STORIA DI STORIE DIVERSE - XLXVII

Insegnanti di sostegno allo specchio: la disabilità tra difficoltà e gratificazione

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cms_22577/Foto_1.jpg“Storia di storie diverse”, ovvero storie di alunni disabili, persone con caratteristiche speciali, con limitazioni visibili ed innegabili potenzialità.

Il loro percorso scolastico, le difficoltà incontrate e quanto sia ancora difficile oggi parlare di integrazione nella scuola italiana. Negli articoli della rubrica si affronteranno anche le problematiche più generali del sistema scolastico, con una visuale privilegiata, quella di chi lavora al suo interno.

Sono trepidante, a giorni saprò se la mia esperienza professionale cambierà del tutto: ho chiesto l’utilizzazione scolastica, ovvero la possibilità di poter prestare, per un anno, servizio presso un’altra sede. Essendo alla ricerca di un cambiamento reale, non ho chiesto il trasferimento in un’altra scuola primaria o sul ruolo di insegnante comune; esplorando le possibili esperienze di insegnamento mi sono imbattuta nell’educazione degli adulti, in particolare degli immigrati, nei centri territoriali e dei detenuti, nelle case circondariali.

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Ho subito immediatamente il fascino di poter insegnare a persone fragili, relegate in condizioni di vita difficili, prive di dimora e lavoro, incapaci di esprimersi nella nostra lingua perché non l’hanno studiata o perché non è la loro lingua madre. Sia gli immigrati che i detenuti vivono situazioni di segregazione: i primi nei centri territoriali a tempo indefinito, i secondi perché rinchiusi in carceri sovraffollate dove non c’è rieducazione; il tempo è perso, non occupato ad acquisire, ad esempio, una nuova professione.

Soprattutto per i detenuti provo pena e mi chiedo se un pensiero è a loro rivolto; in tanti, banalmente, dicono che se si trovano in carcere è perché hanno delle colpe, ma io penso che siano stati indotti a delinquere anche dai contesti in cui vivevano, dalle famiglie a cui appartenevano, dalla mancanza della scuola, dall’assenza dello Stato. Io credo che la scuola, nel carcere, sia un’opportunità di riscatto, una cultura che va a raggiungere chi non l’ha mai incontrata.

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Credo che, insegnando la lingua italiana, sia possibile far appassionare i detenuti alla lettura o alla scrittura, attività che loro potrebbero svolgere per erudirsi, anche al di fuori del tempo scolastico. La scrittura ha, ad esempio, un enorme potere catartico, offre prospettive e agevola una ricerca interna, in quanto ciò che è dentro e può far male viene estrinsecato. Ho letto di casi, seppur rari, di detenuti che si sono appassionati alla lettura e allo studio laureandosi in carcere. Purtroppo quando si è in giovane età mal si sopporta lo studio e non si comprende il valore della cultura che ci scivola addosso, in vista del voto.

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In realtà solo dopo tantissimi anni si comprende quanto la cultura abbia plasmato le nostre menti e aperto le nostre vedute; ne siamo consapevoli soprattutto quando ci confrontiamo con persone che, non avendo seguito lo stesso percorso, possono apparire limitate.

La cultura avvicina alla moralità, leviga i lineamenti delle persone, affina i loro gusti; l’azione della cultura può avere gli stessi effetti sulle persone, anche se esse hanno un passato turbolento e dedito alla delinquenza. Con un detenuto si può leggere e commentare un articolo di attualità, si può conversare inducendolo all’ascolto, estendendo lessico e produzione linguistica.

Un educatore sogna… i suoi sogni possono apparire irrealizzabili, gli altri possono con scetticismo dubitarne ma lui si dedica pienamente alla persona in stato di disagio per far emergere in lei un nuovo progetto di vita.

Vincenza Amato

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