TRANSGENDER NELL’ANTICHITA’ – II^

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Quando si giunge al periodo medievale le fogge dell’abbigliamento cambiano molto e si delinea una forte differenza tra gli abiti maschili e quelli femminili, inoltre ciò che per il mondo classico era stata una questione riguardante puramente la moda, ora viene coinvolto anche l’ordine religioso in quanto tutta la vita dell’individuo doveva essere inquadrata principalmente nel dettato cristiano.

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E dal momento che l’abbigliamento andava a distinguere e collocare socialmente i due sessi così come Dio li aveva creati e distinti, uno sconvolgimento nell’abbigliamento andava a contraddire e ribaltare tale ordine, scardinando con un simile comportamento non solo le regole sociali, ma soprattutto l’ordine religioso, in pratica mettendo in atto una ribellione a Dio.

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Con l’emanazione di numerose leggi e editti si ribadisce la proibizione per le donne a indossare abiti di foggia maschile, tranne nelle situazioni di pericolo per la donna quali i viaggi, soprattutto compiuti da sola per pellegrinaggi. Abbiamo immagini e informazioni anche su sante che adottarono abiti maschili nell’accingersi ad avventurarsi da sole in viaggi e situazioni pericolose. Ma non appena la situazione di pericolo fosse cessata, la donna era tenuta a riprendere immediatamente l’aspetto che l’ordine sociale e religioso le imponevano.

cms_22540/3v.jpg Fra le accuse che costarono la vita a Giovanna d’Arco vi fu il suo rifiuto di riprendere abiti femminili al di fuori del campo di battaglia. Quando dovette comparire per l’ultima volta davanti ai giudici ella era disposta a mettere abiti femminili, ma qualcuno li sottrasse e le fecero trovare disponibili solo gli abiti maschili che era solita portare, aggravando così la sua posizione. Tale proibizione compare già nei dettati del Concilio di Gangra del 340, poi ripresa nel Decretum di Graziano del sec. XII. Ma già nella Bibbia il Deuteronomio 22,5 sancisce “La donna non si vestirà da uomo, né l’uomo si vestirà da donna, poiché chiunque fa tali cose è in abominio all’Eterno, il tuo Dio”. Però lo stesso Tommaso d’Aquino (morto nel 1274) nella Somma Teologica, II-IIae, q 169, e passim, ammette la possibilità per le donne di assumere abiti maschili per proteggersi da violenze e pericoli. Un esempio noto di questa concessione è rappresentato da Claude des Armoises. Fra le sante che si nascosero sotto abiti maschili ricordiamo S. Tecla, S. Margherita, S. Eugenia, S. Eufrosina, le quali vissero sotto identità maschile per poter accedere alla vita ascetica in contesti monastici maschili altrimenti interdetta alle donne. L’ultima donna che si finse uomo per accedere alla vita ascetica è stata Hildegund di Schonau, morta nel 1188, che assunse il nome di Joseph.

