SPIRITUALITÀ DAL BASSO - VIII^ PARTE

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Che cos’è l’ascesi? Come si pratica?

Etimologicamente, il termine greco áskēsis significa “esercizio”, quindi esprime il concetto di compito, di prova, di allenamento.

Secondo il dizionario, l’ascesi è quella “pratica spirituale che mira ad ottenere il distacco dal mondo e la conseguente perfezione interiore mediante l’abnegazione e l’esercizio delle virtù.” Una definizione altisonante ma poco comprensibile e, certamente, difficilmente praticabile.

Non bisogna mai dimenticare che, per progredire spiritualmente - come in qualunque altro campo - bisogna porre l’accento sul positivo e mai sul negativo. Tutto ciò che esprime una negazione di qualcosa non è accettabile alla psiche umana poiché, come diceva giustamente San Tommaso D’Aquino, per praticare la virtù occorre un minimo di piacere.

Andiamo quindi a vedere più da vicino come coniugare questi due elementi apparentemente antitetici: l’ascesi e il piacere.

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L’ascesi è, fondamentalmente, la strada che conduce alla libertà. Libertà dalle proprie passioni, libertà dai programmi che ci sono stati “installati” dalla società e dalla famiglia, libertà dai pregiudizi, dal pensar comune, libertà da una visione ristretta della realtà oggettiva e soggettiva. Libertà anche da noi stessi e dai nostri condizionamenti.

La libertà, quindi, é il premio, la vetta della montagna che andiamo a scalare. Nulla di negativo, quindi: chi mai può anche solo pensare che essa sia sia qualcosa di brutto o di sbagliato per l’essere umano? Altra cosa, invece, è la scalata che dobbiamo intraprendere per raggiungere questa vetta.

Scalare una montagna, si sa, comporta un grande dispendio di energie, di fatica, di dolore anche. Potremmo addirittura scivolare e farci male, perché il luogo è impervio e lo conosciamo poco, non è il terreno che calpestiamo abitualmente. Inoltre, con l’aumentare dell’altitudine, la percentuale di ossigeno nell’aria resta costante ma la pressione atmosferica diminuisce, rendendo l’aria più rarefatta. Meno ossigeno equivale, quindi, a maggiore difficoltà di respirazione.

Eppure, quale panorama! Quale vista, una volta arrivati in cima! Quale senso di superamento di sé, di potenza, di assoluta padronanza e connessione con la creazione, con il cosmo. Queste sono le cose da non perdere di vista - quelle positive - che ci fanno superare ed amare le difficoltà necessarie a raggiungere il nostro obiettivo.

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Certo, l’ascesi è faticosa ma produce anche gioia perché ha un SENSO.

Distacco dal mondo, abnegazione ed esercizio delle virtù sono praticabili solo se sostenute da un obiettivo allettante che faccia da propulsore alla nostra scalata.

Ascesi è quindi sottomettere tutte le nostre facoltà ad un obiettivo più grande, più nobile, più desiderabile, al quale siamo felici di sacrificare ogni cosa.

Non è quindi un infierire contro se stessi, un farsi del male “tanto per” o una ricerca del dolore come mezzo di elevazione. Non lasciatevi ingannare: il dolore non è mai un fine ma solo un mezzo. La Croce, tanto decantata ma poco conosciuta, non è il centro della spiritualità - neppure di quella cristiana - ma solo la scala attraverso la quale elevarsi alla beatitudine e alla vita eterna. Del resto, non ha forse la forma di un “più”?

Basta, quindi, pensare all’ascesi come a una rinuncia e a un contenimento dei propri istinti. Il dolore, la sofferenza, la “prova” non sono il centro della vita spirituale ma il mezzo, il tramite.

“La donna, quando partorisce, è afflitta, perché è giunta la sua ora; ma quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più dell’afflizione per la gioia che è venuto al mondo un uomo.” (Gv 16,21)

Queste parole del vangelo secondo Giovanni sono estremamente potenti ed esprimono bene il concetto di ascesi. Prima di tutto perché mostrano come il dolore sia funzionale all’obiettivo. E in secondo luogo perché sottolineano il rapporto diretto che essa ha con la vita. L’unico dolore tollerato ed accettabile è quello che produce la vita, quello che genera la gioia. Diffidate dunque ed allontanatevi da qualunque filosofia o presunta religione che celebri il dolore come valore in sé e non come porta attraverso la quale accedere alla gioia e all’amore.

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Cosa fare, quindi? Come e quando praticare l’ascesi?

In realtà, chiunque abbia un obiettivo superiore già la pratica senza saperlo.

Chiunque aspiri al bene, al bello, al buono vive quotidianamente quel movimento ascensionale che eleva quanto di meglio c’è in lui, disperdendo ai quattro venti ciò che non è più funzionale al raggiungimento dell’obiettivo.

Chi pratica la meditazione o segue una filosofia o una religione può essere avvantaggiato ma questo genere di appartenenza non è richiesta. Chiunque, anche i non credenti, possono avvertire - e la avvertono - quella voce interiore che li chiama a qualcosa di più, a qualcosa di meglio: ecco, ascoltare questa voce è il primo passo da fare.

Posto che il cammino spirituale è qualcosa di estremamente personale, è assolutamente fondamentale che chi intraprende questo percorso ne senta prima di tutto l’esigenza interiore: senza questo “movimento dell’anima” nulla avrebbe senso e a nulla si arriverebbe.

Se quindi anche tu avverti il bisogno di progredire umanamente e di esplorare nuovi orizzonti, devi solo solo dar credito a questa voce e rispondere alla “chiamata”. Come?

Va’ dove ti porta il cuore! Ognuno di noi sa perfettamente su cosa deve lavorare e cosa, invece, deve lasciarsi dietro le spalle.

In fondo non è difficile: bisogna solo essere onesti con se stessi ed avere delle motivazioni forti. La fatica, quando arriverà, sarà facilmente superabile perché, in fondo al tunnel, vedrete brillare la luce della vittoria, la luce della realizzazione, la luce dell’amore puro.

Simona HeArt

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