STORIA DI STORIE DIVERSE (XLVII)

Insegnanti di sostegno allo specchio: la disabilità tra difficoltà e gratificazione

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cms_21355/Foto_1.jpg“Storia di storie diverse”, ovvero storie di alunni disabili, persone con caratteristiche speciali, con limitazioni visibili ed innegabili potenzialità.

Il loro percorso scolastico, le difficoltà incontrate e quanto sia ancora difficile oggi parlare di integrazione nella scuola italiana. Partendo da una discussione sulle questioni di più stretta attualità, negli articoli della rubrica si affronteranno anche le problematiche più generali del sistema scolastico, con una visuale privilegiata, quella di chi lavora al suo interno.

Ecco che cosa è il mio lavoro oggi: non mi sento più un’insegnante.

Faccio lezione da sola, senza Virginia e senza gli altri bambini. Faccio lezione in fondo ad un corridoio, in una scuola desolatamente vuota. Anche se non è così, sembra una situazione simile al mobbing per l’isolamento personale.

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La mia postazione a scuola. Riflette la desolazione di ciò che è il nostro lavoro oggi.

Le insegnanti di classe occupano le aule, che non sono in numero sufficiente, per cui le insegnanti di sostegno sono nei corridoi, dove non si lavora tranquillamente perché c’è passaggio: chi si ferma a firmare, chi raggiunge le aule, gli alunni disabili si spostano insieme ai loro insegnanti mentre io sono lì, messa in un angolo.

La solitudine è una condizione del tutto sconosciuta alla vita scolastica, sempre luogo di allegra confusione, di indistinto vociare.

Per fortuna Virginia, diversamente da altri alunni disabili, si impegna, seppur a distanza, e ciò mi appaga: mi sento serena rispetto al fatto che il suo percorso di apprendimento stia procedendo in modo abbastanza regolare. L’anno scorso non andò così perché, nel corso del primo lockdown, seguivo un alunno altrettanto iperattivo ma demotivato verso il lavoro scolastico e, diversamente da Virginia, non aveva una famiglia alle spalle che riusciva a guidarlo nel lavoro didattico da casa.

Sergio, nome di fantasia, perse completamente ogni forma di interesse nel momento in cui adottammo la didattica a distanza: non era assiduo nei collegamenti, la madre non stampava le schede, che erano indispensabili per il lavoro da casa poiché presentavano i contenuti di apprendimento in forma semplificata; Sergio, inoltre, era disturbato sia dalle lezioni dei fratelli maggiori, che si svolgevano nella piccola casa, sia dal dover badare, a volte, alla sorellina minore che ogni tanto irrompeva e lui era costretto a tenerla braccio.

Ricordo che Sergio non aveva nemmeno un tavolino per poter studiare e una volta si collegò dalla camera da letto e sul letto poggiò libri, quaderni, borsellini, senza sedia.

Inizialmente non aveva nemmeno un dispositivo adeguato per collegarsi alle lezioni mentre successivamente, viste le difficoltà economiche e sociali della famiglia, la scuola lo ha fornito in comodato d’uso affinché fosse superato il digital divide, il divario digitale esistente tra chi ha accesso effettivo alle tecnologie dell’informazione (in particolare personal computer e Internet) e chi ne è escluso, in modo parziale o totale.

Da un confronto, anche con le colleghe, nel corso di una verifica del lavoro svolto, si è giunti alla conclusione che gli alunni di fascia medio-alta continuano a mostrarsi responsabili, sono seguiti dalle famiglie e confermano un buon livello di apprendimento, nonostante l’adozione della didattica a distanza. Ad essere più penalizzati, invece, sono gli alunni di fascia medio-bassa per i quali le lezioni da seguire sono, nel complesso, meno coinvolgenti e motivanti: molti di loro, infatti, mostrano segni di disinteresse per ciò che è possibile notare a distanza.

Nelle mie lezioni giornaliere, che hanno una durata limitata - al massimo tre ore - è strano vedere Virginia attraverso uno schermo: in presenza è sempre stretto il rapporto tra insegnante di sostegno e alunno disabile, caratterizzato da una vicinanza forte, sia fisica che psicologica.

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Non dovrebbe essere così ma giocoforza, nel tempo che si trascorre insieme, si crea un legame esclusivo, di tipo preferenziale. Il legame da cui l’alunno fragile, nei momenti in cui sente la spinta all’autonomia, si vuole divincolare. Non deve essere facile avere una un’altra persona sempre vicina e per questo, spesso, anche in passato, ho compreso questi tipi di richieste da parte dei miei alunni e ho agevolato momenti di distacco che conducono ad una crescita e ad un’esistenza autonoma, come quella di altri bimbi.

Vincenza Amato

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