TRAPANI, LA FALCE D’OCCIDENTE (I^parte)

Dedicato a Matelda e a Nunzio Nasi

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Guardando l’Africa e aprendosi sempre alla Mittel-Europa

cms_20889/1.jpgLa Sicilia è ponte tra Europa, Africa del Nord e Vicino Oriente. Lo si dice con la fierezza per un luogo che esprime l’abbraccio tra uomini e culture che hanno caratterizzato sotto ogni profilo l’isola. Fenici, Cartaginesi, Romani, Bizantini, Arabi, Normanni, Svevi, Angioini, Aragonesi … Nei Siciliani c’è dunque il sapore e l’ingegno delle terre libanesi, tunisine, balcaniche, turche, arabiche, germaniche, scandinave, francesi, iberiche … Quando, percorrendo le belle strade di una delle meravigliose città della Sicilia, si incontrano persone con caratteri somatici estremi – da alto a basso, da biondo a bruno, da carnagione chiarissima a scurissima, da occhi celesti a neri – , si ha la prova di come la Trinacria abbia gambe centripete, non centrifughe (fatta eccezione, beninteso, per il fenomeno migratorio che coinvolge i siciliani per i quali, con debite eccezioni, si può parlare di “cervelli in fuga” e di “mani d’oro in fuga”). Sono gambe prensili, attrattive, perché hanno calamitato, per varie ragioni e in diverse epoche, genti provenienti da posti lontanissimi. La Trinacria non scalcia, semmai accoglie. E, in Sicilia, tutto di metabolizza, si “sicilianizza”.

C’è un luogo, nella Sicilia ponte-di-tutto, che è ancora più ponte. C’è un luogo, nell’isola che sta tra Europa e Africa, che tende la mano alla sponda meridionale del Mediterraneo. Una mano ricambiata nei secoli. Parliamo della Sicilia Occidentale, del trapanese, di quelle località che possono identificarsi, quanto a gambe della Trinacria, con quella che caratterizza Capo Boeo, ovvero quel Capo Lilibeo che, nel suo nome, ha il rivolgersi all’Africa. Il Lilybaeum latino, in effetti, potrebbe originare dal greco Lilýbaion, il cui significato è “che guarda la Libia”, nel senso di intera Africa. Tra le varie soluzioni etimologiche, è quella che più apprezziamo.

Tracce d’Africa. Nel trapanese, il cous cous rivaleggia, in eccellenza, con quello che si può trovare laggiù, oltre il mare. A San Vito Lo Capo, è dal 1998 che si tiene il “Cous Cous Fest”. È una rassegna internazionale di enogastronomia e di cultura mediterranee, con tanto di gara tra chef di ogni nazione – “The Cous Cous World Championship” – che si sfidano nella preparazione del prelibato e particolare piatto.

cms_20889/2.jpgIn zona, è però pure palese l’impronta europea. D’altronde, la Sicilia, pur se geograficamente ai margini, è componente essenziale del continente e, sul piano politico, dell’Unione. Se nell’isola, nel corso della storia, c’è stato un momento cruciale di scontro tra popoli provenienti dal sud e provenienti dal nord – Africa ed Europa, con le loro culture e le loro religioni –, nessuna conquista, però, ha cancellato il patrimonio connesso a chi v’era in precedenza. La Sicilia è una spugna, capace di assorbire il meglio e farlo scorrere nelle vene dei siciliani. Melting pot.

Si diceva del cous cous e dell’esaltazione del cibo. Passando da Ciacco e Bacco, ecco un emblema dell’Europa. Marsala, dal 1987, può fregiarsi del titolo di “città del vino”. Cantine, amore nel trasformare l’uva in mosto e il mosto in vino; ma, soprattutto, un vino liquoroso che prende il nome della città. Impossibile non averlo mai bevuto. Chiaramente, tutto è sicilianissimo. Sennonché, si narra che il Marsala nacque allorquando John Woodhouse, commerciante britannico giunto nel 1773 nella Sicilia occidentale, apprezzò un vino di provenienza marsalese – originariamente simile a quelli iberici – e ne inviò delle botti in Inghilterra. Commistioni sapienti.

Innegabilmente, la vicinanza all’Africa è maggiormente suggestiva. Ed è una sfida – non un’utopia – pensare che oltre il Canale di Sicilia possa esserci un tesoro vitale.

