LA PAGINA DELLA CULTURA NEI DIALETTI ITALIANI - XV^

Aspettando il Natale in… Campania

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Il Natale campano è un caleidoscopio di riti e tradizioni in cui la briosa bonomia del popolo partenopeo si esprime in folclore apotropaico, dove sacro e profano convivono in una sintesi divinatoria che sfida le leggi del tempo.

Tra fede e superstizione

Il malocchio. Ancora oggi quando scocca la mezzanotte della Vigilia di Natale, le donne guaritrici (o levamalocchio) tramandano alle figlie femmine i propri poteri magici: l’antica e misteriosa arte di guarire dal mal di testa le vittime del malocchio.

La leggenda del lupino. A Natale e Capodanno è d’obbligo bruciare in casa una pigna perché l’odore della resina sciolta sul fuoco è simbolo di buon augurio. L’usanza risale al 1600 quando nell’area napoletana attecchì l’antica leggenda del lupino legata alla fuga della Sacra Famiglia in Egitto e giunta sino a noi grazie alla tradizione dei cunti, testi tramandati oralmente da generazione in generazione.

Comme Barbarea accussì Natalea. Le condizioni meteorologiche del giorno di Santa Barbara, il 4 dicembre, sono le stesse del giorno di Natale. E’ quanto afferma la saggezza popolare fedele al culto di Santa Barbara, radicato nella Napoli borbonica (lo stesso Re Ferdinando ne era devoto).

I falò di San Nicola. Il 6 dicembre, in diversi luoghi della Campania si accendono falò per far sì che il Santo assicuri prosperità e benessere a tutta la comunità.

O’ fucaracchio. E’ il falò con il quale si celebral’Immacolata Concezione a Castellammare di Stabia, in provincia di Napoli nel rispetto di un antico rito religioso con effetti propiziatori.

Le streghe. A Benevento, città delle streghe, in questo periodo indossa il vestito delle feste natalizie non mancando di portare in tavola cardo in brodo o cardone beneventano.

A mess’e notte. E’ consuetudine che il Natale a Baiano (un paese in provincia di Avellino) cominci il 13 dicembre, nel giorno di Santa Lucia quando, al buio, i cittadini si raccolgono per e’ mess’e notte (la messa della notte). Queste messe notturne durano fino al giorno di Natale, quando il piccolo paese si anima per la Festa del Maio, una tradizione contadina legata all’albero tagliato e “sacrificato” a Santo Stefano davanti la Chiesa madre.

Oi Stefanì: la Festa del Maio di Baiano.

Durante la sera della Vigilia di Natale la gente in processione attraversa le strade cittadine, i tortuosi vicoli dei vesuni, per recarsi presso la Chiesa di Santa Croce dove si celebra la Santa Messa. Nel corso della celebrazione si benedicono le carabine e gli utensili che serviranno al taglio dell’albero, scelto nel bosco e segnato con due grandi esse di colore rosso.

Ad attendere la folla festante c’è il parroco, pronto a elargire la benedizione al Maio di Santo Stefano, al suono della canzone a lui dedicata Oi Stefanì’. In questo momento i botti e i canti terminano, tutto tace e si inizia ad elevare l’albero per dare inizio alle celebrazioni del Natale Baianese.

Il pomeriggio giorno di Natale si accende il falò propiziatorio lungo lo stradone di Santo Stefano dove si riversano gruppi di persone che cantano e lanciano petardi, cercando i sarcinielli (le fascine) da deporre intorno al Maio per accendere un enorme falò.

