Retrospettiva

I primi quarant’anni de "Un Borghese piccolo piccolo"

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17 marzo 1977. Nel bel mezzo degli “anni di piombo”, Mario Monicelli firma un’opera inusuale, di rottura, capace di spaziare e di spiazzare.Ispiratosi all’omonimo lavoro letterario di Vincenzo Cerami, dirige una pellicola destinata a lasciare un segno indelebile nella storia del Cinema. Quella sorta di spensieratezza e leggerezza che aveva contraddistinto il precedente Ventennio, specchio sul grande schermo della commedia all’italiana, è ormai uno sbiadito ricordo.Il Maestro - come lo chiamava la troupe - descrive con crudele realismo i mali dell’Italia in quegli anni, puntando la macchina da presa in uno spaccato di società decadente. Da un lato i perversi meccanismi di una burocrazia cieca, dall’altro la crisi inarrestabile di valori e ideologie. La borghesia, sempre più risibile, è trafitto al cuore. L’individuo è svuotato, perso nella dilagante deriva di violenza e trame oscure.

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Nel corso della proiezione si passa da una iniziale miscela brillante, a tratti farsesca, all’ inaspettato dramma. Terribilmente viscerale e cupo. Un duro colpo allo stomaco dello spettatore.La storia è conosciuta. Giovanni Vivaldi, funzionario ministeriale, trascorre gli ultimi mesi che lo separano dal pensionamento, alla ricerca della segnalazione, da parte dei suoi superiori, che possa procurare l’agognato posto fisso all’unico figlio, non certo un “giovane brillante”. Pronto a scendere ad ogni compromesso pur di vedere l’erede sistemato, Vivaldi/Sordi ricorrerà alla pratica che, a partire da quegli anni diverrà condizione imprescindibile per sperare di affacciarsi nel mondo del lavoro, soprattutto in quello della Pubblica Amministrazione: la “raccomandazione”.

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Assistiamo a situazioni esilaranti. Tra tutte un’improbabile cerimonia di iniziazione ad un “Ordine” dai tratti a dir poco casarecci, una “fratellanza massonica” i cui confini sono segnati nel ristretto ambito di un gruppo di impiegati in forza allo stesso ufficio ministeriale, a garanzia di un sistema chiuso di caste, di rapporti quasi feudali.Gli sforzi profusi producono gli effetti sperati e quando la meta sembra ormai a portata di mano, il destino, che non conosce le buone maniere, cambia le carte in tavola. Una mattina un colpo di pistola, esploso da malviventi nel corso di una rapina, spezza tragicamente i sogni dell’uomo, uccidendo l’adorato figlio.

Il dramma si compie. Il suo mondo cambia.

La moglie appresa casualmente la notizia dal telegiornale, crolla inferma in un devastante malore. Nella cupezza matura la lucida follia, madre impietosa del desiderio di vendetta.

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Cosa farebbe un padre a cui è stato strappato l’unico figlio e un marito condannato al dramma dell’impotenza nel vedere invalida la propria consorte…? È l’Uomo a scegliere e la componente bestiale a prevalere: l’umile servitore dello Stato si fa Giustiziere di spietata efferatezza.Impossibile non correlare il dramma umano a quello sociopolitico dell’Italia di quegli anni. Monicelli, con grande capacità scava nei meandri dell’uno e dell’altro, ponendoli in simbiosi. Non è forse l’individuo creatore e vittima della sua realtà? E non è forse la collettività coi suoi bisogni e i suoi travagli a determinare il perenne bilico di un modello sociale?Vivaldi racchiude in sé tutte le debolezze, le paure, il cinismo e l’egoismo dell’italiano medio del tempo che imputava all’assenza dello Stato, il ricorso a pratiche immorali, seppur efficaci.

Opera questa, di ferma condanna delle Istituzioni e della loro latitanza.

Il cittadino lasciato solo, non protetto, al crimine oppone la subitanea forza della reazione che alla violenza sa rispondere con una violenza ancora maggiore. È il prototipo della persona comune, all’interno della quale si annida il seme del mostro che, coltivato, non potrà che manifestarsi. Così, alternandosi, in una spiazzante dicotomia, all’essere che amorevolmente accudisce la moglie malata - tra i momenti più intensi e commoventi del film - infierisce sul corpo indifeso del ragazzo, assassino del suo sangue.Un grande film di un regista dotato di intelligenza e talento straordinari, che ha firmato, in sessant’anni di carriera, pellicole di immenso spessore.

Quest’Opera è l’apice della sua Arte, così come lo è per Sordi, che regala un’interpretazione a dir poco strabiliante.

La scelta di Monicelli di conferire il ruolo di Vivaldi all’Albertone nazionale ha denotato un grande coraggio, ripagato da un’interpretazione mai vista prima, tenace, violenta, a tratti addirittura priva di sentimenti.Un’immagine che ha spazzato via con un colpo la figura solitamente arrivista, sbruffona, goliardica, remissiva, tipicamente iconografica della sua filmografia.Una pietra miliare, che fa vibrare le corde del pensiero, inducendo, ieri come oggi, ognuno a profonde riflessioni.

Sono passati quarant’anni, ma sembrano quaranta minuti.

Massimo Lupi

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