SI SQUARCIA L’OZONOSFERA ANCHE SULL’ARTICO

Il protocollo di Montreal non è riuscito a evitare ulteriori danni: tanti gli interessi economici in ballo

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Il dott. Diego Loyola è uno scienziato del centro di osservazione aerospaziale tedesco (DLR), da tempo impegnato nello studio dei cambiamenti atmosferici e climatici volti a comprendere le strategie attuative in materia di inquinamento. Attraverso studi approfonditi e con l’utilizzo di tecnologie particolarmente avanzate, come il satellite Copernico sentinel-5P, il ricercatore ha da poco rilevato una forte riduzione dello strato di ozono nell’Artico, con la nascita di buchi disseminati nell’ozonosfera. Un abisso di 1 milione di chilometri quadrati, che secondo gli scienziati dovrebbe richiudersi a metà aprile e che, seppur inferiore al buco dell’ozono dell’Antartico (di circa 20- 25 milioni di chilometri quadrati), rappresenta comunque un segnale da non sottovalutare.

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L’ozonosfera costituisce uno strato dell’atmosfera terrestre compreso tra i 15 e i 50 km, caratterizzato dalla presenza di ozono, un gas instabile dal colore bluastro composto da 3 molecole d’ossigeno, formatosi grazie alla luce del sole. Si tratta, in questo caso, di un duplice processo: da un lato l’ozono si genera nell’atmosfera mediante l’azione delle radiazioni solari che, spezzando l’atomo di O2 in due atomi di ossigeno, poi si combinano con altri O2 per formare O3 secondo la formula chimica O + O2= O3; dall’altro, il gas assorbe l’energia delle radiazioni solari affinché i raggi ultravioletti non danneggino gravemente il pianeta e gli esseri viventi che lo abitano. Lo spessore dello strato di ozono è maggiore ai poli a causa dei venti che trasportano la sostanza prodotta altrove, perlopiù nelle zone dell’equatore. Tuttavia, le particelle inquinanti messe in circolo dall’uomo, tra cui i clorofluorocarburi e gli idroclorofluorocarburi, contribuiscono all’assottigliamento dell’ozonosfera provocando effetti devastanti (il famoso “buco dell’ozono”), nonostante l’entrata in vigore del protocollo di Montreal, siglato nel 1987 per limitare danni ormai ingenti. Il trattato internazionale è un accordo di 197 stati - compresi quelli dell’Unione Europea - che prevede l’abolizione di un elenco di sostanze ritenute letali per il pianeta. Urge un cambiamento di abitudini, perciò la Cina da tempo è al lavoro per la realizzazione di un mondo più “green” con la costruzione e l’implementazione di impianti eolici e fotovoltaici, anche se le difficoltà sono sempre in agguato tenendo in considerazione il volume e il dispendio energetico della popolazione cinese.

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L’Italia incoraggia il settore fotovoltaico attraverso vari incentivi; i paesi in via di sviluppo devono essere guidati nelle scelte e nell’articolazione di un modo di vivere alternativo e a misura di ambiente. Negli Stati Uniti il sentire relativo all’inquinamento dipende dalle interferenze dei maggiori produttori di petrolio che, ghiotti di consensi, orientano generosamente le idee politiche mentre la Florida, uno dei luoghi a rischio sommersione, vive di costanti inondazioni. Non a caso, lo scioglimento dei ghiacci, l’innalzamento del livello dei mari, i mutamenti della fauna e della flora marina, l’aumento di patologie nell’uomo e i cambiamenti climatici avvenuti negli ultimi anni sono solo alcune conseguenze di un problema che sta erodendo la Terra come un inarrestabile fiume in piena. Insomma, ancora una volta si tratta di una contrapposizione di interessi guidati dal potere economico, ma ineluttabilmente deboli di opinione di fronte alla certezza della scienza.

Alessia Gerletti

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