Come nelle Affinità Elettive di Goethe troviamo due coppie: Giustino Boggiolo e Silvia Roncella, Maurizio Gueli e Livia Frezzi. Giustino è un modesto impiegato, dalla modesta cultura, dall’immodesta nudità caratteriale, tanto da rendersi ridicolo. Quando Silvia, la moglie diventa celebre e ricca grazie al suo talento letterario, il povero Giustino non ha nessun limite alla spudoratezza del successo che intende come una sua creatura, il povero Giustino è così ridicolo che alla fine fa quasi tenerezza. Silvia è come Ottilia, docile, composta, incantevole nella sua semplicità, non le importa il successo, le piace scrivere, non lo ha cercato il successo è venuto da sé e con grande dignità sopporta pazientemente e teneramente il marito. Maurizio è un maturo e disilluso scrittore che ha Livia, un’amante gelosa all’inverosimile ma che nonostante questa sua ‘possessione’ non ha mai letto nulla di ciò che scrive Maurizio (Ella non aveva mai letto nemmeno una pagina dei libri di lui, e se ne vantava). Fra Silvia e Maurizio scoppia l’amore, scattano le affinità elettive, tentano una fuga romantica che si conclude con un’atroce notte (ancora questa atroce notte) e Livia che tenta di ammazzare Maurizio, che si salverà per un pelo. Dopo altre situazioni tragiche, il romanzo si conclude col ritorno di Maurizio fra le ‘braccia’ di Livia, di Giustino che finalmente comprende e lascia andare sola e libera Silvia, la quale non può tornare indietro, alla vita coniugale di prima, causa quella notte di amore non consumato, la notte atroce. In questo romanzo sembra quasi che Maurizio possa rappresentare Pirandello stesso, innamorato di Silvia/Grazia Deledda (Avvertivano entrambi di cedere sempre più […] a una violenza esterna che li premesse e li spingesse a unirsi contro lo sforzo che essi anzi facevano per resistere e tenersi discosti, sentendo che la loro unione sarebbe per forza quale essi in fondo non avrebbero voluto. Ah, potersi liberare a vicenda da quelle condizioni odiose, senza che la loro unione fosse possibile solo a costo d’una colpa che incuteva a lei ribrezzo e orrore, a lui sgomento e rimorso!)

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Venere e Adone- Antonio Canova

Grazia Deledda era nella vita, molto religiosa, era credente, teneva alla famiglia, e alle parole dette il giorno del suo matrimonio: “L’uomo non osi separare ciò che Dio ha unito”, Pirandello aveva nella sua realtà, quella moglie ossessivamente gelosa non di ciò che era lui (riteneva la professione del letterato non potesse comportare alcuna serietà, alcuna onestà; che fosse anzi la più ridicola e la più disonesta delle professioni) ma del suo gioiello, della sua virilità (Ciò che le altre donne belle danno all’uomo, cui nell’intimità si concedono, è così poco a confronto di quanto han profuso tutto il giorno agli altri, e questo poco è concesso con modi e grazie e sorrisi così simili in tutto a quelli che esse prodigano a tanti e che tanti perciò, pur non entrati in quell’intimità, conoscono o facilmente immaginano, che - a pensarci - si smaga subito la gioia del possederle. Livia Frezzi aveva dato a Maurizio Gueli la gioia del possesso unico e intero. Nessuno poteva conoscerla o immaginarla, com’egli la conosceva e la vedeva nei momenti dell’abbandono. Ella era tutta per uno; chiusa a tutti, fuor che a uno).Così scopriamo che Pirandello avrebbe voluto comprensione e condivisione di idee e pensieri, ma era come incatenato alla lussuria, alla maestria erotica e forse così possiamo anche immaginare che quella notte atroce abbia a che fare una cilecca, cioè lo sbagliare, il non arrivare all’obiettivo, termine che si dice anche dell’uomo che non riesce a portare a termine un rapporto sessualee che ciò Pirandello lo abbia vissuto come un dramma, come un’incapacità di essere animale con una donna/Beatrice, una donna/angelo.

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Teseo e il centauro- Antonio Canova

