ROSI BRAIDOTTI, IL PENSIERO NOMADE (I^PARTE)

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Per un’etica postumana affermativa

cms_27065/1d.jpgRosi Braidotti, filosofa e teorica femminista, è una delle voci più originali e provocatorie del panorama filosofico contemporaneo.

Allieva di Foucault, Irigaray e Deleuze, è autrice di numerosi saggi: da “Dissonanze” (1991) a “Trasposizioni.

Sull’etica nomade” (2008), da “In Metamorfosi” (2003) a “Madri, Mostri e Macchine” (2021), da “Nuovi soggetti nomadi” (2002) a “Baby Boomers” (2003), Braidotti, da un’ontologia politica spinoziana, rilancia il posizionamento femminista, in una riflessione sul soggetto nomade e sul postumano.

Dalle macerie dell’umanesimo, alla ricerca di un’etica affermativa, radicata e responsabile, la sfida che Braidotti lancia nel suo libro “Il postumano. La vita oltre l’individuo, oltre la specie, oltre la morte”, è filosofica, etica e politica. Il postumano è un momento storico a cui non possiamo sottrarci, ma anche uno strumento ermeneutico per tener conto della complessità, ripensare lo statuto dell’umano e progettare nuovi schemi sociali, etici e discorsivi per la formazione del soggetto.

cms_27065/2_1659834160.jpgSe nel suo libro “Il postumano.

La vita oltre l’individuo”, Braidotti parla di speranza, dalla paura all’entusiasmo, dalla tecnofobia alla tecnofilia, dalla chiusura all’apertura, dalla morte alla vita, la sua proposta filosofica si fonda sull’estensione del concetto di vita e sullo spostamento radicale dalla negatività alla positività della zoé, intesa come ciò che eccede l’umano, energia e spazio di resistenza, quasi un motore ontologico.

Il postumano critico di Braidotti, in relazione all’ estensione del concetto di zoé, si inquadra nella genealogia del postumano, che è quella delle ontologie monistiche derivate da Spinoza, riletto e filtrato attraverso il lavoro dei filosofi francesi a partire dagli anni Sessanta, come Macherey e Balibar, allievi di Althusser, Deleuze, il primo Negri.

Questo postumano si poggia su un’ontologia monistica, quindi su una visione della materia come continua, vitale, autopoietica e capace di organizzarsi.

cms_27065/3.jpgRileggendo sia l’antropocentrismo che deriva da questo approccio, sia le novità specifiche della nostra epoca, ovvero il tentativo di sottomettere questa materia vitale e intelligente alla legge del mercato, il legame tra zoé, vita non umana, materia, “materia-realismo” e il postumano serve per dare alla teoria di Braidotti una base ontologica che permetta di fare un discorso sul soggetto e sulla soggettività.

Prendendo distanza dalla biopolitica contemporanea, nel lavoro di Foucault, la biopolitica è essenzialmente una lettura delle grandi trasformazioni del capitalismo avanzato, passando da un sistema di dominio selvaggio di sovranità assoluta ad un sistema che esercita il potere prendendosi cura della vita che è la vita della specie, della razza, della nazione, della comunità.

cms_27065/4.jpgFoucault ne fa uno strumento analitico che gli permetta di analizzare le mutazioni in corso del capitalismo, mutazioni che i francesi captano molto presto: negli anni Sessanta e Settanta già capiscono che stiamo entrando nella società dell’informazione.

Pensiamo che Guy Debord scrive la “Società dello spettacolo” nei primi anni Sessanta ed è la prima analisi della cultura mediatica, mentre nel 1957 Roland Barthes, nella famosa analisi di Paris Match, fa la prima critica delle immagini.

Appoggiandosi all’ultima fase del pensiero di Foucault, quella dell’etica e delle tecnologie del sé, Rabinow parte dal bios per sviluppare una linea di pensiero critico e una forma di resistenza politica al capitalismo avanzato.