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I Santi Agostino, Girolamo e Ambrogio, fra i maggiori teologi cattolici, sostenevano che la donna che avesse una fede saldissima e si abbandonasse totalmente a Cristo doveva essere considerata un uomo, come essere più vicino alla perfezione, anche se il suo corpo rimaneva biologicamente femminile. Ma nel tardo medioevo l’abbigliamento maschile divenne una moda così diffusa fra le donne che vennero promulgate ancora altre leggi suntuarie per reprimere tale comportamento scandaloso. Per esempio a Milano nel sec. XIV le donne amavano uscire vestite da amazzoni, andavano ad assistere ai tornei sfoggiando tuniche maschili e portando pugnali alla cintura. A Firenze per tali colpe era prevista la fustigazione. In tutti questi esempi, però, possiamo riscontrare solo situazioni di necessità o mode. In qualche caso, invece, è testimoniata una vera situazione di transgender. Nel suo “Journal de voyage” Montaigne (1533-1592) ci parla di un cambiamento volontario di sesso, a suo dire perfino riuscito, ma certo le conoscenze e le tecniche operatorie del tempo non fanno pensare ad una reale riuscita dell’intervento con la felice sopravvivenza del paziente. Comunque è da rimarcare il coraggio del paziente e l’intraprendenza del medico! Nel secondo esempio l’autore evidenzia la potenziale virilità delle donne dedite ad attività fisica e riferisce che a Montirandet, pochi giorni prima del suo passaggio nella vicina cittadina di Vitry-le-François, era stata impiccata una donna che si era finta uomo. Costei, 38 39 con altre sette o otto compagne, tempo addietro aveva deciso di vestirsi da uomo e presentarsi come uomo e di trascorrere il resto della vita in tale aspetto. Quella poi giustiziata andò a Vitry prendendo il nome di Mario e lavorando come tessitore, guadagnandosi la stima della cittadinanza come persona dabbene e artigiano capace. Si fidanzò con una donna ancora vivente, ma il progetto matrimoniale non ebbe buon esito per disaccordi sopravvenuti nella coppia. Si trasferì poi a Montirandet sempre lavorando come tessitore e conquistandosi l’apprezzamento e la stima di tutti; qui si innamorò e sposò una donna che dimostrava grande soddisfazione in questa unione. Ma il caso sfortunato volle che dopo quattro o cinque mesi venne riconosciuta da un uomo di Chaumont che si trovò a passare di lì e venne da questo denunciata e fu condannata all’impiccagione anche per aver essa fatto “invenzioni illecite atte a supplire alle deficienze del suo sesso” come recita la formula di condanna. Al processo Mario dichiarò di preferire la morte al ritorno allo stato femminile. L’evidenza del caso transgender è indiscutibile. L’altro caso che Montaigne riferisce tratta di una ragazza di nome Maria, ancora vivente, chiamata dai compaesani “Maria la barbuta” a causa della folta peluria che mostrava sul viso. Arrivata a 22 anni d’età mentre saltava per gioco con alcune compagne, alzando il vestito mostrò un sesso decisamente maschile, tanto che il cardinale di Lenoncourt, allora vescovo di Chalons, le diede il nuovo nome di Germano; costui rimase celibe e sfoggiava ancora una folta barba. In questo caso potrebbe trattarsi di un errore alla nascita del bimbo, classificato come femmina per un’occhiata distratta della levatrice, situazione poi non corretta dalla madre. Peraltro casi di errore di questo tipo si verificano ancora oggi. Montaigne sfortunatamente non fornisce altri particolari che ci permetterebbero di inquadrare meglio questa situazione, per esempio non dice se questa persona si sentisse più a suo agio negli abiti femminili o maschili o se stesse bene in entrambi o se si trattasse di ermafroditismo. Per quanto concerne poi l’ermafroditismo gli autori classici ne parlano come di una situazione ben conosciuta e raffigurata nella succitata celebre statua di periodo ellenistico. Roma, nella sua cura di inquadrare con precisione ogni abitante dell’Impero, aveva stabilito per legge che l’ermafrodita fosse classificato socialmente nei suoi diritti e doveri come maschio se gli attributi sessuali maschili si fossero manifestati prevalenti in stato di eccitazione, considerando quindi la persona atta a tutte le attività che la giurisprudenza romana riservava agli uomini, quali il servizio militare, la carriera magistratuale e la condizione di “pater familias” nel matrimonio; veniva considerato femmina se in stato di eccitazione prevaleva l’aspetto femminile e di conseguenza gli veniva riservato il ruolo femminile nella società e nella famiglia. Sfortunatamente per noi contemporanei le fonti non ci forniscono alcun esempio di ermafroditi in periodo romano, ma se era stata promulgata una legge al riguardo questo indica che qualche caso si deve essere verificato.

(Fine)

TRANSGENDER NELL’ANTICHITA’ – I^

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Maria Laura Annibali

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