USA: BIDEN È PRESIDENTE, NEL CAOS GENERALE

Il tentativo (sgangherato) di colpo di Stato, costato la vita a 4 persone, è fallito, ma gli strascichi non andranno via facilmente

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Il Congresso degli Stati Uniti, dopo un giorno di caos che rimarrà sui libri di storia, ha ratificato l’elezione di Joe Biden come 46° Presidente USA. Ciò che è da sempre stato un semplice rito di passaggio si è però trasformato, tristemente, nell’epopea che tutti già conosciamo. Ben 122 deputati repubblicani su 211 si sono opposti alla ratifica dell’elezione, a cui vanno aggiunti 6 senatori (non molti, a causa delle indicazioni opposte del leader Mitch McConnell). Numeri lontani dal mettere in discussione il nome del prossimo Presidente, ma comunque molto esemplificativi dell’astio presente al momento nel Parlamento americano. Ma ciò che più di tutto ha reso (tristemente) memorabile la giornata di ieri è stata la guerriglia urbana creatasi proprio alle porte del Campidoglio di Capitol Hill, dove migliaia dei sostenitori più estremisti del Presidente uscente Trump hanno di fatto forzato la sicurezza, entrando nel palazzo dove i rappresentanti dei cittadini erano riuniti, e costringendoli a ritirarsi in un bunker. Anche la sede dei democratici a Washington è stata evacuata a causa della rilevazione di un pacco sospetto, che poi la polizia ha confermato essere effettivamente un ordigno esplosivo. Tra i manifestanti, spiccavano diverse bandiere degli Stati Confederati del Sud, oltre a vari rappresentanti del movimento sovversivo dei QAnon, molti dei quali entrati al Campidoglio

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Purtroppo, nel caos creatosi durante quello che è stato a tutti gli effetti un tentativo di colpo di Stato, seppur male organizzato e quasi folkloristico, 4 persone hanno perso la vita, di cui 3 sembrerebbe per emergenze mediche sopraggiunte. 52 gli arresti, di cui 5 per possesso di armi da fuoco. La rivolta dei nostalgici della white supremacy, è l’ultimo di una lunga serie di colpi durissimi alle istituzioni democratiche americane, che a dire il vero stanno dimostrando di reggere il colpo in maniera egregia. Molto meno, purtroppo, sta reggendo l’unità nazionale, che si vede minata da una polarizzazione che, ogni volta che sembra aver raggiunto il limite massimo, continua ad aumentare. Quando Biden entrerà alla Casa Bianca, nonostante il fatto che potrà contare sull’appoggio di entrambi i rami del Parlamento grazie alla storica vittoria arrivata ieri in Georgia, con l’elezione al Senato dei democratici Ossoff e Warnock, avrà a che fare con il problema di una fetta sostanziosa del Paese che non lo riconosce come legittimo Presidente, ed è sul piede di guerra, nel senso letterale del termine.

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E Trump? Anche per lui non si prospettano giorni semplici. Il Partito Repubblicano, che si era unito sotto la sua ala per spirito di opportunismo, sta vedendo diversi esponenti moderati scendere dal carro trumpista nel momento esatto in cui questo non si sta più rivelando vincente. Il fatto che il Presidente uscente sia restio nel condannare i fatti di questi giorni (“Vi amiamo, siete speciali”, ha detto ieri in un videomessaggio rivolto agli invasori di Capitol Hill) non volge a suo favore, tanto che persino il suo fedelissimo vice Mike Pence si è trovato costretto a pronunciare affermazioni ben diverse da quelle del tycoon: “Non avete vinto, la violenza non vince mai. Il mondo assisterà di nuovo alla forza della nostra democrazia”, è stata la dura condanna alle violenze da parte del vicepresidente uscente. Il leader dei Senatori repubblicani McConnell si è spinto oltre, parlando quasi apertamente di un tentativo di colpo di Stato sventato: “Hanno tentato di fermare la nostra democrazia, ma hanno fallito. Gli Stati Uniti non saranno intimiditi”, le parole del Senatore. Mentre il caos imperversava, tra l’altro, Donald Trump ha fatto partire la solita raffica di post, video e tweet sui social media, nei quali, come ormai ci ha abituati, denunciava brogli elettorali e parlava di un’elezione “rubata ai patrioti”. Questa volta, però, i social network hanno preso tutti una decisione molto più drastica del solito, bloccando a tempo indeterminato i profili del tycoon. E così, ora, nonostante The Donald abbia garantito che il 20 dicembre avverrà un insediamento “ordinato e pacifico”, diversi parlamentari hanno deciso di dire “basta”. Sono al vaglio due ipotesi, una più pesante dell’altra.

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La prima, la più “leggera”, sarebbe il ricorso al 25° emendamento, che prevede la rimozione del Presidente dal suo incarico quando viene riconosciuto incapace di “adempiere ai poteri e ai doveri della carica”. Il provvedimento in questione dovrebbe essere preso proprio dal vicepresidente insieme ai 15 membri più importanti del Governo. Nel Partito Repubblicano se ne sta discutendo seriamente, in quanto molti ritengono Trump responsabile dell’assalto al Campidoglio e che sia necessario rimuoverlo dall’incarico per preservare la democrazia. Tuttavia, dietro quest’idea potrebbe nascondersi la volontà di usare Pence come tramite per concedere la grazia presidenziale al tycoon contro tutte le accuse federali. In ogni caso, il 25° emendamento non ha conseguenze legali per il Presidente, e non richiede accuse specifiche. La seconda ipotesi, invece, è quella più drastica: il ricorso, nuovamente, alla procedura di impeachment. Questa volta, i numeri per avviarla ci sono, non solo perché ora i dem controlleranno il Senato, ma anche perché alcuni Repubblicani sono adesso dell’idea che sia giusto condannare ufficialmente Trump, diversamente da quanto avvenuto all’inizio del 2020.

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Se Trump dovesse subire un impeachment last-minute, non solo verrebbe rimosso dall’incarico, ma non potrebbe mai più ricandidarsi alla Casa Bianca e dovrebbe rispondere legalmente delle sue azioni. Anche se non sembrano esserci i tempi tecnici per fare ciò, i Democrats faranno lo stesso un tentativo, come annunciato dalla deputata Ilhan Omar, ala sinistra dei democratici che spesso ha subito attacchi su base etnica da parte del leader Repubblicano: “Sto redigendo gli articoli per l’impeachment. Donald J. Trump dovrebbe essere messo sotto accusa dalla Camera dei rappresentanti e rimosso dall’incarico dal Senato degli Stati Uniti. Non possiamo permettergli di rimanere in carica, si tratta di preservare la nostra Repubblica e dobbiamo adempiere al nostro giuramento”, le parole di Omar, che ha subito ricevuto l’appoggio della collega Ocasio-Cortez. Insomma, gli eventi del 6 gennaio hanno scatenato una valanga di conseguenze sulle quali si potrebbe scrivere un manuale. Queste conseguenze possono portare a diverse strade, ma ciò che è certo è che la situazione americana è riuscita ad infuocarsi ancora più di quanto già non fosse, e che gli Stati Uniti hanno gli occhi del mondo puntati addosso.

Giulio Negri

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