RILEGGENDO POESIA - ALESSANDRO PARRONCHI

Dimentico il tuo compleanno

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cms_25230/poesia.jpgNel 1999 usciva, per i tipi di Mondadori, nella collana Oscar, Diadema, 1934-1997, poesie di Alessandro Parronchi. Silvio Ramat ci informava, nell’aprile dell’anno successivo (n. 127) che Parronchi aveva scelto di offrire ai lettori di POESIA altre liriche che lo spazio relativamente esiguo di un Oscar non poteva contenere. “La stella che più intensamente splende sul cammino del poeta è la stella materna. Nel Diadema, che c’invita a una riconsiderazione puntuale di oltre un sessantennio di poesia, brillano, si capisce, parecchie altre luci, se il dato di avvio è la radice ermetica de I giorni sensibili (1941) e de I visi (1943), radice che peraltro non comportò, sul piano sintattico, la rinuncia a una linearità confidenziale.” Siamo consapevoli che non tutti i nostri lettori potranno ricordare il nome, la figura e l’opera di un poeta che ha vissuto quasi tutto il Novecento italiano e che tuttavia, come molti altri autori e autrici, non ha (mai? ancora?) raggiunto la piena notorietà. Eppure alcune liriche dedicate alla madre sono tra le più belle che si possano incontrare. Eccolo dunque descritto su https://www.italian-poetry.org/alessandro-parronchi/.

cms_25230/2_1647489506.jpgAlessandro Parronchi è nato nel 1914 a Firenze, dove è scomparso nel 2007. Coetaneo di Luzi, Bigongiari e Betocchi, da quest’ultimo furono presentate le sue prime poesie, nel 1938, sulla rivista “Prospettive”. Il suo esordio in volume risale al 1941 con I giorni sensibili cui seguirono I visi (1943) e Un’attesa (1943), un trittico dove si dichiara la sua adesione alla poesia pura e simbolista dell’epoca. Il tono della sua poesia muta nel dopoguerra: L’incertezza amorosa (1952), Per strade di bosco e città (1954), Pietà dell’atmosfera (1970), Replay (1980) e Climax (1990), tutti Garzanti. Successivamente sono usciti l’autoantologia Diadema (1998) e la raccolta dell’intera opera poetica in due volumi (2000). Gli è stato attribuito nel 1994 il Premio Lerici Pea alla carriera. Come professore universitario ha dedicato studi importanti alla pittura e scultura del Rinascimento, con particolare attenzione all’opera di Michelangelo, celebre il saggio Studi su la dolce prospettiva (1964). È stato traduttore dal francese di poeti come Mallarmé, Nerval e De Guérin. È stato poeta, storico dell’arte, critico d’arte, traduttore e accademico. Suo padre, e prima ancora suo nonno furono notai a Firenze. La sua famiglia era benestante, alto borghese. Dopo il classico e la laurea all’Università degli Studi di Firenze inizia a collaborare con alcune riviste, fra cui Il Frontespizio, Campo di Marte, Letteratura, La Chimera, conoscendo e frequentando Umberto Bellintani, Romano Bilenchi, Giorgio Caproni, Carlo Betocchi, Alfonso Gatto, Luigi Fallacara, Mario Luzi, Piero Bigongiari e Ottone Rosai; con alcuni, e in particolare con Vasco Pratolini, stringe durature e fraterne amicizie. Senza dimenticare Carlo Bo, Gianfranco Contini e Oreste Macrì. Le sillogi poetiche sono in tutto diciassette (antologie comprese), quasi altrettanti i saggi.

cms_25230/4.jpgL’Archivio Alessandro Parronchi è conservato a partire dal 2005 nella Biblioteca Umanistica dell’Università degli Studi di Siena. Il fondo è composto dai materiali di lavoro (bozze manoscritte, dattiloscritti e a stampa di opere letterarie, saggi scientifici, articoli pubblicati su quotidiani e riviste) e dalla corrispondenza (8000 lettere) con alcune delle più significative personalità intellettuali del novecento. Ha affermato: “Nessun ippogrifo mi si è mai presentato, né cavallo nero che spiccasse la corsa verso gli abissi”. La sua – come sottolineava Ramat – è una mitologia quotidiana, comunicativa e palpabile, a legare in unità, fase per fase, gli elementi di questa poesia, tra le più concrete di un secolo. Un autore sobrio e prodigo a un tempo, capace di quella poesia diretta che è dono e dote ormai di pochissimi. Pubblichiamo dunque una poesia di Alessandro Parronchi, invitando i lettori ad assaporarla lentamente: il linguaggio è asciutto ma nient’affatto povero, scolorito, oscuro. Non c’è confronto con molta poesia odierna, talvolta davvero irricevibile, e quindi poco conosciuta. Non è sempre colpa dei lettori.

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Raffaele Floris

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