A Santa Lucia nu’ passe ‘e gallina. Così recita la prima parte di un’antica massima popolare campana. Il detto deriva dal fatto che, prima della riforma del calendario voluta da Papa Gregorio XIII nel 1852, il solstizio d’inverno cadesse proprio il 13 dicembre, giorno in cui le ore di luce duravano di meno. A Napoli, parallelamente alla santa “ufficiale”, è molto sentito il culto nei confronti di un’altra Lucia, sfortunata sposa protettrice degli innamorati, una delle tante anime pezzentelle (dal latino peto = chiedo) che si trovano nel sottosuolo della chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco e dei cui teschi i credenti, in cambio di protezione, si prendono cura con fiori e preghiere per rendere loro meno difficile il passaggio nel Purgatorio. La sposa infelice è oggetto di grande devozione popolare: numerose sono le richieste di amore, le invocazioni di scarcerazione dei carcerati, le preghiere per trovare un lavoro o le protezioni negli studi.

Sant’Aniello e le donne gravide. Secondo la tradizione le donne in attesa di un bambino il 14 dicembre, giorno dedicato a Sant’Aniello Abate, debbono recarsi nella città di Sant’Agnello (in provincia di Napoli) per onorare il Santo e chiedere la protezione per il nascituro. In questo stesso giorno non devono: avvolgere gomitoli perché la creatura verrebbe al mondo con il cordone ombelicale avvolto intorno al collo, usare oggetti taglienti onde scongiurare che il bimbo in grembo nasca privo di un arto e tamburellare con le dita sul tavolo perchè potrebbe portare il bambino a soffrire di inestetismi della pelle.

Il miracolo laico di San Gennaro. Il 16 dicembre a Napoli si celebra il miracolo laico, nel ricordo della devozione che il popolo di Napoli al suo Santo per difendersi dalla furia del Vesuvio che nel 1631 minacciava di raggiungere la città. Anche in questa data, al pari del 19 settembre e della prima domenica di maggio, la liquefazione del sangue del Santo è segno di buon auspicio.

La tombolata

In occasione delle festività natalizie è uso comune riunirsi in casa per trascorrere piacevoli serate giocando in compagnia alla tombola.

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Le origini del gioco della tombola risalgono alla Napoli del 1734 quando non correva buon sangue tra Carlo di Borbone e Padre Gregorio Maria, il frate domenicano che si adoperava in favore di poveri ed emarginati e per combattere il vizio del gioco del lotto. Il re riteneva che il gioco dovesse essere gestito dal potere regale per evitare che divenisse clandestino, mentre Padre Gregorio Maria lo considerava immorale per motivi religiosi. La soluzione si trovò vietando il gioco durante le festività natalizie affinché non ci si distraesse dalla preghiera ma i napoletani, restii a rinunciarvi, preferirono attribuirgli un carattere familiare ideando il cartellone con i 90 numeri, che venivano estratti a turno da un cestino (‘o panariello’) con all’interno 90 numeri e le cartelle con i numeri disegnati per tenere il conto delle estrazioni.

Ad ognuno dei novanta numeri, la tradizione popolare fa corrispondere un significato allusivo che raccoglie tradizioni, aneddoti e scaramanzie locali in una sorte di dizionario: la nota ‘smorfia napoletana‘, legata anche a Morfeo, il dio del sonno nell’antica Grecia, in quanto in ogni numero traduce in “giocata” la descrizione di un sogno. La tombola reca con sè doppi sensi e allusioni sessuali espresse dal Femminiello (chi estrae i numeri) in dialetto .

I Presepi

San Gregorio Armeno

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A Napoli una delle note caratteristiche del Natale è la rassegna dei pastori esposti sui banchi affastellati lungo via San Gregorio Armeno, dove artisti ed artigiani espongono in versione presepiale personaggi illustri o tristemente noti da loro magistralmente riprodotti. La via diviene per le folle di turisti incuriositi dalla creatività un luogo di attrazione e rito annuale per gli stessi cittadini ossequiosi dell’usanza di acquistare il nuovo pastore che andrà ad arricchire il Presepe.

La tradizione presepiale napoletana è antichissima.

A Napoli si ha notizia del presepe già nel 1025, in un documento che menziona la Chiesa di S. Maria del presepe, e nel 1324 quando viene citata ad Amalfi una “cappella del presepe di casa d’Alagni”.

Nel secolo XV compaiono i primi “figurarum sculptores” che realizzano sacre rappresentazioni in chiese e cappelle napoletane.

