UK: PER LA SCOZIA REFERENDUM BIS?

Il Partito Nazionale Scozzese vorrebbe staccarsi dal Regno e tornare in Europa. Johnson furioso: “sarebbe scriteriato”

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Le elezioni amministrative potrebbero essere le più importanti della storia recente della Gran Bretagna. Non perché si deciderà il nuovo sindaco della capitale Londra, dove presumibilmente verrà riconfermato il laburista Khan, ma perché potrebbe essere determinato il prossimo futuro del Regno Unito, a seconda di quali saranno i risultati elettorali riguardanti il Parlamento scozzese. Se, da un lato, è certo che l’attuale premier scozzese, appartenente al Partito Nazionale Scozzese (SNP), Nicola Sturgeon, otterrà la maggioranza relativa delle preferenze, dall’altro lato, l’eventualità di un’ampia maggioranza per l’SNP, magari in una potenziale coalizione con gli altri due partiti europeisti, cioè Verdi e Liberal-Democratici, potrebbe portare ad uno scossone clamoroso. Infatti, Sturgeon è convinta della necessità di un nuovo referendum per l’indipendenza della Scozia. Questo referendum si era già tenuto nel 2014, quando vinse il “no” con il 55%. Da allora, però, una situazione sostanziale è profondamente cambiata: la Gran Bretagna non fa più parte dell’Unione Europea. Nell’altro referendum che ha fatto la storia dell’Isola, quello per la Brexit, gli scozzesi avevano votato in blocco per il “remain”, ma erano rimasti delusi dalla spinta del nazionalismo delle province inglesi, che hanno portato, per una percentuale davvero trascurabile, alla situazione che tutti conosciamo.

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È quindi evidente che il 5% che fu determinante per mantenere la Scozia alle dipendenze di Buckingham Palace potrebbe benissimo essersi spostato su un’altra posizione. Infatti, diventando indipendente, il governo di Edimburgo potrebbe gestire in autonomia un’eventuale richiesta di rientro nell’Unione Europea. La premier scozzese si è così espressa in fase di campagna elettorale: “Un voto per noi è primariamente un voto a una leadership d’esperienza per gestire l’emergenza sanitaria. E, usciti dalla pandemia, un voto per ridare al popolo la scelta dell’indipendenza”. Una settimana fa, in vista proprio di questa ipotesi, un appello all’UE affinché si dichiari pronta a riaprire le porte della Scozia, e a riconoscerne la secessione da Londra è stato lanciato da 170 intellettuali europei attraverso le colonne del Guardian. Prevedibilmente, il più grande dei paradossi si sta però verificando: Boris Johnson, l’uomo convinto che l’opinione del popolo vada seguita alla lettera, anche quando si tratta di “divorzi” dolorosi, è infatti sul piede di guerra… perché non vuole il divorzio della Scozia dal Regno Unito.

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Secondo il primo ministro britannico, infatti, il referendum del 2014 sarebbe più che sufficiente, visto che votazioni di questo tipo non andrebbero fatte più di “una volta per generazione”. Johnson ha affermato che un referendum bis sarebbe “scriteriato e irresponsabile” e che ci sarebbero “altre priorità”, ovvero il rilancio di economia ed occupazione. Dichiarazione, quest’ultima, che va molto di moda quando si tratta di rimandare a tempo indeterminato le rivendicazioni popolari di determinati diritti. Ciò che è certo, è che, se una volta terminata la pandemia il referendum dovesse avere luogo per davvero, difficilmente questa decisione verrebbe pacificamente accettata da Londra. Se poi dovessero avere la meglio coloro che vogliono la secessione scozzese, i disordini potrebbero essere ancora più gravi. Si tratterebbe, in tal caso, del primo vero fallimento di Boris Johnson da premier britannico, dopo anni in cui tutto ciò che lui ha desiderato si è poi tramutato in realtà. Un fallimento che, pur essendo il primo, sarebbe talmente gigantesco che renderebbe estremamente complicata la sua permanenza ai vertici della politica inglese.

Giulio Negri

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