STORIA DI STORIE DIVERSE - XLXXII

Insegnanti di sostegno allo specchio: la disabilità tra difficoltà e gratificazione

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cms_22936/Foto_1.jpg“Storia di storie diverse”, ovvero storie di alunni disabili, persone con caratteristiche speciali, con limitazioni visibili ed innegabili potenzialità.

Il loro percorso scolastico, le difficoltà incontrate e quanto sia ancora difficile oggi parlare di integrazione nella scuola italiana.

Negli articoli della rubrica si affronteranno anche le problematiche più generali del sistema scolastico, con una visuale privilegiata, quella di chi lavora al suo interno.

L’estate volge al termine, un’estate torrida che ha accidentalmente prolungato gli effetti del lockdown. Barricati in casa, in attesa che le temperature calassero ma ciò non avveniva. Settimana dopo settimana, il clima appariva predesertico, le acque del mare raggiungevano temperature tropicali e l’assenza di pioggia era persistente. Urgono azioni immediate per affrontare il cambiamento climatico: il geologo Mario Tozzi spiega che, se all’improvviso non ci fossero più emissioni nocive, la terra impiegherebbe 45 anni per tornare alle temperature antecedenti al riscaldamento terrestre.

I più piccoli mostrano una sensibilità accentuata verso queste tematiche, si preoccupano sul serio di ciò che sta accadendo al pianeta; me ne accorgo parlando con la mia nipotina, che ha dieci anni.

Ciò che la scuola insegna, quanto a corrette abitudini, viene dai bambini meticolosamente messo in pratica; tuttavia non ci sono lezioni dedicate all’ecologia, neppure quei giorni in cui Greta e tutto il mondo protestano attraverso lo skolstrejk for klimatet (sciopero da scuola per l’ambiente).

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Nel mio istituto scolastico non è accaduto nulla perché la nostra scuola è fuori dal mondo: bisogna studiare con ossessività le discipline tradizionali, senza conoscere l’attualità, senza sapere cosa accade a livello nazionale e internazionale.

La scuola è chiusa alla società, è un’isola a parte, e lo dobbiamo alla disonorevole ignoranza della classe docente, soprattutto a livello di scuola primaria. Gente che sacrifica la propria vita al programma, entra in classe senza salutare gli alunni dicendo già che non c’è tempo. La mia “fuga” da questo ambiente è dipesa da questo. I linguisti sostengono che non vi è comunicazione se parla una sola persona, se il flusso è unidirezionale. A scuola l’insegnante parla per ore – dicendo anche agli alunni che sono degli incapaci – mentre loro stanno lì zitti, a subire, a vivere un’esperienza mortificante.

Le lezioni sono cattedratiche e trasmissive, il bambino è un vaso da riempiere. Trionfa il mnemonismo, cioè l’istruzione ridotta a puro fatto mnemonico e quindi priva di valore educativo e formativo. Ogni curiosità è spenta, non si possono fare domande. Non potevo assistere a tutto questo: era come se i bambini non ci fossero, non erano mai interpellati.

Quelle poche volte che, come insegnante di sostegno, mi è stato consentito di far lezione alla classe, sono partita da loro, una ricchezza da valorizzare. Il mio lavoro è magnifico perché ci sono loro: travolgenti, curiosi, pieni di entusiasmo, desiderosi di imparare; mi chiedo come sia possibile spegnerli e ammutolirli!

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Tutto ciò è frutto del fatto che da decenni ormai nessuno investe nella formazione degli insegnanti: non hanno sensibilità pedagogica per capire e valorizzare la natura dei bambini, hanno scarse competenze disciplinari, non hanno conoscenze di tipo psicologico né sono stati sottoposti a una valutazione clinica, prima di intraprendere questo lavoro.

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Il risultato è una pessima educazione per i nostri figli, che saranno i cittadini di domani ma non sapranno valutare criticamente ciò che gli accadrà, non avranno acquisito l’abitudine al ragionamento e al dubbio, per elaborare ipotesi e pervenire a soluzioni. L’intelligenza è la capacità di ingegnarsi, di risolvere problemi, partendo dall’insight, dall’intuizione, da quella lampadina che si accende e che segnala un percorso di ricerca.

Vincenza Amato

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