STORIA DI STORIE DIVERSE - XLXIV

Insegnanti di sostegno allo specchio: la disabilità tra difficoltà e gratificazione

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cms_22355/Foto_1.jpg“Storia di storie diverse”, ovvero storie di alunni disabili, persone con caratteristiche speciali, con limitazioni visibili ed innegabili potenzialità.

Il loro percorso scolastico, le difficoltà incontrate e quanto sia ancora difficile oggi parlare di integrazione nella scuola italiana. Negli articoli della rubrica si affronteranno anche le problematiche più generali del sistema scolastico, con una visuale privilegiata, quella di chi lavora al suo interno.

“Storia di storie diverse” non è solo una rubrica dedicata al mondo della disabilità: è la storia delle mie giornate di insegnante, un’autobiografia che, talvolta in modo crudo, cerca di mettere a nudo le falle del mondo scolastico che vedono i nostri bambini vittime incolpevoli di un sistema che non si evolve. Se una maestra non sa nemmeno accendere un computer e chiede ad altri di farlo dovremo davvero interrogarci su chi sta in classe con i nostri figlioli.

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Ci sono tante lacune inaccettabili: ad esempio, la scarsissima conoscenza della lingua inglese, al punto che sento pronunciare “Google” e “computer” così come sono scritti anziché nella loro corretta pronuncia fonetica /ˈɡuːɡəl/ e /kəmˈpjuːtər/. Dinanzi a simili errori dire che rimango basita è poco, specialmente quando a commetterli sono insegnanti giovani: non è possibile che non conoscano la lingua inglese! Non hanno formazione, arrivano e non sanno fare nulla, ti chiedono se è utile avere una casella di posta elettronica, non sanno scrivere un testo. È giusto che vadano instradati e io sono una di quelle insegnanti che, senza risparmiarsi, offre la sua guida; tuttavia non è possibile che i nuovi arrivati, freschi di studi e con la laurea in tasca, non dispongano neppure delle competenze di base.

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Cosa si insegna a questi bambini? Crescono senza saper scrivere né parlare, perché non redigono mai dei testi in classe da soli e non si esprimono mai, non sono interpellati: stanno lì, come le belle statuine. Non c’è il tempo per dialogare ed accogliere i contenuti dei bambini, seppur attinenti e utili per la lezione, in grado di offrire spunti interessanti. Le discussioni collettive potrebbero costituire un’importante risorsa per la crescita degli alunni, e invece? Zitti tutti, perché la maestra è stressata e deve finire il programma, è indietro ed è per colpa dei bambini che non studiano. In questi casi preferirei sbattere la porta della classe e andarmene ma non ho voce in capitolo, devo “badare” al mio bambino e basta, sono il suo angelo custode: il nostro è un rapporto dualistico.

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Mi chiedo come si possa arrivare a colpevolizzare ripetutamente gli alunni, con offese continue sulla loro incapacità di impegnarsi, di non esercitarsi a sufficienza. È chiaro che ciò provoca un abbassamento dell’autostima ed è grave, perché l’insegnante è tenuto a fare esattamente il contrario: non deve avvilire bensì valorizzare le capacità di ognuno e puntare sulla fascinazione. Come sostiene Umberto Galimberti, filosofo e maestro di vita, “l’insegnante deve insegnare. Per farlo serve una capacità empatica e comunicativa, la fascinazione. Se non apri il cuore, non apri nemmeno la testa delle persone. Gli insegnanti dovrebbero essere sottoposti a un test di personalità che valuti queste cose. Se uno non sa affascinare è meglio che cambi lavoro”.

Vincenza Amato

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