LA PAGINA DELLA CULTURA NEI DIALETTI ITALIANI - XIV^

Aspettando il Natale in…Molise

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Luce e calore, elementi simbolici in cui della sacralità profana costituiscono espressioni caratterizzanti la ritualità degli albori dell’umanità. Non a caso venivano venerati il sole nonchè la luce e il calore che elargisce come fattori fisici che assicuravano l’energia necessaria per i meccanismi vitali e, nel contempo, strumenti per riconoscere il divino nell’armonia cosmogonica della vita.

Nei riti del Natale tramandati nel tempo è il fuoco l’elemento del sole, il sinonimo di immortalità, rigenerazione, energia e passione, calore, alla cui capacità distruttiva corrisponde quella purificatrice (segnatamente, nei riti di cremazione, il fuoco ardendo distrugge il corpo - la parte materiale - permettendo all’anima di innalzarsi libera e purificata e, parimenti, nell’iniziazione esoterica - bruciando ogni desiderio e passione – diviene rigeneratrice dell’anima dell’iniziato destinata all’immortalità).

Quanto premesso per comprendere quale importanza assumano le celebrazioni natalizie del fuoco in Molise. In questa Regione l’antica usanza del ceppo acceso nei focolari, celebrata dalle famiglie all’interno delle pareti domestiche come benaugurante, seppure diffusa, possiede una valenza meno coinvolgente rispetto a quella più dirompente, condivisa dalle collettività dei tanti paesi presenti nel territorio nel giorno della Vigilia di Natale, quando si organizzano manifestazioni con falò e fiaccole portate in processione.

La ‘Ndocciata

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In provincia di Isernia, ad Agnone, il 24 dicembre si svolge la ‘Ndocciata, una sfilata di enormi fiaccole di fuoco (in dialetto ‘ndocce, da cui deriva il termine ‘ndocciata), festa riconosciuta, nel 2011, ‘Patrimonio d’Italia per la tradizione’.

La ‘Ndocciata’ è una “cosa antica”, dicevano gli anziani di Agnone.

La ‘Ndocciata, risalente ai Sanniti, i quali usavano le torce come fonte di luce durante gli spostamenti strategici, è divenuta, nel XVIII secolo, una cerimonia religiosa in cui il rito precristiano del solstizio d’inverno si è fuso con la ricorrenza della Nascita di Cristo, ‘la Luce del Mondo‘.

Tipica del borgo di Agnone (e in misura meno spettacolare presente anche nel paese marsicano di Santo Stefano di Sante Marie) questa tradizione è rimasta viva nei secoli, tramandata dai contadini che, fin dall’800, utilizzavano le ‘ndocce per illuminare il cammino e per poter raggiungere le numerose chiese del borgo antico e assistere alla Natività.

Il giorno della Vigilia di Natale i gruppi delle sei contrade (Capammonde e Capaballe, Colle Sente, Guastra, San Quirico, Sant’Onofrio) sfilano per le strade del paese portando sulle spalle enormi torce realizzate a forma di ventaglio di abete bianco e ginestre (‘ndocce) in processione verso la piazza principale. Al suono delle 100 campane del paese lo spettacolo diviene travolgente. I portatori delle fiaccole della ‘Ndocciata sono solo uomini, vestiti con mantello nero di lana pesante a forma di ruota con bavero alto legato al collo (la cappa), camicia di panno tessuto a mano aperta fino a metà petto e con solo 4 bottoni, calzoni neri, scarpe di cuoio nero con punta tozza e i proteggi gambe (ru uardacosse) in pelle di capra o di pecora. Alla processione partecipano anche le donne vestite in abiti contadini (calze di lana di pecora, una gonna lunga liscia avanti e plissettata dietro e il fazzoletto bianco triangolare ricamato agli angoli sul capo un tempo indossato dalle nubili in cerca di marito).

Una volta raggiunta la piazza alla ‘Ndocciata viene appiccato il fuoco che presto divampa in un grande falò attorno al quale la gente fa festa per salutare le cose negative, simbolicamente arse nel fuoco.

