STORIA DI STORIE DIVERSE (XLVIII)

Insegnanti di sostegno allo specchio: la disabilità tra difficoltà e gratificazione

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cms_21429/Foto_1.jpg“Storia di storie diverse”, ovvero storie di alunni disabili, persone con caratteristiche speciali, con limitazioni visibili ed innegabili potenzialità.

Il loro percorso scolastico, le difficoltà incontrate e quanto sia ancora difficile oggi parlare di integrazione nella scuola italiana. Partendo da una discussione sulle questioni di più stretta attualità, negli articoli della rubrica si affronteranno anche le problematiche più generali del sistema scolastico, con una visuale privilegiata, quella di chi lavora al suo interno.

Oggi sono a scuola, nella mia solita postazione in fondo al corridoio, sola e di fronte a termosifone e finestra. Prima alzavo gli occhi e vedevo tanti bambini intorno a me, mentre ora vedo una finestra con delle persiane verdi, come se ne vedono solo in Puglia, una cesta di vimini e delle corde per stendere il bucato.

cms_21429/Foto_2.jpgVengo a scuola e, se non ci sono insegnanti da sostituire, vivo momenti di attesa, che sono inusuali nella vita scolastica: siamo abituati a vivere nella frenesia, nella gioiosa confusione di un tempo che a scuola scorre veloce mentre ora, con la scuola vuota, viviamo un senso di abbandono. Le ore di lezione a distanza sono inferiori rispetto al nostro orario in presenza. Occorre, per legge e per tutelare la salute degli alunni, svolgere un orario ridotto nella didattica a distanza. Sono anche previste delle pause di dieci minuti tra un’ora di lezione e l’altra per evitare che gli alunni si affatichino.

Bisogna tener conto che questi bambini, da oltre un anno, vivono una condizione estenuante: non vedono i loro coetanei dato che le scuole sono chiuse, non escono, non praticano sport e non svolgono alcuna altra attività extrascolastica. La mattina sono sempre collegati per le lezioni on-line e il pomeriggio devono svolgere i compiti assegnati che, grazie l’insensibilità delle maestre, non diminuiscono affatto.

Sono ormai passati quindici giorni da quando le scuole sono chiuse ed è in vigore la zona rossa laddove, in Puglia, il governatore Emiliano invoca misure ancora più restrittive. C’è, infatti, grande pressione sulle terapie intensive che sono sature, avendo superato la soglia critica del 30% sul totale dei posti disponibili.

A Bari i contagi non sono mai stati così alti, il virus si diffonde in modo inarrestabile, le ambulanze sono in coda per ore con persone in gravi difficoltà respiratorie mentre gli infartuati non riescono ad essere soccorsi per tempo; ogni attività ordinaria ospedaliera è stata sospesa e anche le sale operatorie sono occupate dei pazienti Covid. Profondo rosso, è il peggior scenario di sempre.

Cerco di spiegare in modo semplice a Virginia, l’alunna disabile che seguo, cosa stia succedendo perché nel modo giusto e con parole adatte si può spiegare tutto a tutti, come affermava il grande psicologo statunitense Jerome Bruner.

La sua teoria dell’istruzione ha fatto parte dei miei studi ed è diventata parte di me, poiché ispira costantemente la mia azione di insegnamento.

Nel secolo scorso Bruner, nel corso delle sue ricerche psicologiche, ha mostrato i limiti della teoria comportamentista che concepiva la mente in funzione passiva, come mero specchio della realtà. L’idea di mente di Bruner è, invece, quella di una struttura attiva e dinamica in controtendenza con quella statica proposta dalla psicologia della Gestalt.

La mente partecipa al processo di conoscenza, lo struttura e organizza le informazioni. Ciò avviene in modo peculiare, nel senso che si tratta di processi personali che danno origine a strutture mentali diverse, fortemente influenzate da esperienze passate, bisogni ed interessi dell’individuo. Strutture mentali interne che sono in continua evoluzione e cambiamento.

