STORIA DI STORIE DIVERSE (XLVI)

Insegnanti di sostegno allo specchio: la disabilità tra difficoltà e gratificazione

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cms_21287/Foto_1.jpg“Storia di storie diverse”, ovvero storie di alunni disabili, persone con caratteristiche speciali, con limitazioni visibili ed innegabili potenzialità.

Il loro percorso scolastico, le difficoltà incontrate e quanto sia ancora difficile oggi parlare di integrazione nella scuola italiana. Partendo da una discussione sulle questioni di più stretta attualità, negli articoli della rubrica si affronteranno anche le problematiche più generali del sistema scolastico, con una visuale privilegiata, quella di chi lavora al suo interno.

A volte penso di cambiare lavoro, non per i bambini disabili, loro sono meravigliosi e mi insegnano ciò che è giusto, in ogni momento, anche quando sono io a sbagliare nei loro confronti. Io vorrei farli uscire da scuola, nelle ultime ore ad esempio, fargli scoprire il mondo, parlargli al di fuori del mio ruolo; ma dubito che si possa fare.

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La scuola è, ancora oggi, un corpo separato dalla società, è chiusa all’esterno, gli alunni non vengono portati, se non raramente, nel mondo reale e viceversa il mondo reale non entra quasi mai in contatto con quello scolastico. A febbraio ci ha lasciato Aldo Visalberghi, uno dei maestri e dei rinnovatori delle scienze dell’educazione, teorico della “scuola aperta” e dell’innovazione del sistema scolastico.

Quando Virginia - l’alunna disabile che seguo - è a scuola, cioè sempre, vorrei che lei, per brevi momenti, giocasse con i compagni, vivesse uno scambio relazionale, vorrei che lei fosse felice perché so che lo sarebbe nella condivisione ma non sempre i colleghi lo “concedono”: forse non ne comprendono la necessità, vivono in un’altra dimensione, quella della classe e dell’urgenza di svolgere il lavoro didattico.

Ma urgenza o fretta sono parole che molto si malconciliano con l’atto educativo. Insegnare richiede calma e necessità di concentrarsi sulle richieste degli alunni. Ogni cosa che riporta all’efficenza, alla prestazione, a tempi frettolosi, nuoce all’insegnamento. Il noto pedagogista e filosofo francese Jean-Jacques-Rousseau scriveva nell’Emilio, il suo scritto più importante, che parla di educazione: “La più importante, la più utile regola di tutta l’educazione? È di non guadagnare tempo ma di perderne”.

Un bambino cosiddetto “normale” non può, invece, perdere pochi minuti di lezione per dare ad un bambino in difficoltà ciò di cui ha bisogno, l’amore e la compagnia di un coetaneo. Sono questi che io vivo come atti ingiusti: monta in me, come insegnante, uno stato di rabbia, per questo voglio lasciar perdere il sostegno perché la comunità non è educante ma delega e lo fa brutalmente, con distacco.

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L’ho detto tante volte di sentirmi disperatamente sola con Virginia, anche se sono in classe. Provo un senso di abbandono nei nostri confronti, come se non esistessimo, come se fossimo delle comparse chiamate lì, a stare in classe. Non credete quando vi dicono che nella scuola primaria italiana vi è il sistema più avanzato al mondo per l’integrazione degli alunni disabili perché sono in classe, non è vero.

Sono tanti gli insegnanti che non includono i bambini disabili nelle loro attività, tanti quelli che non gli rivolgono nemmeno la parola, non li salutano così come sono presi dall’ansia con cui vivono il loro lavoro, dalla preoccupazione di non concludere il programma. Dovremmo erigere un monumento al programma scolastico perché, a suo nome, viene ignorata ogni esigenza pedagogica dei bambini che hanno a che fare con maestre spesso estenuate e poco attente ai loro bisogni.

Vincenza Amato

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