SOCIOFENOMENOLOGIA DEI RAPPORTI UMANI

Desiderio, conoscenza, picco e conclusione: è possibile suddividere le relazioni in quattro fasi?

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Razionalizzare ciò che nasce come irrazionale, fuori dalla capacità cognitiva di dare delle spiegazioni logiche ai comportamenti, è un processo che potrebbe rientrare di diritto nella sfera dell’assurdo. Perché assurdi possono sembrare alcuni comportamenti, appunto, quando si parla di relazioni umane. Quando si pensa ai rapporti interpersonali si immagina il più delle volte una parte della propria vita da vivere più “di pancia” che “di testa”, più di istinto che di ragione. Eppure c’è tanta testa dietro la pancia, per quanto questo gioco di parole non traduca efficacemente la grande percentuale di logico dietro l’illogico. Sì, può sembrare un ossimoro, di antica tradizione greca, ma è proprio da lì che discende la nostra cultura e il nostro pensiero. Quando si parla di “cultura” si intende un modo di vivere il mondo, la vita. E la società occidentale è di palese tradizione classica: parliamo come ci ha insegnato Platone, abbiamo applicato un modo cristiano al vivere greco. Lì dove la cultura ellenica prevedeva un modo di vedere la vita, tradotto nelle opere tragiche famose in tutto il mondo, a due atti, l’Occidente l’ha preso e l’ha aumentato a tre: quella che oggi, in scrittura creativa e sceneggiatura, è conosciuta come “struttura restaurativa in tre atti”.

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Non solo. La struttura duale richiama un modello più lontano nel tempo e nello spazio: quello dello Yin e dello Yang di provenienza cinese. Il Tao, molto probabilmente, è la metafora perfetta della vita: ogni cosa contiene un po’ del suo contrario, come l’illogico contiene del logico e viceversa. Normalmente, nel nostro modo di pensare, le due sfere, in quanto contrarie, devono rimanere separate. Questo perché il nostro sistema concettuale è molto metaforizzato: in senso fisico, attribuiamo al “giù” l’irrazionale e al “su” il razionale, proprio perché la testa è collocata in alto e la pancia in basso. Nei rapporti umani, nelle relazioni interpersonali, questi confini sono quanto mai sfumati: si passa da ben quattro fasi, che oscillano costantemente tra il ponderato e l’assurdo. I loro nomi: desiderio, conoscenza, picco e conclusione. Ovviamente lo scopo del presente articolo non è assolutizzare il modo di interagire di ognuno, quanto condurre una riflessione su come, in fin dei conti, la vita potrebbe essere una grande storia sceneggiata da chissà chi. Dove alcune scene potrebbero anche ripetersi per forza di cose, in quanto necessarie a comprenderne il senso intrinseco.

La prima fase dei rapporti è quella del desiderio. Si stabilisce un primo contatto fortuito con l’altra persona, che la maggior parte delle volte entra per caso nella propria vita. Si inizia, appunto, a desiderare di intraprendere un rapporto con questa persona. Ognuno poi individua il metodo che ritiene più opportuno, lo scopo di queste righe non è assolutamente insegnare come conquistare l’amore della propria vita. A favor di lessico, si discerna il termine “rapporto” da “relazione”: il primo disegna una qualunque interazione interpersonale, anche di amicizia, mentre il secondo si focalizza sui rapporti di coppia e d’amore. Entrambe le strade, prima di divergere, partono comunque dalla stessa sorgente. La conseguenza, dunque, è la seconda fase: la conoscenza. Si stabilisce il primo approccio con la persona desiderata e da lì si inizia a costruire, mattone dopo mattone, il rapporto. Viene eretto un grande ponte che mette in comunicazione due mondi.