Sono solo ipotesi per cercare di addentrarmi nella sempre maggior diffusione di crisi della coppia. Le donne sempre più mascoline, mentre gli uomini saltano l’altra sponda oppure diventano o troppo rudi o troppo sottomessi, non si capisce bene se questa confusione di ruoli sia ‘naturale evoluzione’ o un qualcosa di teleguidato: Ivan Illich, filosofo, pedagogo e sacerdote, già nel 1982 scriveva nel suo saggio Gender che la chimera della parità fra i sessi era in realtà uno stratagemma per ottenere che le donne lavorassero come gli uomini; per raddoppiare la forza lavoro e che il gender fosse il tanto agognato e costruito terzo genere per avereun nuovo consumatore. Agghiacciante perché secondo la teoria gender l’identità sessuale di un individuo non viene stabilita dalla natura e dalla biologia, ma ognuno è libero di assegnarsi il proprio genere percepito, agghiacciante perché sappiamo bene che l’essere umano è mutevole, insoddisfatto e diverso da un giorno all’altro, ben pochi hanno dei punti fermi e anche questi vengono scalzati e minacciati di giorno, in giorno, cosa accadrà quando apriremo gli occhi? Ma sono andata fuori tema ancora, vi scrivo due righe su Grazia Deledda, perché con lei siamo finalmente giunti in Romagna. Grazia Deledda è nata a Nuoro, il 28 settembre 1871, in una famiglia numerosa e benestante, nell’ambiente ristretto della piccola città sarda, fu oggetto di critiche e chiacchiere perché si ostinava a scrivere e a inviare i suoi racconti, le sue storie o i saggi con le tradizioni e gli usi della Sardegna alle riviste, ai quotidiani, veniva criticata nonostante ricevesse encomi da altri scrittori, per esempio Luigi Capuana e dagli editori, veniva criticata nonostante le opere pubblicate e i primi guadagni ricevuti, veniva criticata perché era disdicevole non solo scrivere, ma anche il solo pensare di farlo, perché in questo modo non avrebbe mai trovato marito, ciò sarebbe stato assai indecoroso e nonostante tutto il ‘progresso’ lo è anche oggi, una donna sola è considerata, non a parole magari, ma col pensiero inconsapevole, una facile preda, ma alla Deledda questo non importava e se ne andò a Cagliari, iniziando una nuova vita. A Cagliari trova pure un marito: Palmiro Madesani, impiegato dell’intendenza di finanza che diventa il suo agente letterario, si licenzia dal lavoro per dedicarsi esclusivamente alla moglie. Insieme hanno avuto due figli di nome Franz e Sardus (da Sardus Pater, dio eponimo dei Sardi nuragici). Si trasferiscono a Roma, la Deledda realizza due sogni, quello di vivere in un ambiente intellettuale vivace e quello di avere una famiglia tranquilla e un marito che le toglie tutte quelle beghe pratiche che non ama per niente. La Deledda sta nel vivere mondano ed elitario dei salotti romani, ma rimane la stessa “Cosima”, (suo romanzo autobiografico) narrando di storie di pietà religiosa, di quotidianità e di gentile intimità, ma anche storie di briganti, di esclusi e di poveracci. Le prime novelle, oltre a raccontare storie d’amore, descrivono in modo impietoso, la simulazione della virtù, la doppiezza dell’ipocrisia e l’arretratezza della sua città natia, provocando rancore e ira da parte dei suoi concittadini, che accusano la Deledda di scrivere delle falsità. Nonostante questa ostilità la scrittrice rimarrà sempre molto legata alla sua terra, radici impiantate in modo ancestrale e atavico che le permetteranno di restare genuinamente uguale a sé stessa. Scrive romanzi di successo: Elias Portolu, Cenere, da cui nel 1916 è tratto l’omonimo film interpretato da Eleonora Duse, L’edera e Canne al Vento. Nel 1927, le viene conferito il Premio Nobel per la Letteratura, prima e unica donna italiana a riceverlo: “Per la sua ispirazione idealistica, scritta con raffigurazioni di plastica chiarezza della vita della sua isola nativa, con profonda comprensione degli umani problemi”. Così dopo questo grande successo, piano piano la Deledda viene criticata ferocemente e oggi è quasi ormai dimenticata, le hanno affibbiato la fama di essere la più sgrammaticata delle scrittrici europee, l’ambiente letterario non è scevro da astiosa invidia, per la legge della prossemica, più diventi importante, più ti allontani dalla marmaglia e più questa ti denigrerà. La Deledda è imperdonabile perché è religiosa, ama la sua famiglia e osa scrivere e prendere pure un Nobel. Era questo che Pirandello non le perdonava, il fatto di aver concretizzato la sua vocazione e allo stesso tempo realizzando una famiglia stabile, quello che lui, uomo, non era stato capace di fare.

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Maddalena penitente- Antonio Canova

La Deledda morì per un tumore al seno nel 1936. La Deledda era solita trascorrere le vacanze estive a Cervia, in un villino circondato da giunchi, tamerici, e dune di sabbia, di Cervia amava il mare e la pineta. Frequentava personaggi, fra i più poveri e sfortunati, ricordati anche nelle sue opere e incontrava amici, letterari ed artisti, che vivevano nelle vicinanze quali Marino Moretti, Alfredo Panzini, Filippo De Pisis, Antonio Beltramelli e Antonio Baldini, quest’ultimo originario del piccolo paese romagnolo di Coccolia, era uno dei redattori della Ronda, una rivista letteraria pubblicata a Roma tra il 1919 e il 1923. I redattori della Ronda si autodefinivano i “sette savi” o i “sette nemici”, per indicare i legami di amicizia, ma anche la divergenza di idee, un fervido ambiente culturale di cui fanno parte tra gli altri anche Vincenzo Cardarelli, Riccardo Bacchelli e Aurelio Emilio Saffi. La Ronda ebbe numerosi collaboratori esterni tra i quali Vilfredo Pareto, gli artisti futuristici Alberto Savinio e Ardengo Soffici e tra i pittori metafisici Carlo Carrà. La Romagna dei primi del Novecento è veramente un centro di cultura illuminato. La Deledda è cittadina onoraria di Cervia, il borgo rivierasco le ha dedicato anche un monumento che si trova nella parte di lungomare intitolato a lei. L’opera è dello scultore Angelo Biancini, in realtà i monumenti sono due: due figure femminili, una portatrice d’acqua e l’altra una pescivendola, una donna sarda e una donna romagnola.

(Continua)

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Paola Tassinari

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