THE SOCIAL DILEMMA

Dietro le quinte della volontà di potenza del web

OK_TheSocialDilemma.jpg

C’è un documentario che da qualche settimana sta facendo parlare di sé per aver intrapreso un viaggio all’interno del dark side dei social network, o sarebbe meglio dire, in quell’universo di conoscenze che fatichiamo a riconoscere e che riguardano noi stessi e i nostri comportamenti. In onda su Netflix, The Social Dilemma svela i difetti, le storture, i meccanismi di una macchina quasi infernale che ci fagocita al suo interno e che mette spesso in risalto il peggio di noi. Presentato in anteprima al Sundance Festival e ora disponibile sulla piattaforma Netflix, il documentario a firma di Jeff Orlowski, premiato regista americano vincitore di un Grammy per Chasing Ice sul cambiamento climatico, ci mostra la dura realtà nascosta dietro le nostre interazioni social. Le interviste presenti nel documentario mostrano al pubblico le facce prima sconosciute e pronte a ogni inganno nei confronti di miliardi di persone e ora improvvisamente paladini del popolo (vivranno sotto scorta a causa delle loro rivelazioni?), dei molti creatori e ghost writer dei principali software di condivisione: Tim Kendall (ex CEO di Pinterest), Justin Rosenstein (creatore del tasto Like di Facebook), Guillaume Chasot (YouTube) sono solo alcuni degli ex protagonisti e dirigenti dell’infosfera digitale. Il pregio di The Social Dilemma è il mostrare a gran parte del suo pubblico più giovane, ancora non avvezzo probabilmente alle dinamiche di profitto dietro apparenti piattaforme che professano ingannevoli nobili intenzioni di fare comunità, il forte impatto che i colossi della Silicon Valley hanno sul versante economico, mentale e reale delle nostre vite.

cms_19122/2.jpg

Il dominus è però l’algoritmo, il motore e la guida di quel determinismo tecnologico al quale noi tutti siamo legati; è lui che decide, indirizza, consiglia le nostre scelte in rete, dandoci apparentemente l’idea di un libero arbitrio ormai decaduto. Nel vaso di Pandora del web sono stati scoperchiati molte delle devianze con le quali ormai siamo entrati in confidenza: hate speech, cyberbullismo, revenge porn, furto di dati personali, ecc. Al termine del documentario, dopo aver ascoltato tutte le testimonianze, ci si ferma a riflettere su cosa gli utenti possano fare per fermare l’emorragia eterodiretta delle nostre scelte. Il primo pensiero va a quando la rete è stata progettata, l’idea iniziale cioè di costituire un’infrastruttura per la comunicazione militare a prova di bomba H, e di come in poco tempo, grazie ai contributi di Wall Street e di qualche tycoon americano, vi sia stata la svolta opportunistica legata al profitto. E qui entrano in gioco gli anni Settanta e i garage sparsi nella ricca California, sedi improvvisate pronte a far nascere idee creative e le innovazioni che hanno fatto da apripista al pc e di lì a poco ai social network. Da massa indistinta a pubblico generalista e oggi a utente della rete il passo è stato lento ma inesorabile, soprattutto a cavallo tra i due secoli, XX e XXI. L’immagine infatti che spesso leghiamo alla figura dell’utente Web è quella di un consumatore attivo, niente a che fare con lo spettatore televisivo.

cms_19122/3.jpg

La cosiddetta cultura partecipativa del web, tanto sbandierata da scrittori come Henry Jenkins per esempio, si scontra però con la dura realtà dei fatti, circostanze spesso ignorate dalla gran parte degli stessi utenti del web e che tra le righe il documentario fa emergere, ovvero che la produzione e il consumo di testi, tipiche della cultura partecipativa e del processo di convergenza grazie all’uso di diversi devices, sia paradossalmente del tutto marginale e propri di una ristretta minoranza di utenti. Ciò che caratterizza invece la stragrande maggioranza delle persone è, da un lato, il consumo passivo dei contenuti e, dall’altro, nessuna preoccupazione per produrne altri. L’utente così a passo di gambero, torna a essere spettatore, a consumare senza partecipare, diventa in gergo ciò che si definisce lurking. A ciò si aggiunga l’abbattimento della iniziale logica decentrata della rete, sconfitta dalla concentrazione oligopolistica di una manciata di link che domina il mercato e pone una disuguaglianza strutturale in grado di scavare un fossato enorme tra poche centinaia di siti e l’infinita pletora di altri. Basterebbero queste poche deduzioni per riflettere su come il web al di là delle iniziali e nobili intenzioni sia poi passato a essere un regime oligarchico e plutocratico in cui, come ha detto Lessig, “code is law”, il codice algoritmico è la forza sotterranea che governa non solo il funzionamento della rete ma anche le nostre coscienze. The Social dilemma alla fine paradossalmente ci lascia indifferenti, perché le trame oggi non più nascoste rivelate dalle gole profonde della Silicon Valley, infarcite di studi di psicologia comportamentista, sono ben note a tutti noi, vittime consapevoli del più grande furto di dati e informazioni che la storia abbia mai conosciuto.

Andrea Alessandrino

Tags:

Lascia un commento



<<Pagina Precedente | Stampa | Torna Su


Meteo


News by ADNkronos


Politica by ADNkronos


Salute by ADNkronos