Roger Stone: chi è l’uomo che sta imbarazzando la Casa Bianca?

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Nell’autunno del 1960, dopo otto anni di Presidenza, Eisenhower gli Stati Uniti erano chiamati alle urne per scegliere chi tra Kennedy e Nixon sarebbe dovuto diventare il suo successore. Naturalmente nell’intera nazione non si parlava d’altro, eppure, in una piccola scuola elementare di Norwalk, Connecticut, vi era un bambino di terza elementare la cui passione per il candidato democratico era talmente forte da spingerlo a mettere in giro fra i suoi coetanei la voce che, in caso di vittoria di Nixon, il suo primo atto da Presidente sarebbe stato quello di tenere aperta la scuola anche il sabato mattina. Si trattava solo di un’innocente bugia, è vero; tuttavia, a distanza di anni non solo quel ragazzino avrebbe preservato la stessa attitudine ma l’avrebbe perfino portata nei salotti del potere statunitense.

Nel ‘72, sia Roger Stone che Nixon erano profondamente cambiati: il primo, ovviamente, non era più un bambino mentre il secondo era addirittura diventato Presidente. A differenza di quanto accaduto molti anni prima, però, il leader repubblicano non ispirava più alcuna antipatia al giovane ragazzo, il quale anzi decise di partecipare volontariamente alla sua campagna elettorale per la riconferma presidenziale. Una collaborazione sobria e discreta? Nemmeno per sogno. Stone creò piuttosto un’identità fasulla, quella di Jason Rainier, membro di una fantomatica e pericolosa “alleanza socialista”, così facendo poté firmare un assegno in favore dei comitati di John Ashbrook (avversario di Nixon alle primarie), pubblicare la ricevuta e, immancabilmente, tacciare Ashbrook di essere stato finanziato da pericolosi gruppi di estrema sinistra. Quest’ultimo provò a negare le accuse ma non servì a nulla: alla convention repubblicana non raccolse che un deludente del 5% dei consensi dovendosi così ritirare dalla corsa. Non contento, poche settimane dopo Stone assunse un gentiluomo affinché s’infiltrasse nelle sedi del partito democratico boicottando la campagna di George McGovern, ultimo baluardo rimasto fra il suo stimato Nixon e la Casa Bianca.

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Trascorsero quattro anni. Il nostro protagonista divenne uno dei consulenti più apprezzati dall’ala destra del GOP, al punto che nel ‘76 appoggiò il nuovo e rampante leader di quest’ultima, Ronald Reagan. L’ex star di Hollywood, come sappiamo, venne onorevolmente sconfitta da Ford alle primarie, ma per evitare che l’insuccesso subito dalla corrente conservatrice portasse il “partito dell’elefante” a disunirsi, Ford candidò alla vicepresidenza uno dei senatori più tradizionalisti della nazione, Bob Dole, il cui principale membro dello staff era nel frattempo diventato… Roger Stone. Questi sarebbe stato probabilmente ben lieto di condurre l’ennesima campagna “al limite del politicamente corretto”, se non fosse per il fatto che prima di poter mettere in atto tale intento, una serie di indagini dimostrarono il suo coinvolgimento in quello che, era stato lo scandalo Watergate, costringendo Dole a licenziarlo. In seguito, il senatore avrebbe perso quelle elezioni.

In quanto a Reagan, alla successiva tornata elettorale tentò di correre nuovamente per la presidenza, questa volta con successo. Stone si attribuì gran parte del merito asserendo di aver lavorato nell’ombra per ispirare la candidatura dell’indipendente John Anderson, necessaria ad intercettare voti democratici negli stati chiave e a far perdere Carter. In realtà, i diretti interessati non hanno mai confermato questa storia, ciò che è certo tuttavia è che lo scaltro consigliere fece di tutto per tornare nelle grazie dei vertici repubblicani. Ci sarebbe riuscito solamente molti anni dopo, nel 1996, quando il redivivo Bob Dole tentò di sfidare Clinton alle elezioni presidenziali. A Stone venne assegnato un ruolo chiave nell’ambito dell’organizzazione della campagna, ma quasi subito un insolito annuncio giornalistico pubblicato da questi, in cui si dichiarava interessato ad incontrare coppie scambiste, generò una nuova bufera mediatica. Immediatamente il nostro protagonista negò di essere l’artefice dell’ambiguo messaggio, ma ciò non servì a molto. Esattamente come vent’anni prima Bob Dole lo licenziò, ed esattamente come vent’anni prima perse le successive elezioni. In seguito, Roger Stone ammise di aver scritto lui quell’annuncio e di aver sempre negato ogni accusa solo perché i nonni erano ancora vivi e non voleva farli preoccupare.