Nel trapanese, le “senie” e i “siniuari” narrano di arabi. La “senia”, nell’occidente siculo, è un orto gestito, sul piano dell’irrigazione, nella maniera tramandata dagli Arabi. Il nome è connesso alla “senia” (o “noria”), cioè il macchinario ligneo, fondato sulla trazione animale, con il quale veniva sollevata, con il riempimento di “quartari” (cioè brocche) l’acqua dai pozzi. Ingegno per l’ingegnosità che si sviluppa.

Quando a Mazara del Vallo si nota una virtuosa integrazione tra siciliani e fratelli maghrebini, accomunati da parecchi punti di contatto culturale e sicuramente dalle coordinate esistenziali della gente di mare e di pesca, quando nella graziosa cittadina si scorgono piazze e vie con denominazioni arabeggianti, si ha la prova di quel che è, dovrebbe essere e un bel giorno sarà ancor più.

Matelda

cms_20889/3.jpgIl musicista Antonino Scontrino è figlio dell’incantevole Trapani. La città lo ricorda in un Fondo riconducibile alla Biblioteca Fardelliana, nonché in virtù del suo nome dato al locale conservatorio.

Artista vissuto tra l’Ottocento e il Novecento del secolo scorso (nacque a Trapani nel 1850 e morì a Firenze nel 1922), conobbe Giuseppe Verdi e collaborò con Gabriele D’Annunzio. Tra le sue opere più conosciute, la lirica “Matelda” del 1879.

Il personaggio di Matelda appare nella Divina Commedia come colei che conduce Dante a un rito prodromico all’ascesa al Paradiso, cioè l’immersione nel fiume Lete, le cui acque permettono di dimenticare i peccati, e nell’Eunoé che, al contrario, si lega alla memoria del bene e al ravvivarsi delle virtù. Nella dimensione poetica, Matelda, considerabile quale custode del Paradiso, precede dunque temporalmente Beatrice e, come lei, potrebbe recare, nel nome, il rendere beati, se è vero che “Matelda”, ove non identificata con Matilde di Canossa, nasce dalla locuzione “ad laetam”, significante “colei che conduce alla beatitudine” (o “al fiume Lete”).

Matelda è nelle note del trapanese Scontrino ma è pure nel pennello del sampierdarenese Nicolò Barabino, in virtù di un olio su tela, “Dante incontra Matelda” del 1876-1877, oggi ammirabile nella Galleria d’Arte Moderna di Genova, nella sua prevalenza del colore verde; il verde del giardino nei pressi del fiume Lete.

Matelda, che è migrata dallo scritto al suono e alla raffigurazione – quanta arte, con lei e per lei! – fa porre mente al mito di Proserpina, così da tracciarsi una congiunzione, tutta siciliana, tra il mare trapanese e il lago interno ennese. Invero, proprio Dante, nel Purgatorio (XXVIII, 34-51) paragona Matelda a Proserpina. Vi si legge: “Coi piè ristretti e con li occhi passai di là dal fiumicello, per mirare la gran varïazion d’i freschi mai; e là m’apparve, sì com’elli appare subitamente cosa che disvia per maraviglia tutto altro pensare, una donna soletta che si gia e cantando e scegliendo fior da fiore ond’era pinta tutta la sua via. «Deh, bella donna, che a’ raggi d’amore ti scaldi, s’i’ vo’ credere a’ sembianti che soglion esser testimon del core, vegnati in voglia di trarreti avanti», dissi io a lei, «verso questa rivera, tanto ch’io possa intender che tu canti. Tu mi fai rimembrar dove e qual era Proserpina nel tempo che perdette la madre lei, ed ella primavera».”.

Come non riflettere sul fiume dantesco Eunoé, di cui sopra si diceva in ordine alla Matelda ispirante il musicista trapanese, etimologicamente accostabile allo schiavo-profeta-re Euno, cioè “colui che pensa bene”, collocabile nella storia e nella leggenda di Enna?

cms_20889/4.jpgIn realtà, la Sicilia è una rete di pensieri, vicende, culture. Triscele. Una testa e tre gambe, ognuna delle quali si dirige verso i punti del triangolo insulare: Capo Peloro nel messinese, Capo Passero nel siracusano e Capo Lilibeo nel trapanese. E’ dunque ovvio che ognuna delle zone di Trinacria partecipi dello stesso corpo vivo, pensante e pulsante: ciascuna delle città siciliane è Sicilia e, al contempo, è una delle tante Sicilie. Val Demone, Val di Noto e Val di Mazara: regioni della Sicilia, caratterizzazioni di una matrice unitaria o addirittura differenti modi di esistere, parlare, costruire, pensare e orientarsi, pur riconoscendo una comune essenza?

