RILEGGENDO POESIA -VINCENZO CARDARELLI

Io non so più qual era…

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“1987: il recente centenario della nascita di Vincenzo Cardarelli è stato pochissimo festeggiato da critica e stampa quotidiana e periodica. Né, tantomeno, ci si è accorti che l’appena trascorso ’89 segnava il trentennale della morte. Le premesse testuali per leggere o rileggere oggi Cardarelli ci sono pressoché tutte” (Clelia Martignoni su POESIA del febbraio 1990, n. 26/anno III).

“Il dibattito critico è relegato, quando va bene, a rare sedi specialistiche.” Quindi già allora si poteva fare un bilancio della sfortuna critica di Cardarelli. “Ci sono ancora lettori attenti e pazienti? È merce ormai rarissima, dentro la grande e obbligata distrazione e spettacolarizzazione della cultura massmediale.”

cms_21628/3.jpgSe nel 1990 era così, figuriamoci oggi, aggiungiamo noi: persino il dibattito politico (politico?) si è ridotto a un grandefratellesco talk-show! Vincenzo Cardarelli (al secolo Nazareno, 1887-1959) nasce a Corneto Tarquinia (VT) da famiglia poverissima; Vincenzo inoltre è figlio illegittimo e la madre lo abbandonerà ben presto. La sua formazione sarà da autodidatta, mentre la sua solitudine è acuita da una malformazione alla mano sinistra: la difficile condizione familiare e la sua altrettanto complicata vita sociale lo fanno soffrire al punto da riversare nelle sue prime poesie sentimenti di odio e amore.

A diciassette anni tuttavia si allontana da Tarquinia e dopo la morte del padre (1906) si adatta ai più umili lavori sino a diventare correttore di bozze e critico teatrale per L’Avanti. Dopo l’esperienza romana con il giornale si trasferisce a Firenze, dove collabora alla rivista "La Voce" e inizia la stesura dei "Prologhi" (1914).

La prima produzione poetica è molto influenzata da autori italiani come Leopardi e Pascoli, soffusa di un senso di precarietà e inquietudine che è anche della sua vita personale. Nel 1914, grazie a una borsa di studio per la Germania, Cardarelli decide di partire al fine di approfondire i suoi studi e intraprendere la carriera di professore universitario. Ma la guerra lo coglie proprio mentre è in viaggio verso Lugano, dove rimane cinque mesi occupandosi della revisione dei suoi Prologhi. Guerra è sinonimo di ristrettezze economiche, ma almeno Vincenzo non è richiamato alle armi causa la malformazione alla mano. Nel 1919 si distacca progressivamente dalla Voce (La collaborazione alla rivista La Voce rappresenta il punto di maggiore tangenza al clima avanguardistico, del resto le opere di quegli anni rivelano non pochi influssi riconducibili all’alveo dell’avanguardia: espressionismo linguistico, frammentismo, temi come lo sradicamento, il viaggio, l’adolescenza, la perdita di identità. Parallelamente l’arte cardarelliana risulta segnata da una ricerca costante di compostezza, di tono colloquiale e di atteggiamento razionale e distaccato).

Aderisce alla Ronda, la quale comunque chiuderà i battenti nel 1923. In questi anni lavora molto: poesie, favole, appunti di viaggio (sarà corrispondente in Russia per Leo Longanesi, nel 1928). L’avvento del secondo conflitto mondiale vede Cardarelli sempre più solo, senza famiglia, senza casa e senza affetti, con notevoli problemi fisici.

cms_21628/2.jpgDopo l’arrivo degli alleati decide di tornare nella sua Tarquinia, ma resta per poco tempo. Nel 1945 ritorna a Roma, tuttavia l’animo resta malinconico come dimostra il testo di ricordi "Villa Tarantola" (1948), vincitore del Premio Strega. La sua situazione economica si fa così difficile che, dal 1943 al 1945, gli amici pittori Carrà, De Pisis e Morandi vendono all’asta alcune loro opere per dargli una mano.

Le sue ultime pubblicazioni sono Solitario in arcadia, Poesie Nuove (1947), "Il viaggiatore insocievole" (1953). È dunque lecito, oggi, associare Cardarelli alla polvere di antiquariato, all’arcaismo, così come è sbrigativamente successo dopo la sua morte? Cardarelli poeta e prosatore ha una cifra stilistica inconfondibile, “l’accento è scandito e fermo, spesso epigrafico”. Se non è stato il più grande poeta del nostro Novecento, è certamente l’autore di alcune tra le più grandi poesie di questo secolo (Luigi Baldacci).

Tenuto sotto scacco dalla vita, dovrebbe tornare da protagonista sui forum, sui blog, sulle riviste, sui desktop degli studenti. Prima che la deriva social (dove il meglio e il peggio stanno sullo stesso piano, come dice Umberto Fiori) tutto travolga. Tutto, compresi noi.

Io non so più qual era

Io non so più qual era

il porto a cui miravo.

Per tanti luoghi insospettati e strani

mi trattenne l’amore, ch’è nemico

ad ogni altro destino

come il vento contrario al navigare:

dove persi il mio tempo

e logorai le forze del mio cuore.

Luoghi a cui, disertati,

non tornerò giammai.

Sì che per me la terra

non è più che un asilo

vietato, un cimitero di memorie.

Raffaele Floris

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