VIA LA CORRUZIONE PER TRATTENERE I CERVELLI E COSTRUIRE INNOVAZIONE

Combattere la corruzione è il presupposto per fermare la fuga di cervelli, rilanciando l’Italia in un’Europa che sia culla di un futuro economico innovativo e sostenibile.

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“C’è un grande collegamento, enorme, tra fuga di cervelli e corruzione”. Lo disse tempo fa Raffaele Cantone, il magistrato che guida l’ANAC, organismo al quale siamo ormai tutti abituati. Se l’Autorità esiste, c’è il problema, secondo uno spicciolo ma lineare ragionamento della serva. E infatti c’è, ma di certo non è nato ieri. Prima di Mafia Capitale ce l’ha insegnato Tangentopoli. E prima ancora, la vicenda della Banca Romana. Ma potremmo, passando per i Borboni, procedere a ritroso fino ad affondare il coltello nella piaga dell’Impero dei Cesari e, ancor più indietro, guardare alla schiera dei proconsoli, a quando ingrassavano il proprio patrimonio, depredando le provincie. Così se Crispi si riprese la poltrona di Giolitti e la prima Repubblica spirò tra le tangenti, sul presente grava la lente dell’ANAC con la missione, benedetta dalla brava gente, di scovare le improbità che si celano dentro le piaghe delle istituzioni. Chissà cosa saprà riservarci il futuro oltre a gettarci tra le braccia di un nuovo capitalismo primo modello. Quello liberalista, per capirci, che vedeva lo Stato occuparsi di meri affari di sicurezza e che non partecipava, se non con i dazi, all’economia nazionale. È vero, oggi arranca, costringendo la popolazione a una pressione fiscale che sta facendosi insostenibile.

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Per chi scrive, la soluzione della crisi che imperversa, va scovata nel reddito di cittadinanza, erogato dalle grosse imprese, quelle dell’intelligenza artificiale, che saranno protagoniste della quarta Rivoluzione Industriale. Una Rivoluzione di cui l’Italia, in seno a un’Europa federale, deve diventare protagonista. È in tale concetto che vanno cercate le basi della futura UE, nell’autonomia nazionale delle strategie estere, delle politiche di sicurezza e immigrazione, nella definizione di equilibrati rapporti di scambio tra differenti regimi valutari che bypassino una singola politica monetaria. L’Unione imboccherebbe allora la via della crescita, investendo le risorse necessarie in ricerca e innovazione tecnologica. Sarebbe allora invertita la rotta dei paesi in recessione che hanno assistito inermi, negli ultimi tempi, alla fuga di cervelli verso terre in cui insegnare e fare ricerca è più facile, oltre che redditizio.Complice, almeno in Italia, l’indecenza di parentopoli.

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Cantone, lo scorso settembre, fece il punto sulle “questioni universitarie, spesso sui concorsi”, scandendo la necessità di tracciarli, nel nome della trasparenza. Perché alla luce del sole è difficile che possano tessersi le maglie di una rete che nega spazio al merito.

Se lo si fosse fatto prima, a poco o a nulla sarebbe valso il veto imposto dalla riforma Gelmini all’espansione dei baronati.

“Non voglio entrare nel merito, non ho la struttura né la competenza, ma secondo me ha finito per creare più problemi di quanti ne abbia risolti – disse lo scorso settembre Cantone -. Per esempio, ha istituzionalizzato il sospetto: l’idea che non ci possano essere rapporti di parentela all’interno dello stesso dipartimento, il che ha portato a situazioni paradossali […] In una università del Sud è stato istituzionalizzato uno ‘scambio’: in una facoltà giuridica è stata istituita una cattedra di storia greca e in una facoltà letteraria una cattedra di istituzioni di diritto pubblico. Entrambi i titolari erano i figli di due professori delle altre università. Credo che questo sia uno scandalo e che lo sia il fatto che si sia stati costretti a fare questa operazione; se tutto avvenisse in trasparenza, la legge che nasce dalla logica del sospetto è una legge sbagliata”.

Giustissimo. Ma la ratio della legge che ha bloccato l’assegnazione delle cattedre ai parenti dei professori, fino al quarto grado nell’ambito della stessa facoltà, va cercata nei fatti. Quelli raccontati nel saggio “L’università truccata” di Roberto Perotti, uscito nel 2008, ad esempio. All’epoca a Bari 42 docenti di Economia su 176 erano legati tra loro da rapporti di parentela, secondo l’autore.

Al di là della retorica, il leitmotiv col quale dobbiamo confrontarci è quello della valigia aperta sul letto dei dottorandi. Nella tasca anteriore un biglietto di sola andata e un sogno: un impiego dignitoso che onori il sacrificio di tante ore trascorse sui libri, spesso rubate al sonno o strappate, grazie a qualche ora di permesso, all’attività lavorativa. L’obiettivo è uno: fermare quei voli. Per non morire. Perché in quelle teste c’è il DNA del futuro. Perché senza conoscenza non può esserci domani.

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Allora, intraprendendo un percorso costruttivo, nella consapevolezza di quelle che oggi sono le effettive possibilità di un’Europa che va rilanciata con cognizione, vedendo nella corruzione anche un riflesso della povertà materiale e culturale, occorre agire sulla ridistribuzione del reddito, sgravare – mediante il ricorso a una tassazione flat – le aziende per avviarle all’erogazione di quello di cittadinanza, ridurre le spese dello Stato, ridefinendo i rapporti economici che regolano l’Unione ed incrementare l’investimento di parte della spesa pubblica in nuove tecnologie, arrivando dunque ad un sempre maggiore perfezionamento dell’economia mista, che però permetta l’attuazione di un modello partecipato, nel quale ricercare la chiave del futuro. Che non può prescindere dalla green economy o dallo smart working, per conciliare vita e lavoro, migliorando la qualità di entrambi.

Combattere oggi la corruzione è propedeutico al domani, ammesso che parallelamente si attui una politica concreta di tutela e implementazione della conoscenza, incentrata sulla dignità dell’essere umano, sul rispetto della vita e dell’ecosistema, nonché sulla cooperazione tra Stati davvero autonomi all’interno dell’Unione.

Silvia Girotti

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