RILEGGENDO POESIA – ARTURO ONOFRI

La terra sogna…

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cms_22909/1.jpgDe La poesia italiana 1900-1945 per titoli esemplari, rubrica curata da Silvio Ramat, abbiamo già parlato in diverse circostanze. Dopo una breve pausa (da lui stesso richiesta) ci fece incontrare Arturo Onofri (n. 57/dicembre 1992). Introducendo il poeta romano, Ramat affermava che “la fortuna di Onofri”, nonostante fosse stato da molti avvicinato all’ermetismo e al fatto che molti giovani poeti si sarebbero interessati a lui, era un dato facilmente contestabile. “Circolazione dei testi, memorizzazione diffusa” sono invece mancati a Onofri, sia in vita, sia postumamente. “Muore quarantatreenne il giorno di Natale del 1928; dopodiché, fino al ’35, ben quattro titoli si susseguiranno però a completare il ciclo della Terrestrità del sole, ed è veramente un prolungarsi fisico, nel poema, di una vita.” Magda Vigilante, in un articolo del 2006, osservava: che significato ha riproporre, all’inizio del nuovo secolo, un poeta come Arturo Onofri il quale, nato nel 1885, concluse la sua breve esistenza (morì, a 43 anni, il 25 dicembre 1928) nella prima metà del Novecento, in un periodo che ormai può apparirci remoto?

cms_22909/2_1629604781.jpgQual è soprattutto il suo messaggio poetico per noi che abbiamo assistito, sempre più disincantati e privi di certezze, alla fine di quel Novecento che era nato, invece, nel segno del progresso e di tanti cambiamenti positivi per l’umanità? Per rispondere a questi interrogativi si deve subito evidenziare la natura particolare della poesia onofriana, almeno da una certa fase in poi, che la colloca al di là della storia nel fornire una risposta alle domande ultime che l’uomo si pone sul senso della propria vita e sulla presenza di una dimensione trascendente che la giustifichi. Senza dubbio ogni opera di vera poesia presenta un carattere universale e atemporale, tuttavia la produzione poetica onofriana, soprattutto nel ciclo lirico della Terrestrità del sole, testimonia - in modo singolare per la sua epoca - la volontà di manifestare "il significato cosmico della vita degli uomini e dell’universo" come viene affermato nell’opera teorica Nuovo Rinascimento come arte dell’io. Nato a Roma nel 1885, Onofri era di estrazione borghese e trascorse la sua breve vita come impiegato presso la Croce Rossa, dedicandosi tuttavia molto presto all’attività letteraria. Sposato con Bice Sinibaldi (1916), nacquero Giorgio e Fabrizio Onofri. Fabrizio nel secondo dopoguerra sarà un esponente di spicco del P.C.I., oltre che scrittore in proprio e sceneggiatore (suo il film Sacco e Vanzetti, del ’71). Il poeta romano collaborò a diverse riviste letterarie, soprattutto a Nuova Antologia durante gli anni 1910-1912 e in seguito nel 1927. Nel 1912 fondò con Umberto Fracchia la rivista Lirica e collaborò a La Voce, nel periodo in cui questa rivista era diretta da Giuseppe De Robertis (durante gli anni della Grande Guerra) con il quale condivideva gli interessi riguardanti i problemi di stile ma dal cui sodalizio si staccò nel 1916 per alcune divergenze editoriali, ponendosi in una condizione di isolamento e di ricerca personale lontana dai gruppi culturali dominanti, cui resterà fedele per tutto il resto della sua vita. Sulla rivista Lirica pubblicò diverse poesie e scritti critici sul verso libero, mentre su La Voce pubblicò le sue analisi critiche sulle Myricae del Pascoli e Tendenze, uno dei manifesti del frammentismo primo novecentesco. Fu anche “traduttore di seconda mano” di alcuni poeti cinesi, lavoro, questo, che ha suscitato interessi anche recenti. La poesia di Onofri volle essere e fu metafisica. Egli non parve in cerca di alcun pubblico, “tanto meno d’un pubblico di chierici” (S. Ramat). “Onofri dev’esser preso – o lasciato – tutto intero.” Un poeta che dà il meglio di se stesso nella rima, nonostante le (pochissime) antologie propongano più frequentemente gli “sciolti”. Ha quindi ancora significato, come si chiedeva Magda Vigilante, riproporre Onofri? Anche l’umanità attuale avverte, talvolta confusamente, talvolta inconsapevolmente, la mancanza di una visione della realtà che abbracci il mondo umano e naturale nella sua totalità, dopo che sono fallite le ideologie. Nella prima metà del Novecento, Onofri aveva presentito questa esigenza e aveva tentato di soddisfarla attraverso la creazione poetica del ciclo della Terrestrità.

Come ha più volte osservato Gianfranco Isetta “la poesia non serve a niente, per questo è indispensabile”.

La terra sogna l’ultime farfalle
prima di risvegliarsi autunnalmente
dai veli del suo sonno trasparente
ammassati nel cavo della valle.

Volano, insieme con le foglie gialle,
sui prati, ove l’erbette macilente
s’estenuano in un soffio ond’ella sente
crescere, in ombra, funghi, muschi e galle.

Battono l’ali pavide, al riparo
delle fratte, palpandovi di fuga
fiori non più, ma qualche sterpo amaro.

Umida luce ombreggia di viola
la terra in dormiveglia, che si ruga
già del risveglio che nell’aria vola.

Raffaele Floris

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