Verso la metà del 1500, con l’abbandono del simbolismo medioevale, nasce il presepe moderno per merito, secondo la tradizione, di San Gaetano da Thiene che nel 1530 realizza nell’oratorio di Santa Maria della Stelletta (presso l’Ospedale degli Incurabili) un presepe con figure in legno abbigliate secondo il costume del tempo. Nel corso del ‘500 la costruzione dei presepi si arricchisce di figure di dimensioni sempre più ridotte fino alla realizzazione del primo presepe mobile a figure articolabili, allestito dai padri Scolopi nel 1627.

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Nel ‘700 con il Regno di Carlo III di Borbone cambiano le tecniche di realizzazione dei personaggi presepiali e il “figurinaio” diviene una vera e propria professione, che coinvolge anche le donne di casa adibite al taglio e cucito delle vesti nella realizzazione di pastori, di animali di strumenti di lavoro e musicali. Un presepio enorme viene allestito in alcuni saloni del Palazzo Reale di Napoli, con centinaia di personaggi creando molto seguito anche fra i nobili in gara fra loro per la realizzazione di scenografie sontuose e, in forme molto più semplici, e nel popolo.

Dopo il regno di Ferdinando IV il presepe cominciò a decadere. La maggior parte dei presepi furono definitivamente smontati, i pastori venduti o dispersi. Di questi fantastici presepi non è giunto fino a noi quasi nulla. Tra i pochi salvati, va ricordato il magnifico allestimento Cuciniello, donato dallo scrittore Michele Cuciniello alla città di Napoli e conservato nel Museo della Certosa di San Martino.

E già… è Natale

E’ la poesia in dialetto napoletano che propongo in questo spazio dedicato al Natale campano.

E già… è Natale

Che bello stu cielo stanotte!/

Miezo a nu manto ê stelle lucente/

‘n’angiulicchio, biato, s’abbrazza â luna/

r’argiento mente attuorno ‘na morra/

‘e strumiente sona cuntenta/

p’’o Bambeniello. E già… è Natale./

‘O viento carreja sti nnote/

e pe ‘nu mumento surtanto i core/

se scordeno ‘e ppene p’’a ggioia/

‘e stu fatto reale./

“Però, Marì, tu ‘o ssaje ca n’abbasta/

‘na museca angelica, ‘na capanna,/

‘nu munnu ê pacchette all’abbete,/

luce e lucette sbrennente/

pe fa veramente Natale!/

E quanno mille penziere e mille/

cchiuove spuntute t’arravoglieno ’a capa/

comm’a curona ê cristencroce/

quanno ‘a vita, scura, te fa sputà lacreme/

amare – dimme tu – è ancora Natale?”./

“Eh, core mio, tu hai raggione,/

ma si tutte ‘nzieme ‘a porta do’ core/

e da’ speranza tenimmo spalancata,/

si nce facimmo purtà/

-comme i pasture cu ’a cumeta-/

fino ô Bambino, forse sulo tanno/

nce scetammo d’ô sprufunno cchiù funno/

e capimmo ‘a meraviglia vera do’ Natale”./

‘Na morra ‘e strumiente sona luntano/

‘o viento int‘’o core carreja sti nnote …/

È Natale ancora.

(Traduzione)

Quanto è bello il cielo stanotte!/

Fra un manto di stelle lucenti/

un angioletto, beato, abbraccia la luna/

d’argento mentre intorno uno stuolo/

di strumenti suona gioioso/

per il Bambinello. E già… è Natale./

Il vento diffonde le note/

e per un momento soltanto i cuori/

accantonano crucci e tormenti/

per la gioia di questo evento reale./

“Però, Maria, tu sai bene che non basta/

una musica celestiale, una capanna,/

una miriade di doni appesi all’abete,/

luci e lucine splendenti/

per fare un vero Natale./

E quando mille pensieri e mille/

chiodi appuntiti ti cingon la testa/

come la corona di Cristo in croce/

quando la vita, triste, ti fa versare lacrime/

amare – dimmi tu- è ancora Natale?”/

“Cuore mio, tu hai ragione,/

ma se tutti insieme spalanchiamo/

la porta del cuore e della speranza/

se ci lasciamo guidare/

– come i pastori con la cometa -/

fino al Bambino, forse solo allora ci sveglieremo/

dal buio profondo e comprenderemo/

la meraviglia vera del Natale”.