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Negli anni a venire, com’è facile immaginare, in pochi si mostrarono interessati a ingaggiare una figura simile. La sua carriera sembrava ormai al tramonto, al punto che egli venne costretto a dedicarsi a un nuovo ed inedito passatempo: la scrittura. Lavorò a “L’uomo che ha ucciso Kennedy”, un’opera in cui sostenne che dietro l’omicidio dell’ex Presidente ci fosse in realtà Lyndon Johnson, il quale, in seguito, per non farsi mancare nulla, avrebbe anche fatto assassinare altri sei politici “scomodi”. Pochi anni dopo, fu la volta de “I segreti di Nixon”, una biografia non autorizzata in cui rivelò che durante gli anni del disgelo con la Cina il leader occidentale avrebbe avuto una lunga storia d’amore con una donna di Hong Kong, la quale peraltro potrebbe essere stata una spia. Inoltre, sostenne che, per fare una cortesia a un amico, l’ex Capo di stato avrebbe ingenuamente portato oltre confine la valigia del noto jazzista Louis Armstrong, ignorando che questa contenesse tre chili di marijuana. Non che tutto ciò abbia mai mutato la sua stima per Nixon: anzi, chiunque lo conosca ha dichiarato i suoi uffici sono tappezzati di foto e manifesti dell’ex Presidente, e che si è perfino fatto tatuare il suo volto sulla schiena.

cms_11640/4v.jpg Nel 2007 Bernard Spitzer, padre dell’allora candidato governatore dello stato di New York, ricevette una serie di anonime minacce telefoniche. In seguito all’intervento degli investigatori si scoprì che il cellulare da cui erano partite le chiamate apparteneva alla moglie di Roger Stone e che l’autore delle intimidazioni fosse proprio quest’ultimo, il quale ovviamente, ancora una volta, finì al centro delle critiche per la sua condotta. Per il resto, Stone non riuscì a far parlare di sé che grazie alla sua passione per le Jaguar (ne possiede ben cinque), per le cravatte d’argento (ne possiede oltre cento) e per il suo stile di vita eccentrico.

Quando tuttavia iniziò a sembrare che questi non fosse ormai destinato che ad un ruolo secondario e forse perfino macchiettistico nella politica americana, ecco la svolta. Stone incontrò un ricco imprenditore con il sogno di poter un giorno entrare in politica, un uomo dai mezzi inusitati le cui ambizioni governative tuttavia erano sempre state limitate da una sostanziale inesperienza. Il suo nome era Donald Trump.

È probabile che fu in questo periodo che il tycoon apprese dallo spregiudicato consulente molte delle tecniche comunicative e delle strategie politiche necessarie per arrivare a Washington. Il duo attraversò infatti numerosi momenti di difficoltà e altrettante sconfitte, ma col tempo riuscì finalmente a salire alla ribalta. Nel 2016, dopo aver preso atto che i democratici erano in vantaggio nei sondaggi Stone iniziò a lavorare ad un saggio in cui descrisse Hilary Clinton, avversaria di Trump alle imminenti elezioni, come una persona cinica disposta a pagare qualunque prezzo per realizzare le proprie smanie di potere. L’opera ebbe un forte impatto sull’opinione pubblica e l’8 novembre la democratica venne sconfitta di misura alle elezioni.

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Come sappiamo, pochi giorni fa Roger Stone è stato arrestato con l’accusa di aver rappresentato un collegamento fra lo staff di Trump e gli hacker nell’ambito dello scandalo denominato Russiagate. A incastrarlo, alcuni messaggi trovati sul suo smartphone, con i quali la squadra del Presidente gli avrebbe rivolto le proprie congratulazioni per aver diffuso alcune mail sottratte al presidente della campagna di (ancora una volta) Hilary Clinton. Secondo un suo intimo amico, la notizia non avrebbe affatto colto di sorpresa Stone il quale anzi da giorni immaginava che l’Fbi potesse fare irruzione in casa sua. L’aspetto che stupisce maggiormente della vicenda però è che il giorno del suo arresto (ripreso dalla Cnn) egli non sembrava affatto turbato o afflitto, al contrario il suo volto era sereno più sereno che mai, il che, ci spinge a riflettere sul fatto che forse in fondo per un uomo ambizioso come lui il carcere non potrà mai essere pericoloso come l’anonimato.

Gianmatteo Ercolino

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