Lo strutturalismo bruneriano rivoluziona non solo la psicologia dell’educazione ma anche la pedagogia speciale, ovvero quella branca della pedagogia che, con modalità ben definite, interviene in tutte le aree riguardanti la disabilità.

Secondo lo psicologo statunitense per qualsiasi capacità o conoscenza esiste una versione adeguata che può essere impartita, a qualsiasi età. La forma del pensiero, secondo Bruner, può essere: attiva, iconica o simbolica. Se si presenta al bambino la conoscenza nella modalità di rappresentazione a lui più congeniale, lui la acquisirà.

Esistono, dunque, dei vincoli cognitivi da rispettare nel momento in cui si insegna e questo vale ancor di più per ciò che riguarda l’insegnamento agli alunni disabili. È molto difficile, ad esempio, a causa del ritardo mentale, che il pensiero di un bambino disabile raggiunga il livello simbolico.

Cosa significa simbolico? Vuol dire che la rappresentazione degli eventi e delle conoscenze viene immagazzinata nella memoria attraverso simboli. Nel momento in cui io leggo, ad esempio, assumo conoscenze codificate in forma simbolica. Anche nel momento in cui io ascolto, le informazioni vengono trasmesse in forma simbolica, attraverso le parole. La rappresentazione simbolica non è quasi mai raggiungibile, a livello mentale, dai bambini disabili. Non riescono a leggere e scrivere, il più delle volte, così come non riescono ad arrivare all’astrazione. La forma del loro pensiero è iconica e, il più delle volte solo attiva.

Cosa si intende per attiva? Vuol dire che un oggetto viene conosciuto esclusivamente attraverso le azioni che il bambino può compiere su di esso infatti, la mente dei bambini disabili è una mente semplice, del tutto simile a quella di un bambino di qualche anno d’età ed è, altresì, una mente che non si svilupperà se il ritardo mentale è grave; pur crescendo egli rimarrà sempre al medesimo livello di sviluppo cognitivo.

Ritornando al concetto di struttura mentale, se essa si trova ad uno stadio di sviluppo attivo la conoscenza del mondo si basa sulle azioni di cui il bambino è protagonista, su come egli interviene sulla realtà, sull’essere in situazione. La seconda fase nello sviluppo del pensiero è quella iconica laddove, ad esempio, un bambino disabile ha bisogno del supporto indispensabile delle immagini per poter acquisire nuovi contenuti ed è questa una situazione che vivo scolasticamente. Nelle mie lezioni, infatti, ricorro con grande frequenza alle immagini per spiegare il significato di nuovi concetti. L’immagine è un veicolo, consente la codifica del concetto ed il suo immagazzinamento.

Se la struttura mentale è evoluta, è in grado di apprendere solo attraverso i simboli senza avere bisogno né di essere in situazione né di vedere; tuttavia Bruner ha sempre affermato che ciò che si apprende facendo direttamente le cose ed essendone protagonisti, viene appreso in modo stabile e mai dimenticato, al contrario ciò che si apprende attraverso un sistema di rappresentazione simbolico tende a essere ritenuto meno facilmente.

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Le nozioni di Bruner sulla psicologia dell’educazione e sulla struttura della mente, che rappresenta in modi diversi la realtà, sono stati fondamentali per il mio lavoro con i bambini disabili perché Bruner diceva che se non riuscite a spiegare un concetto, ad un certo livello di forma del pensiero, supponiamo simbolica, dovete presentarlo in una forma iconica o altrimenti attiva e difatti, tutti i concetti più difficili, da un punto di vista disciplinare, io li spiego a Virginia attraverso le immagini o attraverso le azioni, costruendo, ad esempio, una montagna con la cartapesta se devo spiegare che cosa è una montagna.

Virginia non dimenticherà cos’è la montagna perché ha partecipato attivamente alla nascita del concetto, attraverso una serie di azioni che ha compiuto dipingendo la cartapesta e modellandola secondo una forma specifica. Certo, direbbe Bruner, la fase attiva della conoscenza consisterebbe nel vedere direttamente la montagna; ma la scuola non è ancora questo.

Vincenza Amato

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