SAN SUU KYI IN TRIBUNALE IL 24 MAGGIO

La leader legittima della Birmania sarà giudicata per i molti reati attribuitegli dal governo golpista

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La legittima, ma deposta, leader birmana Aung San Suu Kyi comparirà in pubblico il 24 maggio per la prima volta dal colpo di Stato del primo febbraio scorso, per presenziare ad un’udienza in tribunale. Lo ha annunciato il suo avvocato. La presidentessa eletta, ma mai insediata, deve rispondere a sei capi d’accusa costruiti ad arte dal governo golpista di Min Aung Hlaing, che continua ad agire indisturbato, forte del veto posto dalla Cina nel Consiglio di Sicurezza ONU contro qualsiasi risoluzione di condanna al colpo di Stato militare, ed alle violenze che ne sono derivate, con diverse centinaia di morti e migliaia di arresti tra i manifestanti, nonostante questi ultimi fossero scesi in strada in maniera assolutamente non violenta. La popolazione aveva votato in massa per San Suu Kyi, proprio contro il partito guidato dai militari che, una volta acclarato che non potevano ottenere il potere tramite il consenso popolare, hanno scelto la via delle armi. Non sorprende dunque la massiccia partecipazione alle proteste, e purtroppo, non sorprende (ma raccapriccia) neanche la repressione operata dal governo Hlaing.

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Al momento San Suu Kyi è agli arresti domiciliari, e le prime fasi del processo a suo carico si sono già svolte in videoconferenza. Nello specifico, è incriminata per inosservanza delle restrizioni legate alla pandemia, importazione illegale di walkie-talkie, istigazione ai disordini pubblici e violazione di una legge sui segreti di Stato risalente all’epoca coloniale. Fa specie il fatto che la giunta militare abbia organizzato dei pretesti ad hoc per mettere la 75enne in una posizione in cui rischia fino a tre anni di carcere, quando sarebbe stato molto più semplice accusarla alla luce di quella che è la sua più grande controversia: l’aver dato, come ministra degli esteri, il beneplacito, o addirittura essere direttamente implicata, alla persecuzione sistematica della minoranza Rohingya. Per alcuni, tra cui diverse agenzie ONU e diversi governi, quella della minoranza islamica birmana ha assunto addirittura la portata di un genocidio.

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È però evidente che la giunta militare non sia certo contraria a questo trattamento verso le minoranze del Paese, e, considerando ciò che sta avvenendo agli uiguri in Cina, possiamo affermare per estensione che anche il governo di Xi Jinping, dal quale di fatto dipende la sopravvivenza politica dei golpisti in Birmania, sia sulle stesse posizioni. È anche da ricordare che nel quinquennio di San Suu Kyi al Ministero degli Esteri, il governo di cui ella faceva parte dipendeva in parte anche dai militari stessi, in quanto la Costituzione del 2008 continua a tenere il governo civile sotto la tutela dei militari: tra le altre cose, all’esercito spetta un quarto di tutti i seggi parlamentari, sufficienti per esercitare potere di veto su qualsiasi emendamento costituzionale, oltre che il controllo esclusivo sul ministero dell’Interno e su quello della Difesa. Ora, però, con la complicità cinese favorita da una prassi clamorosamente inefficiente nel Consiglio di Sicurezza ONU, controlleranno tutto, cancellando tutti i progressi fatti da un processo di democratizzazione decennale, che finora era stato lungo e complicatissimo.

Giulio Negri

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