SULLE TRACCE DEL GRAAL (Terza parte)

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Roma. La città eterna, con le sue chiese costruite utilizzando i marmi delle antiche maestosità romane, innalzate più a gloria dei papi che per omaggiare l’alto dei cieli. Roma nasconde molti segreti, molte testimonianze silenziose del passaggio di reliquie e di persone speciali, ma non si è mai pensato alla città dove Pietro eresse la sua chiesa come possibile nascondiglio del Graal. O quasi. Esiste infatti una Basilica, quella di San Lorenzo fuori le Mura, vicina al cimitero monumentale del Verano, in cui si ipotizza possa esistere un calice sacro.

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Da notare che San Lorenzo potrebbe custodire il Graal anche a Genova, eppure Lorenzo era, secondo la tradizione cristiana, semplicemente un diacono, pertanto non un sacerdote vero e proprio, anche se negli Atti degli Apostoli vengono presentati sette diaconi come persone in grado di operare miracoli. Che si volesse separare il potere del Graal da quello della Chiesa, facendolo custodire da questo santo? Tornando alla Basilica di San Lorenzo, già posando lo sguardo sul pavimento cosmatesco, così chiamato in riferimento ai lavoratori del marmo laziali, dal diffuso cognome Cosma, vi si vede raffigurato un calice. Inizialmente si ipotizzò che laddove era era presente il calice come immagine, andasse cercato anche come oggetto, ma poi gli studi in tal senso vennero abbandonati, non portando a risultati significativi. Pertanto ci si concentrò su una raffigurazione insistente sulla parete alla destra del portico, dove l’Imperatore Enrico II di Sassonia, sul letto di morte, è osservato da un monaco, ed accanto a questi vi è un Calice d’oro. Lo stesso Calice compare in un’altra raffigurazione di Enrico II, sempre nella Basilica, nella scena in cui l’Imperatore parte per combattere contro gli slavi. Ma cosa ha a che fare questa Basilica con il Graal, a parte le immagini sopra descritte? Ripercorrendo la tradizione cristiana orale, bisogna ricordare che tutte le reliquie provenienti dalla Terra Santa, vennero donate da Papa Sisto II al diacono Lorenzo, nel 258 d.c., e ciò in parte spiega perchè nelle chiese dedicate al Santo si dice sia conservata la Coppa dell’ultima cena. Ma ciò non basterebbe a giustificare l’attenzione verso questa Basilica, se non fosse per un documento risalente al 1864, in cui un archeologo, G.B.De Rossi, descrive il ritrovamento di un vaso di vetro, in un incavo sotto una lastra di marmo all’interno della stessa Basilica. Ovviamente all’epoca non fu possibile condurre studi scientifici approfonditi sull’oggetto, che però, proprio perchè in odore di mistero, venne affidato ad un custode, la cui identità nel corso del tempo è cambiata, restando sempre ignota anche a moltissimi esponenti clericali. Ma è bene ricordare che le reliquie, quelle affidate a Lorenzo così come le altre, arrivarono in Italia dall’oriente passando prima per Siracusa, sulla cui cattedrale è ricordato come quella città fu la prima in Italia ad avere un chiesa fondata sugli insegnamenti di Paolo di Tarso, San Paolo, la seconda dopo Antiochia. E Siracusa si trova in Sicilia, dove ci sono diverse testimonianze del passaggio dei Cavalieri Templari, e dove una curiosa leggenda parla del Graal nascosto vicino all’Etna.

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O meglio, in un racconto popolare si narra di Re Artù, mortalmente ferito dal figlio Mordred, che venne portato dall’Arcangelo Michele sulla cima dell’Etna, per farlo riposare. È noto come tutto il ciclo dei racconti arturiani sia incentrato sulla ricerca del Santo Graal, ma ciò che stupisce è la figura di questo re presente in molte parti della penisola italiana, specialmente considerando che di lui si sa poco o nulla, e che le sue raffigurazioni risalgono a tempi in cui lo scambio di informazioni non era così facile. Eppure troviamo Artù ed il Graal in Sicilia, ed ancora ad Otranto, nel meraviglioso mosaico all’interno della Cattedrale.

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Forse tracce della Sacra Coppa possono essere trovate in terra di Puglia? E se non ad Otranto magari a Bari, nella Basilica di San Nicola. Le leggende in merito sono molte, vale la pena cercarle, tappa dopo tappa, per provare ad unire tutti i punti lasciati in sospeso dal passaggio del tempo e degli uomini.

Paolo Varese

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