Un concerto di musica vien da lontano/

il vento accoglie le note e al cuore le affida …/

È Natale ancora.

Natale in tavola

In Campania, il cenone della Vigilia di Natale predilige pietanze a base di pesce: spaghetti con vongole, seguiti dal baccalà fritto e in umido, dal fritto misto di carciofi, pane, fegato, cardi, e capitone. Per i campani mangiare il capitone è un atto simbolico e di buon auspicio perché significa mangiare il serpente (l’animale che rappresenta il male).

Il menù del pranzo di Natale tradizionale iniziava con le tagliatelle all’uovo seguite dalla tacchina al forno con patatine novelle accompagnata dalla frittura a base di panzarotti, sfogliatelle di ricotta, fegatini, cervello, animelle, mozzarelle, scarola, pizzelle all’uovo, dadi di polenta, carciofi, funghi.

Dopo il pasto natalizio su ogni tavola la tradizione vuole le ciociole o sciosciole, da “ciocio” (sciocco), ossia la frutta secca, intesa come sciocchezza rispetto al resto del menù natalizio, una onomatopea legata al rumore che fanno noci e noccioline nel cesto quando le si estraggono.

Concludono il pasto gli struffoli, i mostaccioli, i roccocò, i sussamielli.

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Gli “struffoli” sono un dolce antichissimo, e appartengono alla tradizione napoletana insieme ai mustacciuoli, ai roccocò ed ai susamielli.

Gli struffoli

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Gli struffoli sono un dolce composto da piccole palline fritte di un impasto a base di farina e uova, tenuti uniti da miele e guarniti con pezzetti di frutta candita. Si narra che i Greci abbiano importato gli struffoli nel golfo di Napoli al tempo dell’antica Partenope e che il nome di struffoli, quindi, ,derivi dal greco “strongoulos pristòs” , cioè pallina rotonda tagliata. Gli strufoli (privi di una effe), citati in due famosi trattati di cucina del 1600 del Latini e del Nascia, si sono rapidamente diffusi in gran parte dell’Italia centro meridionale, seppure con qualche variante nel nome (si chiamano cicerchiata in Umbria e in Abruzzo).

Come tanti altri dolci, le palline di pasta fritta condite col miele venivano spesso preparate dalle suore su ordinazione per essere regalate durante le feste di Natale.

Per l’esecuzione della ricetta in origine si prescriveva che fossero piccoli per risparmiare il miele in tempi in cui le disponibilità economiche erano poche.

Mostaccioli

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I mostaccioli sono dolci dalla forma romboidale ricoperti di glassa al cioccolato, il loro nome è legato alle antiche preparazioni contadine che utilizzavano il mosto per renderli più dolci: mustacea era, infatti, il loro nome latino, a testimoniare l’antica origine.

Nei ricettari del Rinascimento compaiono gli antenati dei mostaccioli napoletani, forse derivati dai pani speziati del Medioevo e dai dolci romboidali di marzapane della Provenza. Alla fine del ‘700 arrivò il cioccolato e, quindi, potrebbe essere plausibile ipotizzare che i mostaccioli napoletani nell’attuale “composizione” degli ingredienti nasca proprio in tale periodo.

Roccocò

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Il roccocò è altro tipico dolce napoletano prodotto con mandorle, farina, zucchero, canditi e spezie.

Susamielli

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Appartengono alla tradizione sono anche i susamielli, pasticcini bassi e piatti a forma di esse, di colore marrone chiaro e con la superficie esterna cosparsa da semi di sesamo.

Antonella Giordano

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