SUICIDIO ASSISTITO NON SOLO PER DJ FABO CONTRO "UN INFERNO DI DOLORE"

"IL VENETO GIANNI TREZ L’HA SEGUITO "

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Sulla scorta di pesanti declamazioni ad effetto, del tipo: “In Italia puoi non vivere ma non puoi morire... puoi morire solo se non vuoi: in sala parto e nelle corsie di ospedali... sul “fine vita” il parlamento ha deciso che ci si suicidi gettandosi nel vuoto della legge”; il clamore mediatico del suicidio assistito di Fabiano Antoniani, più noto come DJ Fabo, scuote nuovamente le coscienze degli italiani divise sulla necessità, o meno, che si debba riconoscere per legge una autonoma decisione dell’individuo sulla “fine” della propria “vita”.

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Certamente, risulta difficile non ammettere una vicinanza emotiva alla disperazione di quell’uomo ancora giovane che, avendo vissuto nella frenesia delle sue inclinazioni per viaggi- moto e musica, si era sentito nella gabbia di una vita “immobile e senza luce”, come quella in cui era rimasto imprigionato in seguito ad un incidente che lo aveva reso cieco e tetraplegico; altresì, appare arbitrario ogni giudizio sulla sua non accettazione del calvario che si protraeva da due anni e nove mesi con i risultati negativi delle terapie intraprese fra cui l’innesto di cellule staminali tentato in India. Resta inevitabile l’interrogarsi giuridicamente su quella determinazione alla ricerca, forzosamente all’estero “senza l’aiuto del proprio Stato”, del suicidio assistito compiutosi alle 11.40 del 27 febbraio 2017 in una clinica Svizzera di Zurigo dove, a soli 40 anni appena compiuti il 9 febbraio scorso, DJ Fabo si è spento dopo avere premuto con la bocca un pulsante-pompetta attraverso cui si è sprigionato e confluito in vena il cocktail letale che gli ha provocato un sonno profondo facendolo scivolare, in pochi minuti, sino alla morte desiderata come liberazione da quanto per lui divenuto solo un “inferno di dolore”.

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A distanza di otto anni dalla morte indotta nella trentasettenne Eluana Englaro che, vent’anni prima, a dire del padre avrebbe espresso la volontà di morire piuttosto che vivere in stato di grave inabilità fisica e cognitiva; poichè il nostro Parlamento viene accusato di non avere dato seguito alla proposta di statuizione relativa alla “disposizione anticipata di trattamento” sostenuta dai Radicali e dalla Associazione Luca Coscioni, già si preannuncia la ripresa di una battaglia per giungere ad una legge partendo dal subitaneo riesame della questione su cui, d’altra parte, si prospetterebbe molto problematica una specifica previsione per dirimere eventuali controversie in caso di una volontà di recesso, in momenti estremi, dalla anticipata dichiarazione dispositiva; mentre, più che mai appropriata, risulterebbe una riflessione ponderata che non sia solo impulso del clamore del momento per una vicenda umana che è indice di "sconfitta per tutta la società", secondo quanto espresso da monsignor Paglia presidente della Pontificia accademia per la Vita.

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Intanto, si rincorrono le opposte opinioni per cui: non solo la nostra legge, ma ancor prima Scienza e Vita dicono “no” anche all’eutanasia; di contro a quanti ritengano di avere il monopolio di come concludere la propria vita, volendo poterne disporre anche a mezzo di chi “aiuti” in caso di sostanziale propria impossibilità nel compiere l’atto estremo, come nei già sommati casi di 50 italiani che avrebbero deciso di morire in Svizzera dove, un altro italiano il veneziano Gianni Trez, accompagnato proprio dalla moglie, nelle ultime ore è andato ad affrontare quel viaggio estremo che, presso la clinica della “buona morte”, si conclude al presunto costo di Euro 10000/00. Quanto all’attuale destino degli “aiutanti ”; già il radicale Marco Cappato si è autodenunciato per avere, con la sua auto, accompagnato il DJ Fabo in direzione di quel suicidio assistito assolutamente vietato dalla nostra legge; altrettanto pregiudizievole si preannuncerebbe la posizione di chiunque, persino se sanitario, si esponesse contravvenendo tanto al divieto di “aiuto al suicidio” quanto a quello di concorso nel procurare l’eutanasia anch’essa vietata dal nostro Ordinamento; essendo difficilmente riproponibile il ricorso a quello scudo che fu provvido riparo per molti nel drammatico caso di Eluana Englaro alla quale fu tolta alimentazione e idratazione in base ad una sentenza che, presumibilmente indipendente e autonoma rispetto a “vuoti” e divieti legislativi, sortì subitanei effetti con la morte della donna nell’arco di quattro giorni; non essendo valso neanche il tentativo di bloccare il disposto “protocollo” di morte, contro cui si era inutilmente affrettato il Governo che, all’epoca, era guidato dall’On.le Berlusconi.

Essendo stato archiviato, a mala pena quanto forzosamente, lo sconcerto di allora; si vorrebbe sperare in mai più similia ex similibus.

Rosa Cavallo

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