SMART GLASSES

Il rispetto della privacy sarà la vera killer application

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cms_23351/1.jpgFurono lanciati in pompa magna come una delle tecnologie più rivoluzionarie degli ultimi decenni e gli stessi sviluppatori non avevano dubbi sul loro successo. I Google Glass, se ancora qualcuno li ricorda, sono stati però, nonostante i proclami iniziali, un flop clamoroso nel mondo della tecnologia. Erano stati presentati al mondo come il futuro, il must have per l’homo tecnologicus del nuovo millennio, ma dopo il primo lancio del prodotto nel 2014 sul mercato americano e britannico, sono scomparsi dai radar dei potenziali acquirenti. Sarà probabilmente stato il prezzo iniziale della versione beta a spaventare i clienti inizialmente interessati e pertanto persino la nicchia a cui erano rivolti ha pensato che la spesa non valesse l’impresa. Sta di fatto che dopo essere stato presentato appunto come un bene di extra lusso, costoso e solo per pochi, dopo la curiosità iniziale i Google Glass hanno lasciato il passo ad altre e ben più realistiche problematiche nel pubblico: la gestione della privacy e della riservatezza da parte di Google, ovvero uno dei colossi della Silicon Valley. Dotati di realtà aumentata, gli occhiali sviluppati da Google danno la possibilità di sviluppare e ricevere informazioni attraverso comandi vocali senza uso delle mani.

cms_23351/2_1633147887.jpgChi li indossa è come se fosse dotato della capacità non solo di vedere tutto e tutti, ma anche di riprendere ogni cosa vista e incontrata per strada e di comunicarlo a Google, con tutte le possibili conseguenze di tale comportamento. Il problema privacy per coloro i quali indossano gli occhiali e per chi rientra nel loro specchio visivo, diviene già dai primi utilizzi un problema serio: negozianti, musei, cinema e spazi pubblici in genere diventano spesso off limits per le rimostranze e le paure di chi teme un’invasione della propria riservatezza oltre che per la diffusione di dati e informazioni riservate. Per evitare di incorrere in inconvenienti di questo tipo e per assicurarsi un costante miglioramento tecnologico, Google ha continuato a produrre Smart Glasses solo per professionisti del settore, riservando l’acquisto solo ad aziende partner per poi aprire il mercato al grosso del pubblico senza però che questo risolvesse il problema della privacy: come capire se chi li indossa non ci sta registrando? Intanto i grandi oligopoli del settore tecnologico californiano si stanno muovendo sula strada già tracciata dal colosso di Mountain View subodorando i possibili guadagni in termini di data mining; Facebook per esempio sta investendo su smart glasses in grado di scattare foto, registrare video e pubblicare sui social. L’azienda di Menlo Park pensa infatti a un device simile a un occhiale connesso con lo smartphone, i Ray-Ban Stories, smart glasses che Facebook ha sviluppato con ExilorLuxottica, l’azienda italiana dell’imprenditore milanese Del Vecchi, una delle più grandi holding del settore occhiali.

cms_23351/3.jpgCome per gli Smart Glasses anche gli smart glasses creati da Facebook, presenti sul mercato di diversi paesi tra cui l’Italia, rischiano però di essere un po’ troppo invasivi della privacy degli utenti, proprio per il loro essere “naturalmente” invasivi nel loro design ovvero una tecnologia nascosta sì da un paio di banali lenti ma che posta su un volto rischia di incrementare le fila di potenziali ladri di informazioni sensibili. Vi sono poi ulteriori rischi in primis quelli connessi alla condivisione di dati personali poi pubblicati con leggerezza online e di pubblico dominio dopo pochissimi minuti. Siamo ormai tutti consapevoli di vivere in una società controllata che fa della vigilanza un dovere civico nel rispetto della sicurezza di tutti i cittadini. Un conto è però accettare una realtà composta da videocamere a circuito chiuso che sorvegliano zone sensibili del territorio ed esercizi commerciali sulla pubblica strada di cui siamo consapevoli tramite la presenza di cartelli, un’altra cosa è imbatterci in una persona che sta riprendendo ciò che gli si para davanti. Basterà allora la consapevolezza di ogni cittadino di vivere in una società sempre più connessa in cui non vi è possibilità alcuna di difendere la propria privacy? Basterà che tutti siano coscienti che il mero possesso di uno smartphone ci renda attore e regista della nostra vita? Infine, basterà la sola parola delle aziende hi-tech nel ribadire che i dati raccolti dagli smart glasses (ma il discorso è riferibile anche ai nostri collegamenti da pc e alle connessioni tramite smartphone) servono solo per ottenere un corretto funzionamento dei device? Le domande potrebbero continuare ma il dilemma comunque rimarrebbe, cioè come sia possibile riuscire a coniugare un’innovazione tecnologica senza freni con il rispetto dei più antichi diritti alla riservatezza.

Andrea Alessandrino

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