TAP: TROPPE VERITA’ NASCOSTE?

Le proteste continuano, alimentate da politici locali e non. Ma qualcosa non quadra

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Camionette della polizia, caschi blu, manganelli e agenti in tenuta antisommossa. Non è certamente questo lo scenario tipico delle placide campagne pugliesi; eppure, da qualche settimana a questa parte, le località di Melendugno, San Foca e San Basilio, tutte in provincia di Lecce, sono teatro di aspri scontri tra popolazione e forze dell’ordine. Motivo della disputa è l’installazione del metanodotto della Trans Adriatic Pipeline (TAP), progetto voluto dall’Unione Europea per incrementare l’approvvigionamento di gas direttamente dall’Azerbaijan. Collegandosi con il già esistente Trans Anatolian Pipeline (TANAP), il TAP attraverserà Grecia e Albania, per poi “tuffarsi” in mare e raggiungere le coste del Salento. La lunghezza prevista per il gasdotto è di ben 878 km complessivi; l’Italia ne ospiterà solo 8. Il problema? Quegli 8 km di terra ospitano alcune delle spiagge e delle campagne più suggestive del Paese. I cittadini non ci stanno, disposti a difendere il proprio territorio con le unghie e con i denti.E’ cominciato così il dramma di quel metanodotto che “non s’ha da fare”. Tanti gli attori in scena, tra cui spiccano parecchi volti noti della politica: dai sindaci delle città limitrofe ai parlamentari e consiglieri regionali, come i 5 Stelle Barbara Lezzi e Antonio Trevisi.

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La guerra tra dissidenti e addetti alla sicurezza sembra essere proseguita anche fuori da quell’improvvisato campo di battaglia: venerdì sera due bombe carta sono state fatte esplodere davanti all’uscita secondaria dell’Hotel Tiziano (Lecce), dove tuttora alloggiano i poliziotti impegnati nei servizi di vigilanza al cantiere TAP di Melendugno. Fortunatamente, non si sono verificati danni a cose o persone, ma gli investigatori sono al lavoro per identificare gli autori del gesto, che è a tutti gli effetti un’intimidazione nei confronti di chi pernottava nella struttura. Sta di fatto che, all’alba del mattino successivo, sono ripresi (a sorpresa) i lavori di eradicazione degli ulivi, laddove la riapertura del cantiere era prevista per lunedì prossimo. Tutto ciò fa pensare a uno scambio di provocazioni tra i due schieramenti, anche se non si esclude la pista dell’atto vandalico messo in atto dagli ultras leccesi come avvertimento nei confronti della squadra di calcio salentina, anch’essa ospitata all’Hotel Tiziano.

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Le trame della vicenda sembrano essere chiare: il governo, schiavo di un’Europa “tiranna”, preme affinché le operazioni di insediamento vengano portate a termine, mentre le istituzioni locali, unitamente alla popolazione, fanno di tutto per proteggere quella preziosa striscia di terra. Ma dietro l’apparenza si celano fatti a dir poco ambigui. Innanzitutto, come ha potuto un progetto di tale portata passare al vaglio delle istituzioni, se gran parte dei politici si professano contrari al TAP? Pare che i rappresentanti locali fossero a conoscenza del piano di lavoro a partire dal 2012, anno in cui si diede avvio a un ciclo di ben 167 incontri riservati a sindaci e autorità regionali, per una durata complessiva di due anni. Fino al 2014, sia la Regione Puglia che i singoli Comuni avrebbero potuto proporre soluzioni alternative a quelle ideate dall’Unione Europea. Nessuno, a tempo debito, ebbe il coraggio di protestare, nemmeno coloro che oggi scendono in piazza insieme ai cittadini. Superato questo primo scoglio, il TAP ottenne, nell’agosto del 2014, il consenso della Commissione Valutazione dell’Impatto Ambientale (VIA) e della Valutazione Ambientale Strategica (VAS), vincendo definitivamente la sua “battaglia” con l’ok della Valutazione di Impatto Sociale e Ambientale (ESIA), che mise a punto alcuni interventi per ridurre l’intrusività delle installazioni nella macchia mediterranea.

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Il secondo “enigma” riguarda la scelta del sito di approdo dei gasdotti. Forse non tutti sanno che la prima località indicata fu Lendinuso (Brindisi), all’epoca dell’amministrazione Vendola. La destinazione cambiò misteriosamente qualche anno dopo, virando verso San Foca, che fino ad allora non era entrata a far parte delle “papabili”. I responsabili giustificarono la variazione citando, in maniera generica e approssimativa, alcune “ragioni tecniche e ambientali”: pare che fosse stata rilevata la presenza di posidonia (una pianta acquatica fondamentale per l’ecosistema marino) proprio al largo di Lendinuso. Tuttavia, arbusti di questo genere sono alquanto diffusi anche nelle acque salentine. Insomma, sembra proprio che altri interessi – di cui non siamo a conoscenza – abbiano spinto a dirottare l’attenzione su San Foca; a conferma di tale ipotesi, la strana volontà di tenere nascosti i criteri di scelta, mantenendosi sul vago.

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Infine, la questione più gravosa: quali saranno le conseguenze sull’ambiente e sulla salute dei cittadini? A quanto pare, gli ulivi verranno riposizionati nei luoghi in cui avevano radici, subito dopo la fine dei lavori, con un impatto estetico davvero minimo. Ciò che desta preoccupazione sono, piuttosto, le emissioni di gas potenzialmente nocivi in tutta l’area di Melendugno, sede del famigerato “Terminale di Ricezione”, che farà da ponte tra il TAP e la rete nazionale di metanodotti. “Non sono disponibili, ad oggi, studi circa eventuali impatti dei gasdotti sulla salute. Ciò dimostra che finora questo problema non si è posto, proprio per la grande compatibilità che tali infrastrutture hanno con l’ambiente in cui si inseriscono. Per quanto concerne il Terminale di Ricezione, possiamo offrire garanzie certe ai cittadini di Melendugno, quello di TAP sarà il primo terminale in Italia a godere di un monitoraggio costante e trasparente delle emissioni, i cui dati saranno resi pubblici” si legge sul sito ufficiale della Trans Adriatic Pipeline. Eppure, in un resoconto risalente al 2011, Arpa Puglia (agenzia regionale per la protezione dell’ambiente) bocciò il progetto su tutti i fronti: impatto ambientale, impatto sulla salute e potenziali rischi. Inoltre, circa un anno fa il Movimento 5 Stelle presentò un’interrogazione parlamentare sulle emissioni di gas nocivi, sulle tempistiche e sulle modalità di smaltimento dei materiali di scarto, argomenti che non sono mai stati affrontati nel dettaglio dai responsabili dell’installazione. L’interrogazione non ha riscosso alcun risultato significativo, lasciandoci tuttora ignari dei possibili rischi per la salute della cittadinanza.

Più ci si addentra nei meandri del caso TAP, più emergono gravi incongruenze e omissioni che raramente si rivelano essere frutto del caso. E’ necessario mantenere alta l’attenzione e cercare di vederci chiaro su tutte quelle questioni rimaste “insabbiate”, prima che sia troppo tardi.

Federica Marocchino

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