Si è spento Pasquale Squitieri. Era il cinema verista

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Si è spento stamattina all’età di 78 anni, Pasquale Squitieri, circondato dall’affetto del fratello Nicola, della moglie Ottavia Fusco e della figlia Claudia. Era ricoverato all’ospedale Villa San Pietro di Roma. La camera ardente sarà allestita il 19 febbraio dalle 11 alle 18.

“Un anno fa - ha raccontato la signora Ottavia all’ANSA - ha avuto un terribile incidente stradale dal quale non si è mai ripreso le cui conseguenze nell’ultimo tempo lo avevano costretto addirittura a problemi di deambulazione. Si è spento per complicanze respiratorie dovute a un enfisema. E’ stato sempre un accanito fumatore. Ma il suo amore per il cinema quello è sempre rimasto immutato”.

Nato a Napoli il 27 novembre 1938, debuttò come regista e sceneggiatore nel 1969 con Io e Dio, prodotto da Vittorio De Sica. I primi due anni degli anni ’70 li dedicò al genere spaghetti western con Django sfida Sartana e La vendetta è un piatto che si serve freddo. Poi passò a temi sociali, raccontando i rapporti tra mafia e politica, la droga, il terrorismo e addirittura l’immigrazione ne Il colore dell’odio, film del 1990.

Personaggio controverso, vide alcuni dei suoi film molto criticati, a partire dal 1973 quando uscì I guappi. L’84 fu l’anno di Claretta, presentato al Festival di Venezia e giudicato troppo compassionevole nei confronti dell’amante di Mussolini.

Nel ’99 Li chiamarono…briganti fu rapidamente ritirato dalle sale cinematografiche per le forti contestazioni. Si trattava della storia di Carmine Crocco, il maggior rappresentante del brigantaggio postunitario.

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Laureato in giurisprudenza, è stato a lungo sentimentalmente legato a Claudia Cardinale che ha recitato in molti dei suoi film: Il prefetto di ferro del 1977 e Corleone del ’78, oltre ai già menzionati I guappi, Claretta e Li chiamarono…briganti.

“Uomo libero, bollato come un irregolare, un provocatore, uno difficile da catalogare” (Registi d’Italia, Barbara Palombelli, Rizzoli 2006).

“Mi hanno cancellato tre lavori per colpa di un titolo in cui venivo additato come fossi un pazzo che difendeva le leggi razziali del 1938! Volevo soltanto dire che dobbiamo indagare negli angoli più oscuri dell’Olocausto, dobbiamo capire perché furono proprio gli stessi consigli ebraici a consegnare le liste dei loro fratelli ai nazisti, come ha scritto Hannah Arendt, dobbiamo anche spiegare ai giovani che finché Mussolini è stato al potere in Italia nessun ebreo è stato deportato e chiederci come mai, nei mesi successivi al 25 luglio 1943, né il governo Badoglio né i Savoia hanno pensato mai di abrogare le leggi razziali. Porre questi interrogativi mi è costato il film sul caso giudiziario di Giulio Andreotti, una riedizione del Processo a Gesù di Diego Fabbri, che stavo preparando per il Vaticano, e Hotel Meina, che doveva essere prodotto da Ida Di Benedetto. E tutto questo soltanto perché io continuo a pensare che l’intellettuale, come diceva Lenin, deve informare il popolo e non deve mai smettere di denunciare”.

Il suo trascorso politico è stato complesso. Dalle lettere aperte del settembre 1971 aL’Espresso sul caso Pinelli e dell’ottobre successivo su Lotta Continua in cui esprimeva solidarietà a militanti e direttori responsabili del giornale inquisiti per istigazione a delinquere, alla candidatura nelle liste di Alleanza Nazionale nel 1994.

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Ma nel rione Sanità - quartiere di Napoli da cui viene – “Nasci con le contraddizioni nel sangue, con il cinismo dentro, quando vedi alla festa di San Vincenzo, sette giorni di follia nel rione, arrivare insieme Francesco Saverio Siniscalchi, ultimo federale di Napoli, Mario Palermo, fondatore del Pci e il capo-camorra Naso di Cane, vero sindaco del luogo”.

Pasquale Squitieri divenne procuratore legale nello studio di Alfredo De Marsico, “mussoliniano non fascista”, prima di approdare a Roma, ospitato dall’attrice Annamaria Guarnieri, dove per “Paese Sera”, curò una rubrica di fumetti. Una storia intrecciata con la politica sin dai suoi esordi la sua. Paese Sera era un giornale comunista, ma Io e Dio fu prodotto da un uomo tutt’altro che di sinistra. “Si era innamorato del mio copione – racconta ancora in Registi d’Italia - mi chiamò al giornale, Palocci mi prestò le mille lire per arrivare in taxi a via Aventina, a casa di De Sica. Pensa che mi portò in banca, mi diede due milioni e il resto arrivò da Maria Mercader: impegnò una parure di rubini per me”.

Iniziò allora un nuovo capitolo della sua vita. “Mi sono allontanato dalla sinistra quando arrivò il terrorismo: non c’erano ragioni per sparare, nessuna motivazione razionale poteva giustificare l’omicidio. Quando rapirono Aldo Moro, Mario Cecchi Gori immediatamente chiese a me, Lino Jannuzzi e a Nanni Balestrini di girare un film sulla storia, ci dette cinque milioni per uno. Seguimmo i cinquantacinque giorni e le trattative segrete, ora per ora. Una possibilità di liberarlo consisteva nel concedere la grazia presidenziale a una detenuta, ammalata, che non si era macchiata di omicidi. Una notte, alla vigilia dell’uccisione di Moro, nella sua casa in campagna, vicino a Roma, Giovanni Leone mi confessò di aver firmato la grazia per la brigatista, ma che due capi democristiani gliela avevano strappata dalle mani, gli chiesi i nomi, mi rispose: Pasqualino, tu non li conosci, quelli ti uccidono i figli”.

Un desiderio forte di raccontare la verità storica, così com’era: nuda e cruda, scevra da qualsiasi patina dorata. In questo si situa forse l’attrazione verso la politica di lotta, quella della ribellione a un sistema che non poteva e non voleva accettare, indipendentemente dal colore. È il tema sociale che lo ha sempre coinvolto, quel verismo verghiano che in lui ha trovato uno dei massimi esponenti contemporanei.

“Provai a denunciare la vita in fabbrica, con Razza selvaggia, fui ripagato con un anno di carcere. Mi accusarono di aver avallato un assegno falso di ventimila lire, nel 1968, quando lavoravo in banca. Una storia che non stava in piedi, che doveva essere prescritta. Finii negli speciali di Rebibbia. Insieme a Luciano Ferrari Bravo, Toni Negri, Alì Agca, l’attentatore del papa, Cutolo che mi mandava il caffè. Mi graziò Pertini, per fortuna”.

Un intellettuale, più che un regista, poco valorizzato per l’impegno che ha profuso nel cinema, credendoci fino in fondo, nonostante tutto.

Massimo Lupi

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