Referendum di ottobre. A colpire la nave sarà soprattutto il fuoco amico

Dieci – per ora – i parlamentari del PD che hanno espresso il proprio dissenso alla riforma costituzionale. La battaglia per il “No” si porta avanti anche dall’interno.

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Tra gli scranni di Camera e Senato è maturato il primo ufficiale strappo alla linea renziana da parte della minoranza dem. Dieci parlamentari affidano a un documento il proprio contrasto al referendum di ottobre. “Non è un no al governo” quello di Paolo Corsini, Nerina Dirindin, Luigi Manconi, Claudio Micheloni, Massimo Mucchetti, Lucrezia Ricchiuti, Walter Tocci, Luisa Bossa, Angelo Capodicasa e Franco Monaco, ma “una posizione in dissenso da quella ufficiale del Pd”. Un esempio che con buona probabilità altri seguiranno. “C’è chi vuole creare difficoltà a me e al governo a prescindere dal merito della riforma”, commenta Matteo Renzi, incassando il brutto colpo, convinto comunque che non avrà troppe ripercussioni. Parlando di Silvio Berlusconi , si dice propenso a credere che “non farà una campagna sparata a favore del No”. Ma è una sua opinione, insufficiente ad assicurare al Si la meglio e dunque ad impedire a lui – sempre che non si rimangi la parola – le dimissioni.

Cosa accadrebbe in tal caso?

Restando nel partito , come ha più volte garantito al suo cerchio magico, nel caso si paventasse una crisi di governo, a parlare, in quanto segretario, sarebbe lui. A lui spetterebbe la decisione se proseguire o meno la legislatura. Ma col Partito contrario non sarebbe facile. Renzi è tuttavia convinto di poter contare su un’ampia maggioranza.

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Ma entriamo nel merito della Riforma, cercando di metterne a fuoco i punti salienti. La più rumorosa manipolazione riguarda il Senato, ergo la sua presunta abolizione. Con la vittoria del “Si” dicono i sostenitori, si instaurerebbe il monocameralismo, sulla scia dei desiderata del vecchio PCI con Berlinguer e Ingrao in testa. Ma questo non vero.

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Il Senato infatti non verrebbe eliminato, ma cambiato nella composizione, nella legittimazione e nella funzione. Sarebbe formato da Senatori nominati con elezione indiretta; tra i suoi compiti vi sarebbe l’intervento sulle norme costituzionali, ma senza legittimità democratica diretta perché non eletto dai cittadini. Non potrebbe intervenire, se non indirettamente, sulle leggi ordinarie. Se è vero che nel programma di Berlinguer c’era l’idea di un Parlamento monocamerale, è altrettanto vero che presupposto essenziale di tale riforma doveva essere una Camera pluralizzata, affinché fosse impedito alla maggioranza l’esercizio dello strapotere. Un sistema elettorale proporzionale e non maggioritario che avrebbe annullato qualsiasi opposizione. Di contro sarebbe stata probabilmente molto difficile la governabilità. Timore maturato dalla destra che, sin dal periodo fascista, avrebbe visto di buon occhio una maggioranza blindata.

Le radici della riforma Renzi-Boschi vanno cercate nel mito gollista della fine degli anni ’50 che in Italia coincideva con la fine della totalità democristiana. Era proprio sul gollismo che l’Unione Democratica per la Nuova Repubblica che vedeva i natali agli inizi del 1964, fondava il suo presupposto. Promotrice di una riforma costituzionale in chiave presidenziale, sosteneva la necessità di “piegare” al Governo, il Parlamento con una piena maggioranza capace di tenere a bada proprio il “parlamentarismo”.

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Nel suo “progetto di riforma costituzionale”, Giorgio Almirante ha criticato pesantemente il bicameralismo, denunciando la “partitocrazia” che, per dirla con Benedetto Croce “continua a dare i suoi frutti insidiando e corrompendo la libera vita parlamentare”. L’idea di far coincidere il leader del partito di maggioranza relativa col capo dell’esecutivo diventava, col semi-presidenzialismo di matrice gollista, il modello più accreditato per correggere il bicameralismo perfetto.

È stato allora che Enrico Berlinguer e Pietro Ingrao hanno avanzato l’idea di una struttura funzionale che si avvalesse rigorosamente di un sistema elettorale proporzionale che sarebbe stato pesantemente attaccato alla fine degli anni ’70, quando si criticava il consociativismo, ossia il coinvolgimento indiretto del PCI nell’attività legislativa.

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Nel 1994 il Comitato Speroni, istituito dal Governo Berlusconi, ha avanzato ufficialmente la proposta di un Senato nominato con voto indiretto, secondo un modello di bicameralismo differenziato, non solo nelle funzioni, ma anche nella rappresentanza. Mentre la Camera dei Deputati sarebbe stata eletta a suffragio diretto, il Senato, nella sua composizione, avrebbe espresso le sole autonomie territoriali.

Due le proposte formulate:

nella prima il Senato è composto per metà dei suoi membri dai rappresentanti delle Regioni e per l’altra metà da rappresentanti dei comuni e delle province eletti in modo indiretto [...] Nella seconda ipotesi, il Senato della Repubblica è composto da membri dei governi regionali che li nominano e li revocano: ciascuna regione nomina un numero variabile di senatori in relazione alla rispettiva popolazione”.

Se nel gollismo sono contenute le radici dell’attuale riforma, è dunque il progetto “Speroni” a potersi considerare il suo antesignano.

Cosa accadrà in autunno non si può dire, ma non stupisca il fatto che è proprio nella minoranza dem e nel suo elettorato, più ancorato a un’idea di sinistra, che potrebbero maturare in numero consistente i voti contrari.

Massimo Lupi

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