VAJONT 9 OTTOBRE 1963,ORE 22.39....DUEMILA VITTIME DA NON DIMENTICARE

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Cinquantasette anni fa una frana precipitata nella diga del Vajont provocò la distruzione dei paesi circostanti e la morte di 1917 persone. Nel 2011 il Parlamento italiano sceglie il 9 ottobre come data commemorativa per le vittime dei disastri ambientali e industriali.

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(Immagine consultabile al link: https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/2/24/Frana_4-11-1960.jpg, licenza Creative Commons)

La sera del 9 ottobre 1963, alle ore 22.39, dal versante settentrionale del Monte Toc si staccò una massa rocciosa di circa 270 milioni di metri cubi, che franò nel bacino idroelettrico del Vajont (situato a 730m slm). L’impatto con l’acqua contenuta nell’invaso provocò l’innalzamento di un’onda che scavalcò lo sbarramento della diga e si riversò a valle, distruggendo il paese di Longarone. Sul versante opposto, una seconda ondata travolse diverse frazioni del Comune di Erto e Casso. Nei giorni seguenti si conteranno 1917 vittime.

Una diga al confine tra Veneto e Friuli-Venezia Giulia

La diga del Vajont si trova sul versante nord-occidentale del monte Toc, nel Comune di Erto e Casso, in provincia di Pordenone. Ai piedi del Toc scorre il fiume Piave, già in terra veneta, che lo separa dal Comune di Longarone (interamente ricostruito dopo la tragica notte del 9 ottobre 1963). A 57 anni di distanza, il ricordo del disastro del Vajont è ancora vivido, soprattutto nella memoria di chi abita quelle terre, al confine tra il Veneto e il Friuli Venezia-Giulia. La diga del Vajont è ancora al suo posto, la si può osservare passando per Longarone. Frutto di un progetto ingegneristico ambizioso, il Grande Vajont fu la diga più alta al mondo e oggi, dopo circa 60 anni dalla sua costruzione, con uno sbarramento alto 261,60 metri, è considerata la settima per altezza a livello mondiale.

Grande Vajont: tra ambizioni e fatali sottovalutazioni

Nel 1926 la Società Adriatica di Elettricità (SADE) di Giuseppe Volpi conte di Misurata affidò all’ingegner Carlo Semenza il compito di progettare una diga per sfruttare le acque del torrente Vajont. Fidatissimo consulente di Semenza fu l’illustre geologo Dal Piaz, il quale per primo valutò idonei i terreni sui quali si sarebbe dovuto costruire il futuro bacino idroelettrico. Dal 1926 al 1960 (anno in cui si conclusero i lavori di costruzione) il progetto iniziale fu più volte riveduto e reso sempre più ambizioso e rischioso. L’idea era quella di costruire una «banca dell’acqua» dove far confluire le acque degli affluenti del Piave, utile nei periodi di siccità come serbatoio di scorta in grado di mantenere in funzione le centrali idroelettriche della zona. Il faraonico progetto finale prevedeva una diga a doppio arco, con uno sbarramento alto 261,60 metri e un bacino di 168,715 milioni di metri cubi di volume.

Nel corso degli anni, e ancor di più durante il periodo di costruzione, ci furono diverse avvisaglie sui rischi derivanti dalla realizzazione di una diga così imponente sui terreni del monte Toc. In particolare, la zona di Erto e Casso fu edificata su antiche paleo-frane. La giornalista dell’Unità Tina Merlin fu la prima a denunciare le negligenze dei dirigenti della SADE e i rischi che essi stavano sottovalutando. Non ascoltata dalle istituzioni, Merlin fu denunciata per «diffusione di notizie false e tendenziose, atte a turbare l’ordine pubblico».

Gli uomini della SADE potevano contare sul sostegno delle istituzioni, nello specifico del Ministero dei lavori pubblici, e sfruttarono questo vantaggio per ottenere in poco tempo le autorizzazioni richieste, senza che venissero effettuati troppi controlli. I rapporti fra i dirigenti SADE e i palazzi di potere furono raccontati dalla giornalista Merlin nel suo libro «Sulla pelle viva», dedicato proprio al disastro del Vajont e pubblicato nel 1983. Il regista Renzo Martinelli raccontò questa triste vicenda nel film Vajont – La diga del disonore (2001).

Una tragedia annunciata

La catastrofe del Vajont si poteva e doveva evitare. Forse si trattò del progetto giusto nel posto sbagliato, perché la frana del Toc dimostrò l’efficienza dell’opera ingegneristica in sé. Quando, nella notte del 9 ottobre 1963, 270 milioni di metri cubi di roccia precipitarono nell’invaso del bacino idroelettrico, si sollevò un’onda alta centinaia di metri che si abbatté contro lo sbarramento della diga. Questo resse, sopportando una sollecitazione di intensità dieci volte superiore a quella prevista in fase progettuale e di collaudo. Solo una parte dei 50 milioni di metri cubi d’acqua dell’onda riuscì a scavalcare la diga per abbattersi su Longarone, radendola al suolo. La potenza distruttrice della valanga di acqua e fango che dalla diga del Vajont precipitò giù a valle fu paragonata a quella della deflagrazione della Little Boy, la bomba atomica sganciata dagli americani su Hiroshima nel 1945.

Quella che si consumò nella valle del Vajont il 9 ottobre 1963 fu una tragedia che sconvolse l’intera nazione. Uno scenario post-apocalittico si presentava agli occhi dei giornalisti che la mattina del 10 ottobre furono inviati come corrispondenti a Longarone. Giampaolo Pansa, allora inviato per La Stampa, parlò di «deserto lunare» per descrivere quello che vide. Tina Merlin scrisse con coraggio che i lavori della SADE in valle ertana si conclusero con l’«olocausto di duemila vittime».

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(Immagine scattata dall’Ispettorato dei Vigili del Fuoco la mattina del 10 ottobre 1963, autore sconosciuto)

Non è un caso se nel 2011 il Parlamento scelse proprio il 9 ottobre come data per istituire la «Giornata nazionale in memoria delle vittime dei disastri ambientali e industriali causati dall’incuria dell’uomo» (L.N. 101/2011). Ogni anno, scioperi e manifestazioni vengono autorizzate sul territorio nazionale per una maggiore sensibilizzazione sul rispetto dell’ambiente e oggi, 9 ottobre 2020, Fridays for Future Italia ha organizzato manifestazioni nelle piazze italiane per sostenere la lotta contro il cambiamento climatico.

Francesco Leccese

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