Retrospettiva. Il Cacciatore

Michael Cimino firma uno dei film più belli e intensi della storia del Cinema.

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"Il Cacciatore" (The Deer Hunter) non è soltanto un film di guerra, ma un affresco emozionale. Storia di uomini, legati nel profondo dall’amicizia e dal senso di appartenenza alla comunità. Micheal Cimino ci racconta l’America attraverso occhi che racchiudono lo smarrimento di una Nazione,pervasa da una profonda inquietudine, il prezzo pagato per quella "Sporca Guerra", che ha lacerato la coscienza di un’intera generazione. All’epoca la pellicola del regista italo-americano subì delle aspre critiche. Presentata al festival di Berlino, fu veementemente contestata per la rappresentazione che faceva dei Vietcong quali sadici, torturatori e assassini.

Evidentemente un’analisi del tutto superficiale che non coglieva minimamente il reale spirito del narrato e la dirompente visionarieta’ delle immagini. In realtà, il conflitto asiatico altro non era che il fondale sul quale dipingere la narrazione, un canale attraverso cui veicolare le sensazioni atroci di un conflitto insensato e insostenibile in danno di coloro che avevano condiviso quell’Inferno in terra.

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Il plot è concettualmente diviso in tre parti,imperniato su un gruppo di giovani operai di un’acciaieria della Pennsylvania, in special modo su tre di essi: Mike (Robert De Niro), Nick (Chistopher Walken) e Steven (John Savage).
Nel lungo prologo vengono introdotti i protagonisti e la loro vita nella comunità proletaria di immigrati ucraini. Un’esistenza condivisa tra l’alto forno, le bevute al pub e la caccia al cervo. Così fino alla partecipazione collettiva al matrimonio dell’amico Steven, proprio il giorno prima della loro partenza per il teatro bellico. Qui lo spettatore viene improvvisamente catapultato, con uno stacco drammatico, nello svolgimento degli eventi. Le vicende al fronte sono tratteggiate da sequenze narrative memorabili. Un’immersione all’interno di un vortice di sensazioni estreme. Su tutte, la prigionia di Mike, Nick e Steven, costretti a sfidare la sorte per sopravvivere nel gioco mortale della roulette russa, con i Viet loro aguzzini. E’ senza dubbio questa la scena madre del film, rappresentazione dell’esteriorita ’della guerra.

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Fotogrammi dal contenuto altamente simbolico, intrisi dell’odore acre del sangue. Poi il ritorno a casa e le conseguenze postbelliche. La difficoltà del reinserimento nel gruppo e nei rapporti interpersonali. Il tentativo del recupero di Steven, rimasto mutilato su una sedia a rotelle, iconica rappresentazione della fisicità perduta. O ancora su tutt’altro fronte, il fallito tentativo dell’amico Mike di riportare a casa Nick che, impazzito, si dedica per denaro alla roulette russa in quel di una Saigon lercia di bische clandestine. Emblema questo della perdizione dello spirito. Tessere di un puzzle sapientemente assemblate da quel grande narratore che è stato il regista italo-americano.Una sontuosa opera, Il Cacciatore, ricca di tematiche incastonate in un’estetica filmica di altissimo livello.

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The Deer Hunter di fatto, ètra le prime pellicole ad aver affrontato il problema del Vietnam, mostrando, da angolazioni diverse, gli aspetti variegati della tragedia. Prima di questa "Tornando a casa" di Hal Ashby, interamente incentrato sul reducismo e subito dopo l’assoluto capolavoro del maestro Francis Ford Coppola, "Apocalypse Now", manifesto per antonomasia dell’orrore della guerra. La filosofica visione di Mike del "colpo solo" nelle fasi di caccia al cervo, è portata nel teatro bellico, riadattandosi al gioco perverso della pistola puntata sulla sua tempia. Nessun sopravvissuto sarà mai più lo stesso, dilaniato nel fisico e nella mente da una insania irreversibile.

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Dal punto di vista estetico, Cimino, grazie anche al grandissimo apporto di Vilmos Zsigmond, ci regala una fotografia passata alla storia. Le prove attoriali non hanno bisogno di alcun commento. Una citazione particolare a John Cazale, grande compianto attore. Benché al corrente di avere un cancro ai polmoni continuò a lavorare per poter terminare le riprese a fianco della sua compagna Meryl Streep. Quando la Universal Studios venne a sapere della malattia, si dimostrò contraria ad assicurarlo, perché la sua eventuale morte prima della fine del girato sarebbe costata troppo, ma la stessa Streep, assieme a Robert De Niro e a Cimino, riuscì a convincere la produzione. Grazie ad alcune modifiche del piano di lavorazione, operate dal regista, fu in grado di terminare tutte le sue scene, ma non vide mai il film finito, poiché morì prima. Questo ricordo è doveroso per un grande professionista che nella sua breve carriera prese parte soltanto a cinque lungometraggi, ognuno di questi candidato all’Oscar.
Con "Il cacciatore" Michael Cimino firma un affresco emotivo di straordinaria bellezza, la cui drammaticità ne ha fatto semplicemente un’Opera d’Arte.

Massimo Lupi

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