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La terza fase, quella del picco, è quella più complicata e interessante. Il rapporto raggiunge il suo apice, praticamente le due metà Yin e Yang si congiungono. Il modo in cui si arriva a questa fase determina anche l’intensità del rapporto: una conoscenza frettolosa, e quindi un raggiungimento del picco precipitoso, consuma il rapporto; una conoscenza, al contrario, lenta consegue un salto di questa fase e la diretta fine del rapporto. Ipotizzando che i tempi di entrambi per costruire il rapporto siano stati rispettati, questa fase è l’unica a contenere anche delle “sottofasi”, per quanto questo termine sia improprio. Anzi, è più corretto parlare di più picchi raggiunti: all’interno di un’interazione interpersonale vengono raggiunti più apici, perché possono capitare dei momenti di flessione. “Equilibrio” è la parola chiave: anche il giusto alternare tra momenti di vicinanza e di lontananza, di presenza e di assenza, determina molto nel rapporto. Che, in questa fase, è così schematizzato: apice, flessione e nuovo apice. Il nostro bisogno dell’altra persona non permette una flessione prolungata del tempo, ma ci spinge a tornare al picco.

Ritorna qui, cristallina, la struttura restaurativa in tre atti. Cerchiamo di riportare un equilibrio scosso da un qualcosa, quando in realtà gli atti sono due: yin e yang, opposti e complementari. Sono ragionamenti fatti con il senno di poi, chi scrive ne è perfettamente conscio, così come ci sono due variabili che possono influenzare significativamente l’andamento attuale: il rapporto di coppia e la distanza fisica forzata. Anzi, le variabili sono tre, e alle prime si aggiunge il tempo. Componente imperitura della vita umana sin dalla notte dei tempi ma al contempo circondata da un alone di mistero, evolve i rapporti in modi mai prevedibili. Ed è proprio il tempo a portare la componente della fiducia, essenziale per vivere il rapporto, e a condurlo verso la quarta e inevitabile fase: la conclusione. Un’interazione “perfetta” prevede la sua chiusura solo per la dipartita di una delle due persone, ma molto spesso non è così: i rapporti terminano “anticipatamente”, secondo un’ottica che lo vorrebbe come lungo tutta la vita.

Alla chiusura di un rapporto è possibile raggruppare le prima tre fasi in un unico grande atto, cui segue un secondo rappresentato dalla chiusura dell’interazione. Normalmente, come vari detti popolari sostengono, si volta pagina, oppure si cerca di riallacciare il rapporto. È ciò da cui non possiamo prescindere, perché prediligiamo un terzo atto che ci riporti al primo. Si cerca una “seconda stesura” della grande storia che rappresenta un rapporto interpersonale, perché l’intenzione prima che sottende a tutte le azioni conseguenti è il riparare un qualcosa di rotto come l’equilibrio anziché buttarlo. Questo accade anche nei rapporti di coppia, d’amore, solitamente cristallizzati nella terza fase: quando lo status quo viene alterato si cerca di riportarlo al suo origine. Solo un’alterazione profonda comporta il passaggio alla quarta fase. Pleonastico disvelare l’identità della suddetta alterazione profonda, ovvero il venir meno della fiducia. È proprio essa che permette il perdurare del rapporto nella prediletta terza fase, che permette a entrambi di viversi a pieno.

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Normalmente il pezzo terminerebbe qui, in tempi normali, al momento in cui questi pensieri vengono redatti è doveroso analizzare l’ultima grande variabile delle interazioni: la distanza fisica forzata. In un periodo come quello contemporaneo, segnato profondamente dalla pandemia mondiale, anche i rapporti ne risentono: il doverli vivere forzosamente a distanza, rinunciando dunque a tutte quelle componenti che rendono l’interazione completa, ne inficia il loro progredire ed evolversi. Quali componenti? Il contatto fisico, il gioco di sguardi, che permettono di cogliere quei dettagli su cui si costruisce poi il futuro di tutte le relazioni. Per questo, forse, cercare di cogliere la razionalità in un qualcosa di passionale, emozionale, permette anche di adattare il proprio modo di viversi con un’altra persona a quello che la situazione richiede. Perché l’equilibrio di un rapporto è la somma anche dei compromessi richiesti e raggiunti da chi lo vive, e solo quando avrà raggiunto la stabilità si potrà dire di star interagendo con qualcuno all’apice. Secondo la sceneggiatura di una storia molto psicologica di cui noi siamo i protagonisti, e che nonostante scene che potremmo non apprezzare, non può fare a meno di piacerci.

Francesco Bulzis

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