RILEGGENDO POESIA – BURCHIELLO

La poesia contende…

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cms_28240/poesia.jpgBurchiello: chi era costui? Nessuno (o quasi) se ne avrà a male se riteniamo che pochissimi, fra i nostri lettori, non ne abbiano mai sentito parlare. Un articolo che lo riguarda fu pubblicato nel marzo 2005 (n. 192) dal mensile di Crocetti, a firma di Daniele Piccini: Burchiello, La fabbrica della lingua comica.

Prima di conoscere Domenico di Giovanni, meglio noto come il Burchiello (Firenze, 1404Roma, 1449) occorre fare una premessa: la lingua comica, cioè coniugare satira e poesia, versi e comicità, senza scadere nella volgarità e nel trivio (lasciandoci tuttavia cadere i lettori e sottraendosene un attimo prima) è impresa ardua così come è difficilissimo far poesia erotica o religiosa. Questa è la nostra personale, confutabilissima opinione. I suoi sonetti, affermava Piccini, fecero scuola, tanto che furono tantissimi gli imitatori, costituendo una sorta di marchio di bottega. L’unica pubblicazione che lo riguardava risaliva al 1757, ma l’edizione non era filologicamente congrua, finché Michelangelo Zaccarello colmò questa lacuna nel 2000; successivamente la bianca di Einaudi, che un tempo intercalava ai contemporanei qualche rimatore antico, ha ristampato l’edizione, con un commento dello stesso Zaccarello.

Estese notizie biografiche le rintracciamo su https://www.treccani.it/enciclopedia/domenico-di-giovanni-detto-il-burchiello_(Dizionario-Biografico)/.

cms_28240/1.jpgNacque a Firenze da un legnaiuolo, Giovanni, e da una tessitrice, Antonia, nel 1404. D. iniziò a praticare l’arte di barbiere sotto padrone, per aprire, nel 1432, una propria bottega in Calimala, bottega che presto divenne un centro di ritrovo per letterati ed artisti fiorentini. Tale fu la fama acquistata da questa celebre barberia che essa venne raffigurata nella volta della Galleria degli Uffizi, secondo un progetto di Paolo Giovio, realizzato, secondo il Manni, tra il 1658 e il 1665. La bottega dovette divenire presto un luogo di improvvisazione e di discussione di versi alla "burchia", genere di poesia comico-realistica che ebbe nel barbiere fiorentino, se non l’inventore, certo uno dei più brillanti creatori e divulgatori, tanto che dal genere stesso, secondo A. F. Grazzini detto il Lasca, curatore di una edizione dei sonetti di D. nel 1552, derivò il soprannome di Burchiello. Ma l’animata vita della bottega non durò a lungo: nel 1434 D. dovette lasciare Firenze, per motivi che vanno probabilmente ricercati nelle posizioni antimedicee che erano progressivamente emerse nelle rime da lui inviate ai poeti suoi interlocutori (e, probabilmente, anche per debiti insoluti, NdA). Tornato al potere Cosimo il Vecchio, D. dovette subire il bando che lo costrinse ad iniziare un periodo di viaggi che lo portarono probabilmente a Venezia, Parma, Gaeta ed infine a Siena, dove soggiornò più a lungo. Ma anche qui non dovette avere vita facile: documenti giudiziari riportano alcune sanzioni pecuniarie. Nel 1439 fu graziato e tornò in libertà.

cms_28240/2_1668139184.jpgRimase ancora a Siena fino al ’45, sempre in precarie condizioni economiche; nel maggio di quell’anno era a Roma, già ammalato di febbre quartana, dove morì nel 1449. Disse di lui l’Aretino: "il Burchiello fu ladro per arte e non per natura, e che sia vero egli rubacchiò per mostrare ai cerretani esser non men male il furare le cappe ai vivi che le fatiche ai morti: per tali giudizi si veda principalmente Lanza.” Ma i suoi sonetti, intanto, avevano successo, per i nonsense, per l’universo linguistico totalmente nuovo, sia pure circoscritto alla tradizione poetica del tempo. Il critico Giuseppe De Robertis parlò addirittura di "pop art", per la presenza continua di animali e vegetali nelle sue “burle”, per gl’incredibili e divertenti giochi di parole, “in un guazzabuglio di ingredienti più disparati, cose, eventi, persone, luoghi, ripescati da qualunque fonte, sia essa libresca o proveniente dalla natura, dalla cronaca o dallo stesso linguaggio popolaresco, si rivelò un tentativo di ricostruire il proprio mondo direttamente sugli oggetti, anteriormente a un linguaggio e a una lirica. Grazie a questo meccanismo, la poesia si staccò dal trivio per accostarsi alla pittura e alla scultura. La rivoluzione letteraria del Burchiello sfocerà nella cultura volgare e il testimone sarà raccolto da Pulci e dalla scuola bernesca. Ma i nonsense, la bizzarria inventiva, i cortocircuiti verbali non sono forse in qualche modo apparentati col Futurismo prima e col Surrealismo poi? Certo, occorre discernimento per fare le debite proporzioni, ma forse non siamo tanto lontani dal vero se affermiamo che, nella letteratura, c’è sempre qualcuno che ha inventato. Prima!

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Raffaele Floris

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Laura

Un autore che entra nelle letterature solo al margine. Avrebbe bisogno di spazio in più. Un articolo interessante.
Commento del 06:39 11/11/2022 | Leggi articolo...



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