TUTTI, TUTTE NOI DOBBIAMO ESSERE VOCE E MANO CONTRO LA VIOLENZA

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Bisogna fare di più. “Si può dare di più”, come cantano Morandi, Tozzi, Ruggeri. Panta rei, tutto scorre, si trasforma, cade nell’oblio, secondo la concezione materialistica, illuministica dunque raziocinante...

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Tuttavia, non tutto viene modificato, sommerso dalla dimenticanza, dalla damnatio memoriae: c’è qualcosa che rimane impresso nel DNA della memoria, marchiato come la lettera scarlatta, indistruttibile. Si tratta della violenza del maschio - non dell’homo, nel senso di essere umano (anche il linguaggio è indicativo del maschilismo a cui è votata la società), poiché in tal caso potrebbe riguardare anche la femmina, ma dell’essere maschile, nelle sue forme eclatanti e in quelle subdole, nascoste, invisibili ad occhio nudo. La violenza ha il suo etimo nel latino violentia, intesa come superamento dei limiti, eccesso. In essa si ritrova la radice vi-, comprensiva di vis (forza eccessiva), vic (vittoria), vil (viltà). Un melting pot linguistico significativo, essendo la lingua pensiero, verità di vita. La violenza di genere è seme malefico nella zolla non arata, non coltivata, prolifica di grumi insidiosi intricati di nociva zizzania, difficile da estirpare. La forza fisica maschile superiore a quella femminile, leitmotiv dalla primitività, ha determinato la differenza, stabilendo la presunta superiorità del masculus, con assoggettamento della femina. Una forza diventata bruta a livello fisico e mentale, in un percorso opposto al pantareismo della femina, alla sua trasformazione, al suo libero progredire senza i chiavistelli a lei posti come ad un forziere di proprietà. Così la forza poliedrica femminile ha distrutto ma non sconfitto definitivamente l’immodificato senso di superiorità del maschio, non rassegnato a perdere il suo potere e il “passatempo”, la proprietà padronale, priva di vita propria, mantenendo inalterata la violenza, con cui, oggi in modo recrudescente, reprime barbaramente il suo nemico, uccidendolo o cercando di distruggerlo, mettendo in atto le strategie di una guerra che non rispetta i canoni classici perché subdola, dolorosa, invalidante, soffocante, minacciosa, deturpante.

Bisogna dire basta alla violenza, tutti insieme e a gran voce, impegnandoci a diffondere la cultura della legalità, del rispetto. Oggi, non viviamo secondo i dettami della civitas ma ci illudiamo che il male sia lontano, non ci tocchi; all’improvviso, poi, ci ritroviamo immersi in bagni di sangue femminile, vediamo volti sfregiati, carni accoltellate da mani egoiste, fragili, vili, vendicative, assassine.

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La donna sembra nata per essere incolpata dei mali del mondo. Eva è la tentatrice distruttiva del paradiso terrestre di Adamo. Il patrimonio artistico-letterario raffigura la donna come il male, la rovina dell’uomo, dotato di più nobili attitudini rispetto a quelle frivole, distrattive di Lei, destinata a compiti minori. Per la donna è inoltre impossibile sottrarsi al desiderio dell’uomo. Della ninfa Aretusa era innamorato Alfeo, dio fluviale che cercava di possederla. Costei, riluttante, si rivolse ad Artemide che la trasformò nella fonte nell’isola di Ortigia. Zeus, impietosito dal dolore di Alfeo, lo trasformò in fiume: così raggiunse e si unì ad Aretusa. La donna creatrice, con autonoma vita positiva, si affaccia solo negli ultimi secoli, reclamando diritti per il suo essere poliedrico, capace di svolgere molte attività di contro alla ininterrotta voce maschile sulla debolezza, incapacità della donna. Ritorna la memoria ancestrale della potenza priapea che pretende “servizi” da sottomessa, con annullamento di sé. In tempi recenti, Ippolita Sanzio è per D’Annunzio la distruttiva seduttrice, ladra di energie vitali del superuomo. Emblematiche le donne oggetto, quale correlativo oggettivo di trastullo o trofeo.

Lo svilimento della femina si è tramandato, imperterrito, nei vari periodi storici: la psichiatria ottocentesca collegava l’utero agli episodi di hysteron (da cui “isteria”) e marchiava la Donna come pazza, manicomizzandola. Il regime fascista, poco più tardi, relegava la donna ad angelo del focolare domestico, affidandole ruoli ben precisi e circoscritti alla gestione della casa e dei figli.

La storia continua… la femina è ancora ostacolo, capro espiatorio degli insuccessi maschili ma anche voce urlante la debolezza smascherata dell’uomo da “rispettare”, pena la sua eliminazione. Tutto ciò sfocia in una violenza che non è solo fisica: talvolta è ricatto minaccioso o silente, stalking nelle relazioni private, mobbing sul posto di lavoro… è un pulviscolo maligno che avvelena il respiro vitale della vittima, è un’aura venefica che opera con invisibile stillicidio l’appassimento dell’anima e del cuore, ad opera del cinismo, della banalità, dell’incomprensione, della tradita fides, della gradassa volgarità di cui le donne sono fatte oggetto, nel silenzio, nel buio della solitudine.

Occorre quindi che si attui una collaborazione universale, che la Donna e l’Uomo agiscano all’unisono, che si denunci ma soprattutto che si cambino le leggi: pur denunciando, troppe donne vengono uccise, pertanto il rispetto di certa normativa e la burocrazia risultano complici di omicidio.

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La Donna sia consapevole di sé: è la Grande madre che genera la vita, l’alfa privativa della morte, colei che accende la fiaccola della vita a cui si dedica con dedizione fino a quando la Parca non recide il filo della sua esistenza. È Venere che, soffusa di colori botticelliani, seduce Marte per distoglierlo dalla guerra, seminatrice di morte. Il dolore, la mortificazione, la violazione, la paura vanno percepiti, ascoltati, trasformati in voce che urla, nel coraggio di agire! Dedichiamo allora un minuto di vociante silenzio per le vittime della violenza, per le donne morte di femminicidio, per le donne recanti i segni indelebili dei maltrattamenti subiti, per quelle sole, indifese, per le donne che “si prestano” a subire vessazioni… perché tutti e tutte noi dobbiamo essere voce e mano contro la violenza!

Cettina Bongiovanni

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