TAIWAN, PECHINO: USA PAGHERANNO ERRORI A CARO PREZZO

Il progetto imperialista del Partito unico cinese è ormai lampante

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La Cina ha duramente condannato l’incontro in collegamento video tra l’ambasciatrice Usa all’Onu Kelly Craft e la presidente di Taiwan Tsai Ing-wen, assicurando che "alcuni politici statunitensi" pagheranno "a caro prezzo" i propri errori. L’incontro è avvenuto nell’ambito del sostegno da parte delle Nazioni Unite agli sforzi fatti dal governo (legittimo, ma da pochi riconosciuto) di Taipei per ottenere la possibilità di partecipare agli incontri ufficiali internazionali. Il meeting era originariamente previsto in presenza, ma le minacce cinesi avevano dissuaso la delegazione guidata da Kelly Craft dall’intraprendere un viaggio da cui avrebbe rischiato di dimostrarsi difficile fare ritorno, o comunque farlo senza aver prima scatenato una bomba diplomatica. "C’è una sola Cina al mondo e Taiwan è parte inalienabile del territorio cinese. Il governo della Repubblica popolare è l’unico governo legale che rappresenta l’intera Cina", ha detto in conferenza stampa il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Zhao Lijian, commentando l’incontro di ieri.

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Minacce pesantissime, verso il diretto e principale concorrente economico della Cina, arrivate per il semplice fatto di aver concesso una videoconferenza alla presidente di Taiwan, Paese che, ricordiamo, la Cina in alcun modo riconosce. Se già la città-stato di Hong Kong, che poteva contare su accordi di indipendenza bilaterali con la Cina, sta subendo dei soprusi e delle violenze che nulla hanno a che fare con il principio fondamentale di autodeterminazione dei popoli, in nome delle intenzioni del Partito Comunista cinese di assorbire e sottomettere una volta per tutte le pochissime zone democratiche del territorio, soprattutto perché da lì giungono la maggior parte delle informazioni sulle innumerevoli violazioni dei diritti umani da parte della dittatura di Xi-Jinping, persino peggiore è la situazione per Taiwan, che, appunto, non può neanche appellarsi a simili accordi. Dopo che il Segretario di Stato USA Mike Pompeo ha eliminato, pochi giorni or sono, i divieti alle relazioni tra funzionari americani e taiwanesi minando, secondo Pechino, il principio dell’ “Unica Cina”, l’escalation di dichiarazioni giunte da fonti governative cinesi è stato costante, ed è culminato nelle severe minacce personali a quei funzionari statunitensi che hanno contribuito alla normalizzazione dei rapporti Washington - Taipei.

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Le norme revocate da Mike Pompeo erano state imposte dopo l’adozione della politica “Unica Cina” con cui nel 1979 gli Stati Uniti avevano riconosciuto il governo comunista di Pechino tagliando i ponti con i nazionalisti di Taiwan. Misure, quelle di 42 anni fa, che Pompeo ha definito essere “auto-imposte unilateralmente nel tentativo di venire incontro al regime comunista cinese”. Difficile dargli torto, visto che, appunto, la volontà degli abitanti della regione in questione non era stata minimamente presa in considerazione, mentre fu accontentata quella che la storia sta decretando essere una delle dittature più terrificanti che si siano viste nel Dopoguerra. La Cina ritiene che Taiwan sia una “provincia ribelle” da riunificare anche con l’uso della forza, ed è evidente che difficilmente si fermerà di fronte alle proteste internazionali, come insegna già la triste situazione di Hong Kong. La mossa di Pompeo pone però le basi per un importante ponte diplomatico tra Taiwan e l’Occidente democratico, che potrebbe di per sé dissuadere Pechino da mosse eccessivamente brutali. Sarà da vedere se l’Amministrazione Biden confermerà questa linea nella politica estera, ma fonti vicine al Presidente Eletto affermano che l’ex-vice di Obama riterrebbe che il sostegno a Taiwan debba essere “bipartisan”.

Giulio Negri

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