SKUMA,STORIA DI UNA SIRENA E DEL CORAGGIO DI RICOMINCIARE

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La figura della sirena accompagna l’immaginario collettivo dell’uomo da secoli, ormai, e il merito della sua magica fama immortale è da attribuire maggiormente ad Omero.

Il poeta greco, infatti, nella sua Odissea presenta queste creature dal corpo metà umano e metà marino, come guardiane di un’isola situata a ridosso tra Scilla e Cariddi, che amavano trascorrere il loro tempo ammaliando i giovani marinai di passaggio con la loro voce soave, per poi ucciderli una volta sbarcati sulla loro isola.

Le sirene per questa loro particolare abitudine, sono passate alla storia come creature mitologiche tanto belle quanto dannate e forse proprio per questo motivo hanno da sempre affascinato l’animo umano. Esistono alcune sirene, però, che hanno provato a sfidare la loro stessa natura, scegliendo di abbandonarsi all’amore e di mostrare a quegli impavidi marinai, qualcosa di molto più ammaliante della semplice voce: il loro cuore.

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È questa la leggenda moderna di Skuma, la sirena tarantina che con la sua storia d’amore, ha regalato alla bella città pugliese, un barlume di magia eterno, quanto la sua stessa storia.

“Molto tempo fa Taranto, essendo bagnata da due mari, divenne meta preferita delle sirene, le quali decisero di stanziarsi lì in pianta stabile, costruendoci il loro castello incantato. In quel periodo, viveva a Taranto una coppia di sposi innamorati: lei bellissima, lui imponente pescatore.

Proprio per il suo mestiere, il giovane era costretto a stare fuori dalla propria città mattina e sera, oltre che restare lontano dalla sua amata per giorni interi. La bellezza di lei fu ben presto notata da un ricco signore tarantino, il quale incominciò a provare interesse per la giovane sposa solitaria e approfittò della mancanza del marito per farle la corte offrendole molti regali costosi. Con il passare del tempo e dopo innumerevoli regali, riuscì a sedurla e a trascorrere una notte con lei.

La sposa, però, il giorno dopo, in preda al rimorso, confessò tutto al marito, il quale la condusse con una barca in alto mare e, consapevole del fatto che lei non sapesse nuotare, la spinse in acqua facendola annegare. In suo soccorso si precipitarono, appena in tempo, le sirene di Taranto che riuscirono a condurla in salvo nel loro castello. Essendo rimaste ammaliate dalla sua bellezza, le sirene la proclamarono loro regina, dandole il nome di Schiuma (Skuma nel gergo tarantino) perché condotta lì dalle onde.

Alcuni giorni dopo, il pescatore si pentì del suo orribile gesto e, pensandola morta, tornò più volte nel punto in cui la giovane moglie era affogata, piangendo lacrime amare. Le sirene incuriosite dall’insolito comportamento dell’uomo, decisero di impadronirsi della sua barca facendolo cadere in acqua e lo condussero al castello incantato per far decidere alla loro nuova regina cosa farne. Skuma, che era ancora tanto innamorata del marito, non appena lo riconobbe pregò le sue amiche sirene di non fargli del male e di lasciarlo libero, e così venne condotto sulla riva della spiaggia dove, svenuto, rimase lì fino al mattino seguente.

Quando il pescatore si risvegliò, si ricordò di quanto accaduto il giorno prima e rendendosi conto che la sua sposa non era morta, si dimostrò pronto a tutto pur di ricongiungersi a lei e per questo si rivolse ad una giovane fata, la quale gli svelò che l’unico modo con cui avrebbe potuto liberare la sua amata era quello di cogliere l’unico fiore di corallo bianco nel giardino delle sirene. Il giorno successivo il pescatore si procurò un’altra barca e raggiunse lo stesso punto del mare, dove incominciò ad urlare il nome della moglie.

Skuma, sentendo la sua voce, fuggì dal castello e riuscì finalmente a riabbracciarlo, e quando il marito le riferì le sue intenzioni insieme alle relative condizioni impostegli dalla fata per liberarla, decise di diventare sua complice e studiò un piano da effettuare con lui il mattino seguente. Il giorno dopo, infatti, il pescatore usò tutti i risparmi che aveva per comprare dei bellissimi gioielli che gettò in una barca nel mezzo del golfo di Taranto.

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Le sirene, attratte da tutte quelle pietre preziose, lasciarono incustodito il castello permettendo così a Skuma di addentrarvi indisturbata per poter rubare il fiore di corallo e consegnarlo alla fata che aspettava sulla spiaggia, la quale, come promesso, sollevò un’ enorme onda che trascinò via le sirene dal golfo di Taranto mentre i due sposi si ritrovarono l’uno accanto all’altra, in riva al mare dove, forse uniti davvero per la prima volta, ritornarono insieme a casa“.

Di recente, si è diffusa una versione alternativa della leggenda, dove invece si dice che a seguito dell’onda innalzata dalla fata, purtroppo, il pescatore non fece in tempo ad allontanarsi e venne travolto dalla stessa onda che lo trascinò chissà dove, facendo perdere ogni traccia di sé. Da quel momento, Skuma, ormai rimasta sola, decise di indossare l’abito monastico e di trascorrere chiusa in convento tutti i restanti anni della sua vita. Da quel giorno, nelle notti di plenilunio, si dice che Skuma, vestita da monaca, si aggiri per il Golfo di Taranto sperando nel ritorno dell’amato. E questa nuova versione della storia spiegherebbe inoltre, il nome di una delle torri abbattute del Castello Aragonese, quella detta appunto Torre della Monacella, proprio in suo ricordo.

La leggenda di Skuma, come ogni leggenda che si rispetti, è piena di colpi di scena in stile fantasy che vanno dai sortilegi, alle fate, ad altri tipici cliché, eppure, non è una storia d’amore come tutte le altre. È una storia d’amore che aleggia nell’aria del lungomare tarantino da molto, moltissimo tempo. È una storia d’amore che ha deciso di restare impressa per sempre tra le acque di quel mare proibito che è stato la sua rovina, ma anche la sua salvezza.

Proprio per questo motivo, la si legge soprattutto nei volti delle bellissime statue realizzate in suo onore con il cemento marino, un particolare materiale studiato appositamente per renderle più resistenti all’azione corrosiva dell’acqua e della salsedine.

Un tipo di cemento, quindi, che consente a queste meravigliose sculture, poste sugli scogli del lungomare, di conservare i segreti di questo racconto nelle pieghe dei loro sorrisi appena abbozzati e nelle iridi degli occhi che non mostreranno mai.

Ma se ugualmente volete provare a leggerli quegli occhi, allora andate nei pressi del lungomare di Taranto, sedetevi sulla scogliera, vicino le sirene e abbiate il coraggio di perdervi nelle tacite voci del racconto che hanno da dirvi.

Diana Filippi

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