Ad Agnone il Natale ricorreva il 21 di novembre. Il piccolo borgo alto-molisano, nell’Ottocento, era abitato da moltissimi artigiani del rame e da pastori che, in questo periodo dell’anno, secondo l’antico rito della transumanza, dovevano abbandonare le loro case alla ricerca, in Puglia, di mercati più proficui o pascoli ancora verdi.

Per permettere, dunque, agli uomini di festeggiare con le famiglie, ogni anno il Natale veniva anticipato. All’alba del 21 novembre veniva celebrata la Santa Messa nella piccola chiesa di San Pietro, nella solennità creata dagli zampognari che eseguivano la famosa Pasturella (Pastorale), una musica dolce in onore della Madonna delle Grazie. Una volta usciti dalla Chiesa, nelle case si si consumava cioccolata calda e ru Raffaijuol, i deliziosi biscotti di forma piatta simili alle pastarelle, a base di uova, zucchero, farina, olio di oliva e latte, anticamente cucinati sulla brace del caminetto e caratterizzati da un leggero retrogusto affumicato. Il sapore dei dolci e il ricordo delle famiglie avrebbe accompagnato i transumanti lungo il viaggio.

La Faglia

cms_20361/3v.jpgLa sera della Vigilia di Natale, a Oratino, in provincia di Campobasso, il fuoco e la Nascita di Gesù vengono celebrati con la ’Faglia’, una sfilata di una sola enorme fiaccola, fatta di canne secche di oltre un metro di diametro e di circa 13 metri di altezza, il cui peso si aggira intorno ai 30 quintali.

La Faglia, portata a spalla da 40 uomini divisi in due file, dall’ingresso del paese fino alla Chiesa Madre di Santa Maria Assunta in Cielo e incendiata, è tra le tradizioni contadine più antiche del Natale molisano. La sua organizzazione è molto complessa per la ricerca delle canne e per la costruzione del “cero” gigante, composto da canne battute e poi compresse (è il “partiell“, attrezzo tipico che permette di comprimerle) in cerchi di legno fino a formare un cilindro.

La cerimonia impone un grosso lavoro comunitario. Lungo il tragitto è fondamentale in piedi sulla torcia il ruolo del capofaglia, un tempo tenuto a prendere in giro coloro i quali avevano subito il furto delle canne e, oggi che le canne sono donate, a ringraziare i benefattori.

La processione che giunge alla chiesa è preceduta da una banda, che suona una marcia popolare.

Le Maitunate

E’ la tradizione di Gambatesa (Campobasso). Si tratta di canti improvvisati (simili agli stornelli) con cui si deride bonariamente un singolo destinatario. Gruppi di persone ogni età, sia uomini che donne, organizzati in piccoli e strani complessi musicali ricchi di variegati strumenti escono per le strade del centro abitato intonando gli ’sfottò’ diretti ai loro compaesani.

Il Presepe

Nella tradizione dei Presepi Viventi occupano un posto di rilievo il Presepe Vivente di Carovilli e il Presepe Vivente di Montenero di Bisaccia presso le Grotte neolitiche in via Giuseppe Garibaldi.

Gli zampognari

La zampogna è un simbolo etnico della cultura molisana. Scapoli, in provincia di Isernia, è uno dei Borghi d’Eccellenza d’Italia, rinomato come "la capitale italiana delle zampogne", dove il suono dello strumento accompagna la narrazione di racconti cari alla tradizione, canti popolari, poesie dialettali e proverbi sia natalizi che ricorrenziali.

La zampogna, l’aerofono a sacco nato dalle abili mani degli artigiani scapolesi che, da sempre, tramandano i segreti del mestiere, gelosamente, di generazione in generazione e di bottega in bottega, è fatta di materiali naturali come il legno (di olivo, acero, sorbo, prugno, ciliegio, albicocco e, ovviamente, ebano) e la pelle di pecora (per la sacca). Ciò per immagazzinare l’aria che, spinta nella cannula centrale, permette alla zampogna di avere il tipico aspetto pastorale e, allo stesso tempo, di emettere il tipico stridente suono).

Le sue origini risalgono ai tempi dei Sanniti e dei Romani: secondo la leggenda, infatti, la zampogna consentì a Giulio Cesare, nel 55 a.C., di sconfiggere i Britanni terrorizzando, con il suo suono stridulo, i cavalli del nemico.