La falce, Crono, Cerere, Enea e Anchise in quel di Pizzolungo.

cms_20889/5.jpgTrapani ha la forma di una falce gettata sul mare. Lo si coglie salendo lungo la strada che conduce a Erice o fruendo della funivia che raggiunge la medesima località d’incanto. Ecco un’altra falce, in Sicilia, oltre a quella di Messina, la città chiamata Zancle proprio perché avente un porto naturale così conformato!

La tradizione vuole che Trapani sia nata per mano di Cerere, cioè la madre di Proserpina rapita presso l’ennese lago di Pergusa. La città, infatti, altro non sarebbe che la falce della dea.

Ade, invaghitosi di Proserpina, figlia di Cerere, la rapì e la portò nell’oltretomba, entrando attraverso l’Etna. La dea Cerere, disperata, vagava su un carro alato nei cieli siciliani, cercando Proserpina. Era la dea delle messi e dei raccolti, dunque aveva con sé una falce. Mentre era in alto, dal carro cadde proprio una falce che, raggiunto il mare, generò il territorio di Trapani.

La forma falcata stimola la fantasia, come per Messina; e come per la città peloritana del nord-est della Sicilia, pure per Trapani vale la leggenda che spiegherebbe l’origine della falce, anche a prescindere dal mito di Cerere.

cms_20889/6.jpgLa falce sarebbe infatti di Crono, figlio di una delle prime divinità della mitologia greca, cioè Urano. Questi, temendo di essere spodestato dai propri figli generati dalla moglie Gea, li imprigionava o ne impediva la nascita, confinandoli nel ventre materno. Gea, però, liberò Crono e gli regalò una magica falce per fronteggiare il padre. Cosa che avvenne, con un risvolto dolorosissimo: onde evitare che Urano potesse continuare a creare e nascondere prole, Crono lo evirò con quella falce consegnatagli da Gea.

Compiuto il gesto, lanciò in mare la falce: nacque Trapani, cioè Drepanon (dal latino “falce”).

Più o meno quel che narra la leggenda per la nascita di Messina, già Zancle (dall’antica lingua dei siculi: “zanclon”, cioè “falce”).

C’è pure una leggenda che non pensa alla falce.

Enea, abbandonata Troia distrutta e data alle fiamme, si diresse verso il Lazio – ove sarebbe stata fondata Roma – con il padre Anchise, moribondo, sulle spalle. Durante la navigazione, però, fu costretto a uno sbarco in Sicilia, a occidente, in quella che attualmente è la frazione di Pizzolungo, alle porte dell’attuale Trapani. Il padre, infatti, era morto e occorreva seppellirlo. Alcuni compagni di viaggio di Enea rimasero in Sicilia, salirono il monte sovrastante e fondarono Erice. Nel 1930, venne eretta, in quel di Pizzolungo, una stele commemorativa del presunto luogo di sepoltura di Anchise. È ancora visibile.

cms_20889/7.jpgNon solo leggendariamente Enea, ma anche Garibaldi, con i suoi Mille, prese terra nella Sicilia occidentale, precisamente a Marsala, l’11 maggio 1860. L’impresa garibaldina diede scaturigine alla concretizzazione dell’idea unitaria per l’Italia.

Proprio il trapanese Salvatore Calvino, nato nel 1820 e morto a Roma nel 1883, componente dello “Stato maggiore” di Garibaldi, indicò in Marsala il luogo ideale dello sbarco. Calvino, figlio del giurista Giuseppe, fu deputato del Regno d’Italia ed ebbe incarichi governativi. L’Italia, nel 2010, ha emanato un annullo filatelico in suo onore, in occasione dei 190 anni dalla sua nascita. Fu anche un protagonista della rivolta di Trapani contro i Borboni, nel 1848, assieme a Enrico Fardella, altro trapanese, considerato un eroe negli Stati Uniti, per il coraggio e le capacità dimostrate durante la guerra civile americana, tanto da essergli stata dedicata una immagine di bronzo nel Museo Civico di New York.

Andrea Vaccaro e Camillo Beccalli

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