RILEGGENDO POESIA – GIORGIO VIGOLO

Graffito nel carcere

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Dopo “gli alti esiti” (Silvio Ramat) della poesia di Ungaretti, Saba e Montale il critico Giacomo Debenedetti fissava la sua attenzione su Giorgio Vigolo, tra La città dell’anima (1923) e Il silenzio del creato (1934) con un saggio che s’intitolava Un poeta “nuovo”?, dubitativamente.

cms_23371/poesia.jpgRamat, parlando di Giorgio Vigolo e del Conclave dei sogni (n. 66), affermava che Debenedetti aveva preferito puntare su di lui anziché, ad esempio, su Grande o Quasimodo.

Aggiungendo però: “La lirica di Vigolo ci attira e un po’ ci delude; molto promette e poco, o confusamente, mantiene, oscillando tra i suoi postulati sublimi e un rendimento inferiore alle aspettative che quei postulati generano.” Possiamo affermare senza tema di smentite che il nome e l’opera di Giorgio Vigolo non siano conosciute al grande pubblico, eppure i suoi versi ci ispirano “autorevolezza”.

Leggiamo come lo presenta DanielaManzini su

https://www.rodoni.ch/busoni/wolfbusoni/giorgiovigolo.html.

Musicologo, filologo, critico commentatore, traduttore, scrittore e poeta, Giorgio Vigolo (1894-1983) nasce a Roma da padre vicentino trasferitosi giovanissimo nella capitale e da madre romana.

cms_23371/Giorgio_Vigolo.jpg La sua formazione avviene nel periodo che va sotto il nome di belle époque, caratterizzato dal progresso in ogni campo e da euforiche condizioni di prosperità in Europa e nel mondo, periodo in cui il predominio del buonsenso borghese è già incrinato dalla voce dei " novatori ", gli esordi futuristici del 1909, la Voce prezzoliniana del 1908. Giorgio Vigolo compie studi umanistici e si dedica con passione alla musica. A soli 19 anni pubblica il suo primo "poemetto in prosa", Ecce ego adducam aquas, sulla rivista Lirica diretta da Arturo Onofri. Il suo primo libro è La città dell’ anima, dove l’ amore del poeta per Roma si manifesta in una serie di poetici itinerari autobiografici. Gli anni della prima guerra mondiale lo portano al fronte, senza però impedirgli di collaborare alla Voce di De Robertis. Conseguenze determinanti sullo sviluppo del suo mondo interiore ha la scoperta dei Sonetti di Giuseppe Gioachino Belli: nel maggiore poeta romanesco, Vigolo sa riconoscere le potenzialità espressive e ne avverte il senso tragico dell’ esistere. Nel 1931 cura una prima antologia dei Sonetti, con note. Pubblica Canto fermo e Il silenzio creato, poemi in prosa, dove la prosa soggiace alla tensione del ritmo e alla scansione del verso: il mondo è ancora Roma, ma il poeta rivela un deciso affinarsi del modo espressivo. In Conclave dei sogni, scritto dopo la morte dei genitori, il tono cambia, la parola si isola, rivela l’ angoscia, riconosce il senso del perituro, del finito, acquisendo insieme forza fino ad illuminare l’ esistenza miticamente. Non è un caso che Vigolo sia sempre più affascinato da Holderlin, della cui opera inizia la traduzione dopo il 1930, arrivando all’ edizione con testo a fronte del 1958. Il richiamo alle armi durante la II guerra mondiale, accentua in lui un desolato pessimismo esistenziale evidenziato nella produzione legata a quel periodo, in particolare nelle poesie che compaiono in Linea della vita. A guerra finita diviene critico musicale (Epoca, Risorgimento liberale, Mondo). Nella raccolta Canto del destino si accentua l’ inclinazione ad abbandonarsi "alla iniziativa compositrice degli elementi viventi" per penetrare nei meandri del reale fino a cogliere il senso della destinazione ultima delle creature, dello squilibrio tra ricordo e presagio, parvenza ed effimero. Fu poeta e prosatore "limpido e sconcertante, musicale e plastico, concreto e surreale che, sotto un gusto barocco educato all’ incandescente incisività del Belli e coltivato...dal raffinato magistero tecnico e melodico dannunziano, svela in filigrana, una goethiana olimpicità fecondata dal fuoco della Begeisterung di Holderlin, in una allucinante animazione di corpi e di ombre, di superstizioni e di memorie, d’ incubi ed estasi, che hanno fatto chiamare in causa [...] Baudelaire e Kafka." (Alberto Frattini). In luogo di quest’ultima osservazione, forse un po’ ridondante, ci piace riproporre le parole di Pietro Cimatti (poeta, scittore, pittore): “La sua opera è sparsa, dispersa, introvabile o inedita. Un’intera sezione della sua inventività di maestro dell’elzeviro, del racconto visionario, ha mancato l’incontro con la distratta, fatua editoria maggiore. E Vigolo non ha mai fatto nulla, se non durare in vita, per contrastare quel metodo brigantesco di occupazione del presente culturale che ha canonizzato mediocri e santificato i capi mafiosi dell’ultima e penultima cosiddetta letteratura italiana.” Se così fosse, se così è, anche solo per questo vale la pena leggerlo e conoscerlo.

Graffito nel carcere

Se qualche grazia ancora
ai delirati segni
dopo morte perdona,

non sia l’incerto suono
che dai fogli dilegua,
ma nell’intimo dono
una luce si salvi
e il perduto consoli.

Dal cupo incubo muro,
graffito di dementi
figure e nomi oscuri
(pietosi in prigione!)

serbi memoria un carme
da recare alle ombre;
vesta un calmo
lino l’ignudo.

Raffaele Floris

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