SEBASTIANO A.PATANE’-FERRO

Quando la poesia diventa dialogo, concreta, vicina, immensa

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cms_22072/1.jpgChe un artista valga più da morto che da vivo è purtroppo triste realtà. I poeti non fanno eccezione in quello che è, a tutti gli effetti, il carrozzone della notorietà. Il web, in questi giorni, si è riempito di ricordi e cordoglio per la scomparsa di Sebastiano A. Patanè Ferro. Poeta siciliano, assai sottovalutato ma talmente umile da donare umanità sotto forma di poesia a chiunque lo sfiorasse. La sensibilità, la tenacia, la cura maniacale dei particolari. Una sua caratteristica, oltre al pathos è sempre stata una specie di sceneggiatura come apertura e/o chiusura ai testi. Una poesia quasi dialogata, concreta, vicina, immensa. I poeti dovrebbero essere prima uomini difettosi e mai ergersi a troni di perfezione. La vera poesia quando viene al mondo non conosce direzione precisa. Lo sapeva bene Sebastiano che adorava le parole così come le parole veneravano lui.

cms_22072/3.jpgHo conosciuto la sua scrittura tantissimi anni fa su diversi forum: è stato amore a prima lettura. Abbiamo intersecato i nostri versi in numerose composizioni e sebbene, abbia mancato l’incontro di persona quando è venuto a Napoli, sento di aver avuto il privilegio di incrociare, trascorrere e perfino condividere un pezzo di vita con lui o almeno mi piace pensarlo. Alcune volte il tempo dovrebbe fermarsi. Facciamo allora che siamo ancora nel 2013 ed io, non riesco a trovare le parole giuste per la tua poetica.

Facciamo che scrivo e riscrivo e tardo a contattarti perché, di norma, mi sforzo di raggiungere una certa oggettività, riuscendo ad apparire perfino distaccata. Una lotta alle emozioni persa in partenza con te. Facciamo che mi invii la biografia da aggiungere ed all’improvviso mi parli di un regista che vorrebbe sceneggiare i nostri duetti. Ed io meravigliata, non tanto dalla notizia in sé, ma dal fatto che tu ci credessi in questo modo da proporli e sottoporli agli addetti ai lavori. Facciamo che non sei morto da qualche giorno e che io non abbia, come al solito, aspettato troppo per proporre la tua poesia su questa rivista. E allora sono questi i miei fiori per te, una traccia umana da non far cadere nell’oblio, con le poesie che tu stesso hai scelto, qualche tempo fa come se la parola tempo fosse un concetto del tutto arbitrario.

a sud dei rosmarini

sole silenzioso

centomila anni stanchi nel cuore di farina

gong d’oltre terra tanto vicina al cielo

che spacca la zolla in tre e poi in cinque

senza riguardo sole silenzioso senza pelle

col seme caduto sull’irrisolta fecondità

di una poesia che certo non sa d’amare

parla sorda scure imprevedibile

della poetessa di Foligno colpisci pure

le parole conservate dalle ambre

a sud dei rosmarini, dove il silenzio

chiacchera col nulla dell’ombra di una mano

che appena sfiora il fucsia d’un passato

proprio accanto alle radici

senza pioggia non può esserci colore

in una sera così lontana da quest’istante fermo

tra le dita e la carezza immobile a mezz’anima

nell’aria ridotta ad unico respiro

ah ridicola speranza del principio

che vuole il cuore prima della mente

senza passare attraverso le betulle

*

le calme d’agosto

come facevo a capire dove fosse la luna, quale la finestra

lungo l’elusiva rappresentazione delle calme d’agosto

quando si raccolgono per difetto le intensità circolari

fra la bocca il seno e la distanza

e se mi abbandonassi

scivolando col sudore delle mani nelle polveriere delle vene

al fluire congiunto sovrapposto all’illusione che di noi fa solo

un fiume non descritto

mancherebbe certamente la misura che ci lascia distinguibili

tracce di corpi senza petali un’alfa senza seguito

di limiti presunti e mai sistemi per quanto estemporanei

sull’obliquo ascendere dei sensi

ma un movimento impercettibile di labbra riporta i picchi

e le cadute spazzando

il fermoimmagine -vedi il desiderio- dalle inferriate

*

Novantadue parole

stasera gli ulivi non riflettono l’argento

voglio pensare che non ci sia luna

che giù nel cortile il passo è corto per davvero

e tu non canti questa sera

guarda le pieghe di quest’aria

sembra muoversi da sola senza voce

dall’intonaco alla gonna stilla del mio tempo

è bello ascoltare il respiro stringersi alle dita

con te che gli ulivi vorrebbero al posto della luna

canta allora quelle antiche litanie

che sanno di zolfo e nocepesca

(è tutto dentro gli occhi ramemare)

io sono qui sto raccogliendo il miele

in novantadue parole

Biografia

cms_22072/2.jpgSebastiano A. Patanè Ferro nasce a Catania nel 1953 sotto l’acquario di febbraio. Muore troppo presto il 26 maggio 2021. Fin da giovanissimo coltiva la passione delle lettere che comincerà a sviluppare con impegno negli anni ‘80 quando fonda il centro culturale e d’arte “Nuova Arcadia” salotto di poesia e sede di numerosi reading. Tra le sue raccolte poetiche figurano Luna & dintorni (autoproduzione, 1994), Poesie dell’assenza (Clepsydra Edizioni, 2011), Gli angoli (aprono i loro acuti per ingoiarci), (Smasher Edizioni, 2013), Il pescatore di fiori, (Rayuela, 2014). È presente in diverse antologie tra cui Metamotphosis (Versinvena Edizioni), Fragmenta, No job (Smasher Edizioni), Il cielo di Lampedusa (Rayuela Edizioni) e Kronos (Onirica Edizioni). Ha gestito due blog di poesia contemporanea: “Le vie poetiche” e “La casa senza tempo”, oltre ai suoi blog personali quali “La cava della parola” e “Sciaranera”.

Francesca Coppola

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