Scalare l’Everest con le protesi: un’impresa possibile?

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Tutti noi sappiamo bene quanto sia arduo scalare le ripide e selvagge vette dell’Everest, il monte più elevato dell’Himalaya nonché il più ricercato dagli appassionati di alpinismo di tutto il mondo desiderosi di porsi nuovi temerari traguardi. Tale impresa risulta talmente ardua che “scalare l’Everest” è divenuto nel gergo comune un’espressione atta ad indicare qualcosa di particolarmente difficile e, almeno apparentemente, irrealizzabile. Nel corso degli anni quasi trecento uomini hanno perso la vita nel tentativo di compiere la difficile impresa e benché molti altri, viceversa, siano riusciti a completare l’appagante scalata, quasi ognuno di loro concorda nel descriverla come un’opera in grado di forzare brutalmente i limiti umani fisici e mentali.

Eppure, che cosa accadrebbe se a tentare l’impresa fosse addirittura una persona… priva delle proprie gambe? Indubbiamente, solo un uomo enormemente determinato, sprezzante del pericolo e perfino dotato d’un briciolo di follia potrebbe arrivare a progettare una simile operazione. Nondimeno, sembra ci sia qualcuno al mondo in grado di combinare ciascuna di queste peculiarità: il suo nome è Andrea Lanfri.

cms_11374/2v.jpgAppena quattro anni fa, Andrea era un alpinista amatoriale originario di Lucca. Il suo amore per i paesaggi innevati unito a una forte voglia di vivere, lo avevano portato a scalare con passione ed impegno più di una vetta. La mattina del 21 gennaio 2015, tuttavia, il nostro protagonista si svegliò alle cinque del mattino divorato dai brividi di freddo e della febbre: inizialmente, pensò di aver semplicemente contratto una di quelle influenze passeggere superabili solo con qualche giorno di riposo e con dei buoni medicinali. Ma col tempo la sua situazione iniziò a peggiorare sempre di più. Una volta in ospedale, i medici non ebbero bisogno di molte analisi prima di giungere alla spietata e tremenda diagnosi: quei sintomi erano il frutto di una meningite incredibilmente aggressiva.

Sono arrivato al pronto soccorso paralizzato, come in stand-by, poi sono svenuto” ha dichiarato Lanfri.

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Dopo un lungo mese di coma, tuttavia, l’alpinista ha trovato ad attenderlo al suo risveglio quella che, per certi versi, era la notizia più triste di tutte: al di sotto delle ginocchia le sue gambe erano state amputate.

Una privazione del genere avrebbe probabilmente piegato in due perfino lo spirito più orgoglioso. Eppure, Andrea non era una persona come tutte le altre: ad animarlo c’erano il fuoco della passione e della volontà, la volontà di tornare un giorno a compiere le stesse attività del passato.

Fin da subito, i medici dell’ospedale rimasero sbigottiti innanzi alla rapidità e alla determinazione con cui lo scalatore svolgeva i suoi esercizi di riabilitazione. Dopo le prime settimane, dedicate ad una serie di esercizi più o meno standardizzati, comprese che era finalmente giunto il momento di tornare a svolgere, sia pur progressivamente, le attività sportive che amava.

Per il conseguimento di tale obiettivo, si è rivelato particolarmente utile l’incontro con il Dott. Paolo Denti, un tecnico ospedaliero che si è generosamente offerto di realizzare per Andrea delle protesi speciali in grado di permettergli di camminare e di muoversi con relativa agilità. Dopo aver egli stesso soprannominato affettuosamente il dottor Denti “Geppetto” in onore del falegname di collodiana memoria, “Pinocchio Lanfri” ha potuto finalmente dedicarsi alle gare paraolimpiche, conseguendo l’argento europeo a Berlino, il bronzo mondiale a Londra e una dozzina di titoli nazionali.

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Un risultato sufficiente a placare per sempre le ambizioni del nostro protagonista? Nient’affatto. Andrea ha infatti dichiarato in settimana che non ha intenzione di fermarsi e che, forse proprio a causa del suo inusitato amore per la natura, nei prossimi mesi ha intenzione di provare a diventare il primo uomo nella storia a scalare l’Everest con le protesi. Un’impresa estremamente complicata se consideriamo che, a causa della sua disabilità, il suo fisico dovrà spendere ben più energie e patirà ben più dolore di quello d’una persona normale; per non parlare del fatto che, com’è facile intuire, gran parte dei suoi muscoli faranno fatica a reagire in tempi rapidi e in maniera piena agli stimoli della sua mente. “Beh, almeno le dita dei piedi non mi si congeleranno mai” ha ironizzato l’atleta. Per lui prima di tentare la scalata dell’Everest vi sarà una sorta di allenamento preventivo: la salita in Ecuador del Chimborazo, un vulcano di “soli” 6.310 metri.

Non sappiamo come quest’avventura terminerà e se la favola di Andrea Lanfri conoscerà o meno il lieto fine che merita. Di sicuro, vedere un uomo che nonostante le ripetute difficoltà alle quali la vita lo ha sottoposto non ha smesso di lottare per realizzare il proprio sogno, ci porta a riflettere su quanti dei limiti che comunemente attribuiamo agli esseri umani possano in realtà essere superati attraverso una ferrea risolutezza. In fondo dunque, la lezione che ci giunge da quest’incredibile uomo è che, alcune volte, dovremmo evitare di porre dei limiti alle nostre possibilità troppo frettolosamente; una lezione che, in un certo senso, vale più della scalata dell’Everest.

Gianmatteo Ercolino

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