Una Vita bruciata

Quando la passione malata uccide un’innocente

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È notte fonda. Roma dorme. I ristoranti sono chiusi. Qualcuno si attarda in qualche locale del centro. Lontano. La periferia è desolata. Inaffidabile nella più profonda oscurità. Poche auto sfidano le strade deserte. Sara ha appena inviato un SMS alla mamma per tranquillizzarla. Sta rincasando dice, ignara che la sua casa non l’avrebbe mai più rivista.
cms_4027/foto_2.jpgSono da poco trascorse le 3,30 quando si accorge di essere seguita da Vincenzo, il ragazzo che diceva di amarla. Quello stesso ragazzo che di lì a poco le avrebbe inferto la morte per strangolamento, tentando poi di cancellare col fuoco le tracce di quel terribile gesto. Aveva 22 anni Sara e tanti sogni da realizzare. Tante esperienze da fare. Trascorrono i minuti e l’angoscia agita il cuore di mamma Tania. Mezz’ora. La chiama. Il suo telefono squilla, ma dall’altro capo nessuno risponde. Si veste in fretta, sveglia suo fratello. Escono a cercarla. Chiamano la polizia. Sara è puntuale di solito. L’auto perlustra la zona. Arrivano le 5,00, quelle maledette ore 5,00…
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C’è un incendio in via della Magliana. È un’auto che brucia. I vigili del fuoco sono già all’opera per spegnerla. Poco più avanti nel parcheggio del ristorante “La Tedesca” c’è fumo. Un altro focolaio. Un corpo giace a terra. Il volto e le spalle sfigurati dalle fiamme. Mamma Tania trema. I suoi occhi registrano ciò che mai una madre dovrebbe vedere.
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Sara se n’è andata perché qualcuno le ha bruciato la vita. Vincenzo “era geloso” dicono le amiche. “Lo sento. In me. Qualcosa non va. C’ho ‘na passione sbajata. Malata. A vorte me dico “Dài, passerà. Ma ormai la speranza l’ho abbandonata”. Sono i versi ruvidi dei Poeti del Trullo pubblicati sulla sua pagina Facebook. L’ultima foto: il ritratto di un volto allucinato. Il “Disperato” di Gustave Courbet.
cms_4027/foto_5.jpgPerché mai un ragazzo di ventotto anni, con un lavoro, dovrebbe essere disperato? Perché la sua ragazza di ventidue, dopo due anni costellati di litigi, avrebbe scelto di lasciarlo definitivamente, mettendosi con un altro? Perché la felicità Vincenzo si ostinava a cercarla nell’oggetto dei suoi desideri, invece che in sé stesso? La felicità è uno stato dell’essere e non può dipendere da altri all’infuori di noi. Distruggere una persona perché nessun altro possa relazionarvisi è un atto immaturo ed esecrabile che mai potrà trovare perdono o comprensione. E non si generalizzi, come spesso accade, accusando i giovani d’oggi “viziati e pronti a calpestare ogni regola” perché le responsabilità sono individuali. I giovani sono la scommessa che la società ingaggia col futuro. Sta a noi insegnare loro il valore della vita che ogni generazione ha l’obbligo di rispettare e custodire. In un presente difficile in cui è l’ego ad essere costantemente sollecitato, l’equilibrio è messo a dura prova. Ma i segnali di una disarmonia possono e devono essere colti. Basterebbe più attenzione. Ma il mondo va di corsa. Troppo… e spesso il tempo di riflettere non c’è. Non c’è il tempo di ascoltare. Di osservare. Di aiutare. Ci si isola nella frenesia di un’esistenza che non ammette ritardi e non permette condivisione. Complice la paura.

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Sara è morta sola nel buio di una periferia vuota perché in Vincenzo nessuno aveva colto i segni di quella “passione sbajata. Malata”. Nessuno aveva capito che quel volto “disperato” di Courbet era il suo. Nessuno aveva immaginato che avrebbe potuto, in una notte disperata, cancellare per sempre il sorriso di speranza dal volto di Sara. E dal suo. Ma questo Vincenzo lo sta capendo solo ora. Forse.

Silvia Girotti

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