The Winstons

“...tra il pianeta Gong, le rovine di Canterbury e le tombe di Hugh Hopper e Kevin Ayers”

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Trio di fuoriclasse che coniuga la perfetta armonia all’interno di una fumosa nuvola di sonorità prog-psico-jazz-garage. Imperdibile.

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The Winstons, opera prima del gruppo omonimo, con tutta probabilità quanto di più originale tra le uscite discografiche dello scorso anno. E non solo. Attacco, qualche secondo di note tonde e, senza accorgercene, eccoci catapultati alla fine degli anni Sessanta. Gli artefici del progetto? I tre magnifici Winstons: Enro, Rob e Linnon. Nomi per esteso: il Calibro 35 Enrico Gabrielli, l’Afterhours Roberto Dellera e Lino Gitto. Trio italico assolutamente grandioso, capace con basso, batteria, tastiere e voci, di un sound travolgente, una commistione di psico-jazz-garage dal potere lisergico. L’ascolto del disco è un caleidoscopio di suggestioni. Un neo-progressive dal tracciato acido con momenti di pura sperimentazione. Un tuffo in piena Scena di Canterbury che richiama i Gong di Daevid Allen e i primi Soft-Machine, ma con una visione nuova, figlia dei nostri tempi. Perché non può esistere futuro che non contempli il passato, senza radici non si può volare. E la saggezza dei Winstons sta nel mescolare alla loro originalità, le armonie dei Genesis della golden-age gabrielliana, la matrice sinfonica dei Pink-Floyd, la genialità dei Doors e la stravaganza degli Stranglers. Il risultato è un’opera seducente, frutto di un’alchimia capace di fondere trasversalità improbabili, se non impossibili.

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Non un tributo a un’epoca andata, ma una lezione di stil-novo a tutti gli effetti che dal preludio impetuoso di Nicotine Freak, vera frustata dei sensi, si addolcisce in Diprotodon, volteggiando con naturalezza dallo space-rock alle grandi incursioni jazz, fino a strizzare l’occhio, in Dancing In The Park With A Gun, agli Emerson, Lake & Palmer. Dalla strumentale Viaggio nel suono a tre dimensioni, si distende nella malinconica Tarmac, dando sfogo, in Number Number, a un tripudio di tastiere vintage con sonorità che dallo psych-rock virano ancora verso percorsi jazzy.

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Di loro si è detto che potrebbero essere la risposta nostrana a Steven Wilson.

Ha importanza? Per noi conta quell’intensa soddisfazione che pervade ad ogni ascolto, sulla scia di suoni dalle mille sfaccettature, capaci di frammentarsi e ricomporsi in un gioco di sensazioni. I Winstons riescono ad infrangere le barriere del tempo e dello spazio. Come la chiamereste voi se non magica creatività…?

Massimo Lupi

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