Un tempo gli zampognari giravano di casa in casa, a piedi, anche verso altre Regioni per cercare di guadagnare qualche cosa da portare a casa. Ogni visita era seguita da piccoli omaggi: un cucchiaio di legno e un santino raffigurante Gesù Bambino, una sorta di patto che impegnava lo zampognaro a tornare a suonare nello stesso luogo per i nove giorni successivi.

Nateale st’arrevénne

Riporto un’antica poesia, assai cara alla gente molisana.

Natale in Molise

Cara mamma, Nateale st’arrevénne

e me vé sémbre nustalgioja

d’arrabbracciarte dòppe tanda énne

e d’arvedaje ru paese moja.

Ru présepie de sopr’a chella taura

come na vòlda vularroja arfeaje,

che la ranoja, l’èdera e la laura

na grotta tante bbella arraccungeaje.

Arsendòjera na zé la pasturélla

gna la suneava sémbre la scupoina,

che la zambogna e che la tutarélla,

déndr’a la casa nòstra la matoina.

E la veijria a saira accussì bbélla

arrappeccìea na ndoccia vularroja,

e na ferreata d’ostia e na pèzzélla

tande saproita me l’armagnarroja.

Da chésse tradezìune accuscì cheare

a sta lundeane è na malengunoja,

ma ce separa tanda tanda meare

e d’arvèderle facce la vuloja.

Pe’ té mò stiénghe schitta a pregà Ddoja:

te pòzza allundaneà da ogne meale

e darte la salìute e l’allegroja.

Augurie cara mamma, bon Nateale.

(Traduzione)

Cara mamma, Natale sta arrivando

e mi viene sempre la nostalgia

di abbraccirarti dopo tanti anni

e di rivedere il mio paese.

Il presepio sopra a quel tavolo

come una volta vorrei rifare

con il muschio, l’edera e l’alloro

una grotta l’aggiusterei così bella.

Risentirei un pò la Pastorale

come la suonava sempre lo zampognaro

con la zampogna e la ciaramella,

nella nostra casa di mattino.

E la vigilia sarebbe così bella

vorrei accendere una ‘ndoccia,

e un’ostia e una pizzetta

così saporita mi rimangerei.

Da queste tradizioni così semplici

stare lontano è una malinconia,

ma ci separa tanto tanto mare

e di rivederti faccio desiderio.

Per te ora sto perciò pregando Dio

ti possa tener lontano da tutti i mali

e darti la salute e la gioia.

Auguri cara mamma, buon Natale.

Natale a tavola

Sulla tavola molisana contadina della Vigilia di Natale la famiglia condivideva la pizza di franz in brodo caldo (pezzettini di pizza a base di uova parmigiano grattugiato e prezzemolo al forno) o la zuppa di cardi.

Chi possedeva qualche soldo festeggiava la Vigilia con la zuppa alla santè, a base di crostini e polpette di carne e di formaggio in brodo di gallina, baccalà al forno con verza, maccarun ch’i hiucc; baccalà arracanato (mollica di pane aglio prezzemolo origano uva passa pinoli e noci), prezzemolo, uvetta, gherigli di noci e mollica di pane. Il giorno di Natale trionfava la pasta fresca fatta in casa (cavatelli al ragù di maiale e le taccozze con i fagioli). I secondi piatti erano spesso a base di carne di maiale (la trippa con verdure, le frascateglie con polenta e la pampanella di costine al forno) o di agnello.

I dolci

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Raffiuoli

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Calciuni

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Milk Pan

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Cacaruozze

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Caragnoli

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Rosacatarre

Dolci arrivati fino ad oggi nel rispetto delle ricette della tradizione sono i Calciuni (a base di farina, vino, rhum, castagne lessate, cioccolato, miele, mandorle, cedro candito, cannella, uova e vaniglia), il Milk Pan, uno zuccotto intriso di crema di liquore molisano Milk e ricoperto di cioccolato bianco fuso, le ostie ripiene di una farcia a base di cacao, frutta secca e miele, e le rustiche cacaruozze. i caragnoli, le rosacatarre sono cotti in frittura e successivamente ricoperti di miele, un po’ come accade per gli struffoli.

Antonella Giordano

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