Turchia. E se il golpe fosse una farsa…?

Gulen si dice possibilista circa l’ipotesi che possa essersi trattato di una messa in scena dell’Akp in un’intervista riportata da Financial Times e The Guardian

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Molti turchi pare abbiano covato il dubbio silenzioso che il golpe sia stato “messo in scena”. Ad essere sincero qualche riserva l’ha nutrita anche il sottoscritto, mentre due notti fa seguiva le vicende che potenzialmente, almeno in un primo momento, sembrava recassero il seme di un effettivo cambiamento. Poi l’epilogo. Erdogan chiede asilo che gli viene negato e riatterra ad Istanbul con un tempismo svizzero. Come avrebbe potuto alzarsi in volo il suo aereo con gli F16 che a bassa quota sorvolavano la città?

Due paradossi. Il primo è che il golpe sia stato sventato anche grazie a un messaggio via Facetime, quella tecnologia più volte criticata dallo stesso presidente. Il secondo è quello messo in luce da Murat Yetkin, direttore del quotidiano turco Hurriyet, che sul sito inglese della testata, evidenzia come quel messaggio sia arrivato nelle case turche grazie alla Cnn Turk, emittente il cui comproprietario è Aydin Dogan. “È abbastanza ironico — scrive Yetkin — che i soldati del golpe avessero preso possesso della tv pubblica Trt, che l’opposizione spesso critica per essere poco più che la voce di Erdogan, proprio mentre il presidente aveva più bisogno di far udire il suo messaggio dai cittadini turchi. […] Sono stati Aydin Dogan e i suoi media, oggetto lo scorso anno di duri attacchi da parte di circoli filo-governativi, a fornire un’occasione d’oro a Erdogan per rivolgersi alla nazione”.

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È lo stesso Fetullah Gulen, si legge oggi sul Financial Times e su The Guardian, a definire “possibile” l’ipotesi che il golpe possa essere stato una “messa in scena” dell’Akp.Predicatore e politologo, leader del movimento “Hizmet”, è stato accusato dal presidente turco di essere la mente del tentato colpo di Stato. Un tempo i due erano alleati, almeno fino al 1999, quando Gulen si è trasferito negli Stati Uniti. La rottura definitiva è arrivata il 17 dicembre 2013, giorno in cui un’inchiesta per corruzione travolse il governo di Erdogan. Il movimento di Gulen controlla televisioni quali “Samanyolu” e “Metap”, radio, università, associazioni professionali e quotidiani quali “Zaman”. Autore di una sessantina di libri, è seguito in Turchia da decine di migliaia di attivisti e da una cerchia di simpatizzanti stimata tra 4 e 5 milioni di persone. Il suo Islam è sincretico, fondato su idee di “coesistenza pacifica” e di dialogo tra le civiltà, proiettato verso una rinascita del mondo musulmano in cui la Turchia svolga un ruolo avanguardistico.

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C’è chi dice che prima del ’99 i due fossero amici fraterni, chi invece ha sempre definito la loro unione come “d’opportunità”. Ieri Erdogan ha chiesto a Washington l’estradizione di Gulen, ma è stato Kerry a chiedere al presidente turco di fornire agli Stati Uniti le prove delle sue accuse. Ribadendo la sua contrarietà a ogni golpe, Gulen dice di non credere “che il mondo prenda queste accuse seriamente”. Non appare preoccupato di un’eventuale estradizione, bensì delle tattiche intimidatorie e intolleranti di Erdogan riservate agli oppositori, paragonate “a quelle delle SS”. Ma se fosse vero ciò che fa trapelare Gulen perché un colpo di Stato? Per rafforzare Erdogan? In effetti le poche, ma convulse ore sono bastate a gettare la Turchia nel panico. Preludio della destabilizzazione. Moschee aperte tutta la notte. Appelli degli imam alla gente perché si riversasse nelle strade, facendo eco alle parole del presidente. Se i militari avessero messo a segno l’obiettivo,
sarebbe stato un disastro.

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Per chi è al di là del confine occidentale cosa conta realmente? L’ideologia o la garanzia degli interessi? E quali altri se non la continuità nel frenare il flusso dei migranti dalla Siria e l’affidabilità di essere al fianco degli USA nella guerra all’Isis? Le scelte, quando si tratta di Medio Oriente, ricadono sempre sulle opzioni meno negative.

Massimo Lupi

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