Tiziano Bonanni, l’artista fiorentino maestro nell’arte del riciclo

“L’uomo, un’alchimia imperfetta che può creare perfezioni assolute”

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L’artista raffigurato in copertina è Tiziano Bonanni, cittadino della Firenze perfetta e di assoluta bellezza che cerca di estrarre da questa perfezione l’anima imperfetta che la città stessa ha creato.

GENS (acronimo di Generative Stratifications Style) è un transitorio tangibile di un pensiero che può essere toccato. Questo il nome e il senso del suo lavoro, un acronimo che definisce uno stile di stratificazione che, mediante una serie di azioni sequenziali sui materiali, restituisce soluzioni pittoriche e plastiche strutturate affinché la visione si scomponga e ricomponga a seconda del punto di vista dell’osservatore. La sua idea di arte del riciclo non contempla materiali semplicemente ricoperti di colore, ma letteralmente trasformati secondo il pensiero di un artista che nel riciclaggio vuole far vivere il suo pensiero.

Negli ultimi anni ’50, gli artisti delle Neoavanguardie hanno usato metodologie simili con materiali di recupero, un’arte quindi che sfrutta il riciclo. Guardando le opere di Bonanni si riesce a distinguere la vera arte: da vero artista riesce a tirar fuori “l’anima perfetta” da un mucchio di imperfezione buttata via, senza alcun significato.

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Si può dire che GENS sia una rivoluzione, come quella che ha ispirato il suo autore, conclusasi con la caduta del muro di Berlino. In questo periodo quei quadri apparentemente perfetti, dai contorni netti, definiti e ordinati, cominciano a “sciogliersi”, a rendersi fluidi, a mischiarsi l’un l’altro. Cominciano ad attraversare quei muri che un tempo suscitavano paura, che sembravano intoccabili, creando qualcosa di unico. Ciò nasconde un importante messaggio, che attraversa l’intera arte di Bonanni: i cambiamenti, in fondo, non possono che arricchire l’animo, fornendo nuove opere in cui la società ha bisogno di rispecchiarsi nella stessa misura in cui ciascuno di noi ha bisogno di riconoscersi nell’altro.

Bonanni non stratifica o colora le superfici, né accosta in maniera lineare e descrittiva. Neppure usa lo scarto come puro elemento significante: al contrario, lo rende parte dell’opera, elemento trasformato che funge da connessione fra pensiero e azione sulla materia, fra estetica e funzione. In tal modo, l’opera d’arte non è più classificabile come pittura o scultura, ma come “transizione” tangibile di un pensiero che si può toccare fisicamente. I risultati sono molto diversi dalla tradizione precedente, non soltanto nell’aspetto esteriore ma anche nel loro concepimento: è una molteplicità che si struttura in un corpo unico e non può più essere separata. In questo consiste il suo creare arte di qualità.

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“Ciò che il mondo globalizzato ci dà da capire è che l’essere arriva sempre dopo l’apparenza” sostiene Bonanni in una delle sue interviste. L’artista fiorentino dà priorità all’essere artista piuttosto che al fare l’artista. Ha senso quello che lui afferma: “Invento sempre nuove sfide; non per vincerle, ma per valutarne il rischio e capire i miei limiti”. Questa è la chiave della società dei nostri tempi, in cui la concorrenza, l’arrivare primi non ha alcun valore se sprovvisti di un ideale, se trasmettono solo vuoto esistenziale o imitazione dei modelli. Non è questo il principio che motiva l’attività artistica di Bonanni, poiché tutto ciò non porta a raggiungere obiettivi elevati. L’arte deve scaturire dalla vita vissuta, dalle esperienze proprie, per colmarsi di bellezza e durare nel tempo come ricchezza per le nuove generazioni. Quelle generazioni, però, che colgono il vero senso della bellezza e della forza interiore che artisti come Bonanni lasciano segnate per sempre nell’anima di chi la osserva e si riconosce in essa.

Marsela Koci

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