Nick Rose propende a trasformare il biopolitico in schema normativo verso un nuovo senso di responsabilità morale per la vita che è in noi e non ci appartiene, la vita della specie, della razza e del nostro patrimonio genetico.

cms_27065/5.jpgQuesto discorso in Italia lo fa Roberto Esposito, mentre Giorgio Agamben, pur aggiungendo un discorso schmittiano sulla politica come pratica fondata sulla dicotomia amico-nemico, lancia la sua riflessione partendo dall’intuizione di Foucault sugli elementi necro-politici all’interno della biopolitica.

Questa posizione, molto diversa dal discorso di Foucault, porta inevitabilmente al confronto con la morte.

Ripensare la zoésignifica dunque ripensare la morte.

Nel terzo capitolo del libro, “Il Postumano.

La vita oltre l’individuo”, nella fenomenologia della morte, della guerra e del warfare, Braidotti sostiene che “biopolitica e tanatologia sono le due facce della stessa medaglia”.

La riflessione su thanatos conduce ad una teoria postumana della morte come continuum, espressa nella concezione spinoziana della vita e dell’immanenza radicale.

cms_27065/6.jpgLa mortalità intesa come l’orizzonte del nostro divenire è un’idea di stampo molto heideggeriano, che non ha nulla a che vedere né con Foucault, né con tutti gli spinozisti francesi. C’è poi uno spiegamento delle premesse del biopolitico, che si scontra con i limiti di questa teoria e ci esorta a guardar oltre il maschilismo implicito, il razzismo intrinseco e l’antropocentrismo manifesto.

Deleuze e Guattari offrono una critica ai limiti del bios, sostenendo che la vita non è solo umana, ma anche non umana.

Lo slittamento dal bios a zoé, dalla vita come fenomeno antropocentrico alla vita come attributo di tutto ciò che esiste, umano e non umano, spiazza non solo le frontiere tra uomo e animale, uomo e piante, mondo vegetale e le varie classificazioni, ma anche le visioni temporali.

La grandezza di Deleuze è quella di aver incrociato Spinoza con Bergson, di aver fatto un discorso sulla continuità della materia con un discorso sulla continuità del tempo, che per Deleuze si esplica nella differenza tra la morte personale e la morte impersonale: ciò che viene cancellato è la presenza di sé, dell’io individuale, ma la vita va avanti come insegnano tutti i pensatori vitalistici dell’antichità.

Questo presente continuo, che cristallizza il passato in atti e avvenimenti che aprono le frontiere dell’avvenire, questo spostamento temporale cambia la discussione sia sulle origini, sull’eredità e su tutto il discorso della genetica e della nostra appartenenza a scale temporali che ci precedono – il nostro codice genetico è la memoria accumulata nella nostra specie che si svolge e si dispiega dentro di noi, ma non è controllata da noi – , sia sull’avvenire che ci porta inevitabilmente alla questione della morte, cioè a33ll’ annullamento dell’individuo.

Qui non esiste alcun riferimento ad una verticalità, per parlare come Irigaray, del divino che ci porta a riflettere su altri orizzonti possibili. C’è invece uno sprofondare nella materia, c’e’ il corpo che diventa cadavere, diventa materia pura che si dissolve, che si brucia, che si decompone, che diventa altro.

Qui siamo molto vicini a Lucrezio. C’è una specie di lucidità in questo rapporto con la morte, in un’epoca come la nostra che è immersa nella morte, che si concentra sulla morte impersonale, quindi della continuità dei processi vitali al di là dell’individuo o dell’organismo costituito, ma continua a mettere l’accento sulla vita, la giovinezza, il benessere fisico e psichico, facendone quasi degli imperativi morali.

La morte come evento – afferma Blanchot - è sempre già impressa in noi, la morte come avvenimento che è già accaduto, sta alle nostre spalle, non davanti a noi. La vita va oltre l’individuo, oltre la specie, oltre la morte.

(Continua)

Gabriella Bianco

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